La vecchia gli lanciò un'altra occhiata che voleva dire:—Brigante!—e rispose: “Non posso darlo a meno.”
Il Gongora le diede un altro sguardo che voleva dire:—Bugiarda;—e disse: “Andiamo, lo potete dare a quattro duros; alla gente del paese non chiedete di più.”
La vecchia insistè, e continuammo per un po' a scambiarci cogli occhi i titoli di minchione, di gabbamondo, di guastamestieri, di bugiardo, di avaro, di sciupone, finchè il mantello mi fu dato per cinque duros; pagai, lasciai il mio indirizzo, ed uscimmo benedetti e raccomandati a Dio dalla vecchia, e seguiti per un buon tratto dai grandi occhi neri delle ricamatrici.
E continuammo ad andare di strada in strada, in mezzo a case di più in più meschine, a visi di più in più neri, a cenci di più in più luridi. E non s'arrivava mai alla fine, e io dicevo ai miei compagni: “Mi fanno la finezza di dirmi se Granata ha dei confini, e dove li ha? Si può sapere dove andiamo, e come si farà per tornare a casa?” e i miei compagni ridevano e tiravano innanzi.
“O che c'è da vedere ancora qualcosa di più strano?” dimandai a un certo punto.
“Di più strano?” mi rispose un dei due: “Ma questa seconda parte del borgo che lei ha veduta appartiene ancora alla civiltà; è il quartiere se non parigino almeno madrileno dell'Albaicin; e c'è ben altro; andiamo oltre.”
Si percorse una lunghissima strada sparsa di donne appena vestite che ci guardavano come gente piovuta dalla luna; si attraversò una piazzetta piena di bambini e maiali amichevolmente confusi; si passò per altre due o tre stradicciuole, ora salendo, ora scendendo, ora in mezzo alle case, ora in mezzo alle macerie, ora tra gli alberi, ora tra le roccie, e si arrivò finalmente in un luogo solitario, sul fianco d'una collina, di dove si vedeva, in faccia il Generalife; a destra l'Alhambra; sotto, una valle profonda coperta d'un foltissimo bosco.
Cominciava a imbrunire, non si vedeva nessuno, non si sentiva una voce.
“Qui finisce il borgo?” domandai.
I due compagni risero e mi dissero: “Guardi da quella parte.”