«Dio Onnipotente e Grande!
»Luogo consacrato dalla pietà della dinastia austriaca alle spoglie mortali dei re cattolici, che stanno aspettando il desiderato giorno sotto l'altar maggiore sacro al Redentore del genere umano. Carlo V, il più illustre dei Cesari, desiderò questo luogo di ultimo riposo per sè e pel suo lignaggio; Filippo II, il più prudente dei re, lo designò. Filippo III, monarca sinceramente pietoso, diede principio ai lavori. Filippo IV, grande per la sua clemenza, costanza e devozione, lo ampliò, lo abbellì e lo condusse a termine l'anno del Signore 1654.»
Il custode entrò, lo seguii, mi trovai in mezzo ai sepolcri, o meglio in un sepolcro oscuro e freddo come la grotta d'una montagna. È una piccola sala ottagonale, tutta marmo, con un altarino nella parete opposta alla porta, e nelle rimanenti, dal suolo alla vòlta, l'una sull'altra, le tombe, distinte con ornamenti di bronzo e bassorilievi; la vòlta corrisponde all'altar maggiore della chiesa. A destra dell'altare son sepolti Carlo V, Filippo II, Filippo III, Filippo IV, Luigi I, i tre Don Carlos, Ferdinando VII; a sinistra le imperatrici e le regine. Il custode avvicinò la fiaccola alla tomba di Donna Maria Luisa di Savoia, moglie di Carlo III, e mi disse con aria di mistero:—Legga.—Il marmo è rigato in vari sensi; con un po' d'attenzione riescii a raccapezzare cinque lettere; è il nome—Luisa—scritto dalla stessa regina Luisa con la punta delle forbici. A un tratto il custode spense la fiaccola e rimanemmo nelle tenebre: mi si agghiacciò il sangue nelle vene.—Accenda!—gridai. Il custode rise d'un riso lungo e lugubre, che mi parve il rantolo d'un moribondo, e rispose:—Guardi!—Guardai: un debolissimo raggio di luce, scendendo da un'apertura vicino alla vôlta, lungo la parete, sin quasi al pavimento, rischiarava appena tanto da renderle visibili, alcune tombe di regine; e pareva un raggio di luna; e i bassorilievi e i bronzi delle tombe luccicavano a quel barlume d'una luce strana, come se stillassero acqua. In quel momento sentii per la prima volta l'odore di quell'aria sepolcrale, e mi prese un brivido di freddo; penetrai, coll'immaginazione, in quelle tombe, e vidi tutti quei cadaveri irrigiditi; cercai uno scampo al di sopra della vòlta, mi trovai solo nella chiesa; fuggii dalla chiesa, mi perdetti nei labirinti del convento; mi rifeci presente a me stesso, in mezzo a quelle tombe, e sentii che veramente ero nel cuore dell'edifizio mostruoso, nella parte più profonda, nel recesso più gelido, nel penetrale più tremendo; e mi parve d'esser prigioniero, sepolto in quel gran monte di granito, e che mi gravitasse tutto addosso, e che da tutti i lati mi premesse, e mi chiudesse l'uscita; e pensai al cielo, alla campagna, all'aria libera come a un mondo remoto, e con un sentimento ineffabile di mestizia.—Signore!—mi disse solennemente il custode, prima di uscire, tendendo la mano verso la tomba di Carlo V:—L'imperatore è là, tal quale come quando ce l'hanno messo, cogli occhi ancora aperti, che par vivo e parlante! È un miracolo d'Iddio che ha il suo perchè! Chi vivrà vedrà!—E dicendo quest'ultime parole abbassò la voce come per timore che l'imperatore sentisse, e fatto il segno della croce, mi precedette su per la scala.
Dopo la chiesa e la sacrestia, si va a visitare il Museo di pittura, che contiene un gran numero di quadri d'artisti d'ogni paese, non già de' migliori, chè questi furon portati al Museo di Madrid; ma pur tali da meritare una visita attenta di mezza giornata. Dal Museo di pittura si va alla Biblioteca, passando per la grande scala sulla quale s'incurva una smisurata vòlta tutta dipinta a fresco da Luca Giordano. La Biblioteca è composta d'una vastissima sala ornata di grandi pitture allegoriche, che contiene più di cinquantamila volumi preziosissimi, quattromila dei quali regalati da Filippo II, e d'un'altra sala dove è una ricchissima raccolta di manoscritti. Dalla Biblioteca si va al Convento.
Qui l'immaginazione umana si perde. Se qualcuno dei lettori ha letto l'Estudiante de Salamanca dell'Espronceda, si rammenti di quell'instancabile giovane, quando, tenendo dietro alla signora misteriosa che incontrò di notte ai piedi d'un tabernacolo, trascorre di strada in strada, di piazza in piazza, di vicolo in vicolo, e svoltando, e girando e rigirando arriva fino a un punto dove non ravvisa più le case di Salamanca, e si trova in una città sconosciuta; e continua a svoltare cantonate, a traversar piazze, a percorrer strade; e via via che va oltre gli par che la città s'allarghi, e le strade si allunghino, e i vicoli s'incrocino più fitto; e va ancora, e va sempre, e va senza posa, e non sa se sogna, o se è desto, o ubriaco, o impazzito; e nel suo cuore di ferro comincia a penetrare il terrore, e i più strani fantasimi gli si affollano nella mente smarrita; così lo straniero nel convento dell'Escuriale. Infilate un lungo corridoio sotterraneo stretto da toccarne le pareti coi gomiti, basso da urtar quasi la testa nella vòlta, e umido come una grotta sottomarina; arrivate in fondo, svoltate, siete in un altro corridoio. Andate oltre, incontrate delle porte, guardate: altri corridoi si allungano a perdita d'occhio. In fondo a qualcuno vedete un barlume di luce, in fondo ad altri una porta aperta che lascia intravedere una fuga di stanze. Di tratto in tratto sentite il rumor d'un passo, v'arrestate, non lo sentite più; poi lo risentite; non sapete se è sopra il vostro capo, o a destra, o a sinistra, o dietro, o davanti. V'affacciate a una porta, e retrocedete impaurito: in fondo allo sterminato corridoio in cui avete lanciato lo sguardo, avete visto un uomo immobile, come uno spettro, che vi guardava. Tirate innanzi, riescite in un cortile angusto, cinto di mura altissime, erboso, sonoro, illuminato di una luce scialba, che par che scenda da un sole ignoto, simile ai cortili delle streghe che ci descrivevano da ragazzi. Uscite dal cortile, salite su per una scala, riuscite sopra una galleria, guardate giù: è un altro cortile silenzioso e deserto. Infilate un altro corridoio, scendete un'altra scala, vi trovate in un terzo cortile; poi daccapo corridoi e scale e fughe di sale vuote e cortili angusti, e per tutto granito, erba, luce scialba, silenzio di tomba. Per un po' di tempo vi pare che riuscirete a tornare sui vostri passi; poi la memoria vi si turba, e non ricordate più nulla; vi pare d'aver fatto dieci miglia, di essere in quel laberinto da un mese, di non poterne più uscire. Vi affacciate sur un cortile e dite:—l'ho già visto!—No, v'ingannate, è un altro. Credete di essere da quella tal parte dell'edifizio, siete dalla parto opposta. Domandate al custode dov'è il claustro, vi risponde:—È qui;—e camminate ancora per mezz'ora. Vi par di sognare: vedete di sfuggita lunghi muri dipinti a fresco, ornati di quadri, di croci, d'iscrizioni; vedete e dimenticate; chiedete a voi stessi: dove sono? Vedete una luce d'un altro mondo; non avevate idea d'una siffatta luce; è l'effetto del riflesso del granito? è il lume della luna? No, è giorno; ma è una luce più trista delle tenebre; è una luce falsa, sinistra, fantastica. E avanti, di corridoio in corridoio, di cortile in cortile; vi guardate innanzi con sospetto; aspettate di veder all'improvviso, allo svoltar d'un canto, una fila di frati scheletriti, col cappuccio sugli occhi e le braccia in croce; pensate a Filippo II; vi par di sentire il suo passo lento allontanarsi per gli anditi oscuri; vi ricordate tutto quello che avete letto di lui, dei suoi terrori, dell'Inquisizione, e ogni cosa vi s'illumina agli occhi della mente d'una subita luce; capite ogni cosa per la prima volta; l'Escuriale è Filippo II, lo vedete a ogni passo, sentite il suo respiro, egli è ancora là, vivo e spaventevole, e con lui l'immagine del suo Dio tremendo. Allora voi vorreste ribellarvi, sollevare il pensiero al Dio del vostro cuore e delle vostre speranze, e vincere il terrore misterioso che il luogo v'ispira; ma non potete; l'Escuriale vi circonda, vi possiede, vi schiaccia; il freddo delle sue pietre vi penetra nelle ossa; la tristezza dei suoi laberinti sepolcrali v'invade l'anima; se siete con un amico, gli dite:—Usciamo;—se foste colla vostra amante la stringereste al cuore con un senso di trepidazione; se foste solo, pigliereste la corsa; infine salite una scala, entrate in una stanza, v'affacciate a una finestra, e salutate con uno slancio di gratitudine i monti, il sole, la libertà, il Dio grande e benefico che ama e che perdona.
Che respirone si tira a quella finestra!
Di là si vedono i giardini, che occupano uno spazio ristretto, e son semplicissimi; ma quanto si può dire eleganti e belli, e in perfetta armonia coll'edifizio. Vi si vedon dodici leggiadre fontane, ciascuna circondata da quattro quadrati di mortella che rappresentano scudi reali, disegnati con un gusto sì squisito e arrotondati con una tal finitezza, che a guardarli sulle finestre, paion tessuti di felpa e di velluto, e formano nella bianca arena dei sentierini un graziosissimo spicco. Non alberi, non fiori, non capanni: in tutto il giardino non si vedono che fontane, quadrati di mortella, e due soli colori, il verde e il bianco; ed è tale la bellezza di quella nobile semplicità, che non se ne può staccare lo sguardo, e quando lo si è staccato, il pensiero vi ritorna, e ci si arresta con un diletto dolcissimo temperato di una sorta di mestizia gentile. In una stanza vicina a quella che guarda in sul giardino, mi si fece vedere una serie di reliquie, che considerai in silenzio senza lasciar trapelare al custode il mio intimo sentimento di dubbio: una scheggia della santa croce regalata dal Papa a Isabella II, un pezzo di legno bagnato del sangue, ancora visibile, di san Lorenzo, un calamaio di santa Teresa, ed altri oggetti, fra i quali un altarino portatile di Carlo V, e una corona di spine e un par di tanaglie da tortura, trovate non so più dove. Di là mi condussero sulla cupola della chiesa di dove si gode un colpo d'occhio immenso. Da un lato lo sguardo si stende per tutta la campagna montuosa che corre fra l'Escuriale e Madrid; dall'altro si vedono le montagne nevose del Guadarrama; sotto, si abbraccia con un'occhiata tutto lo smisurato edifizio, i lunghi tetti di piombo, le torri; si vede nell'interno dei cortili, dei claustri, dei portici, delle gallerie; si possono ricorrere col pensiero i mille andirivieni dei corridoi e delle scale, e dire:—Un'ora fa ero laggiù—qui—lassù—là sotto—laggiù lontano,—e maravigliarsi d'aver fatto tanto cammino, e rallegrarsi d'essere uscito da quel labirinto, da quelle tombe, da quelle tenebre, e di poter tornare in città e rivedere gli amici.
Un viaggiatore illustre disse che dopo aver passato una giornata nel convento dell'Escurial, ci si deve sentir felici per tutta la vita, solo pensando che si potrebbe essere ancora fra quelle mura e che non ci s'è più. È quasi vero. Ancora adesso, dopo tanto tempo, nei giorni piovosi, quando sono tristo, penso all'Escurial, poi guardo le pareti della mia stanza, e mi rallegro; nelle notti insonni, vedo i cortili dell'Escurial; quando sto male e dormo un sonno torbido e penoso, sogno di girare per quei corridoi, solo, al buio, inseguito dal fantasma d'un vecchio frate, gridando e picchiando a tutte le porte, senza trovare l'uscita, finchè vo a dar del capo nel Panteon e la porta mi si chiude fragorosamente alle spalle e resto sepolto tra le tombe. Con che piacere rividi i mille lumi della Puerta del Sol, i caffè affollati, e la grande e rumorosa strada d'Alcalà! Rientrando in casa feci un tale strepito che la serva, ch'era una buona e semplice galiziana, corse tutta affannata dalla padrona e le disse:—Me parece que el italiano se ha vuelto loco!—(Mi pare che l'italiano sia diventato matto.)
Più dei galli e più dei tori, mi divertirono i deputati delle Cortes. M'era riuscito di ottenere un posticino nella tribuna dei giornalisti, e mi ci andavo a piantare ogni giorno, e ci stavo fino alla fine con un piacere infinito. Il Parlamento spagnuolo ha un aspetto più giovanile del nostro; non perchè i deputati sian più giovani; ma perchè son più attillati e più lindi. Là non si vedono quelle chiome scarmigliate, quelle barbe incolte, e quelle casacche di nessun colore che si vedon sui banchi della nostra Camera: là barbe e capelli ravviati e lucidi, gran camicie ricamate, soprabiti neri, calzoncini chiari, guanti ranciati, mazzine col pomo d'argento e fiori all'occhiello. Il Parlamento spagnuolo s'attiene al figurino della moda. E quale il vestire, tale il parlare: vivo, gaio, fiorito, scintillante. Noi lamentiamo già che i nostri deputati siano solleciti della forma più che non convenga ad oratori politici; ma i deputati spagnuoli la curano assai più studiosamente e, convien dirlo, con assai miglior garbo. Non solo parlano con facilità meravigliosa, così che è rarissimo il sentire un deputato che s'interrompa a mezzo il periodo per cercare la frase; ma non c'è chi non si sforzi di parlar corretto, e di dare alla sua parola un po' di lustro poetico, un po' di sapor classico, un po' d'impronta di grande stile oratorio. I ministri più gravi, i deputati più timidi, i finanzieri più rigorosi, quand'anche parlino di argomenti lontanissimi da quanto può dare appiglio alla rettorica, infiorano i loro discorsi di bei modi da Antologia, d'aneddoti ameni, di versi famosi, d'apostrofi alla civiltà, alla libertà, alla patria; e tiran via a precipizio come se recitassero cose imparate a mente, con un'intonazione sempre misurata ed armonica, e una varietà di atteggiamenti e di gesti che non lascia luogo un istante alla noia. E i giornali, giudicando i loro discorsi, lodano l'elevatezza dello stile, la purità della lingua, los rasgos sublimes, i tratti sublimi, che vi si ammirarono, se si tratta dei loro amici, si sottintende; oppure dicono con disprezzo che lo stile è sesquipedale, la lingua corrotta, la forma, in una parola, questa benedetta forma! incolta, ignobile, indegna delle splendide tradizioni dell'arte oratoria spagnuola. Questo culto della forma, questa grande facilità di parola degenera in vanità ampollosa; e certo che non s'hanno a cercare nel Parlamento di Madrid i modelli della vera eloquenza politica; ma non è men vero quello che universalmente si dice: che codesto Parlamento è fra tutti gli europei il più ricco di facondi oratori nel senso generale della parola. Bisogna sentire una discussione sur un argomento di alta politica, che muova le passioni! È una vera battaglia! Non son più discorsi, son diluvii di parole, da fare ammattire gli stenografi e confonder la testa agli uditori delle tribune! Sono voci, gesti, impeti, rapimenti d'ispirazione che fan pensare all'Assemblea francese nei giorni turbolenti della rivoluzione! Vi si sente un Rios Rosas, oratore violentissimo, che domina i tumulti col ruggito; un Martos, oratore dalla forma eletta, che uccide col ridicolo; un Pi y Margall, vecchio venerabile, che atterrisce coi sinistri pronostici; un Collantes, parlatore infaticabile, che schiaccia la Camera sotto una valanga di parole; un Rodriguez, che con meravigliosa flessuosità di ragionamenti e di giri, incalza, avviluppa e soffoca gli avversari; e in mezzo ad altri cento, un Castelar che vince e trascina amici e nemici con un torrente di poesia e di armonia. E questo Castelar, noto in tutta Europa, è veramente la più completa espressione dell'eloquenza spagnuola. Egli spinge il culto della forma fino all'idolatria; la sua eloquenza è musica; il suo ragionamento è schiavo del suo orecchio; ei dice o non dice una cosa, o la dice in un senso meglio che in un altro, secondo che torna o non torna al periodo; ha un'armonia nella mente, la segue, la obbedisce, le sacrifica tutto quello che la può offendere; il suo periodo è una strofa; bisogna sentirlo per credere che la parola umana, senza misura poetica e senza canto, si possa avvicinar così all'armonia del canto e della poesia. È più artista che uomo politico, ha d'artista, non solo l'ingegno, ma il cuore; un cuore di fanciullo, incapace di odio o d'inimicizia. In tutti i suoi discorsi non si trova un'ingiuria; nelle Cortes non ha mai provocato una seria quistione personale; non ricorre mai alla satira, non adopera mai l'ironia; nelle sue più violente filippiche non versa una dramma di fiele; e questa n'è una prova che, repubblicano, avversario di tutti i ministeri, giornalista battagliero, accusatore perpetuo di chi esercita un potere, e di chi non è fanatico per la libertà, non s'è fatto odiare da nessuno. E però i suoi discorsi si godono e non si temono; la sua parola è troppo bella per esser terribile; il suo carattere troppo ingenuo perchè egli possa esercitare una influenza politica; egli non sa armeggiare, tramare e barcamenarsi; egli non è buono che a piacere ed a splendere; la sua eloquenza, quando è più grande, è tenera; i suoi più bei discorsi fan piangere. Per lui la Camera è un teatro. Come i poeti improvvisatori, per aver l'ispirazione piena e serena, egli ha bisogno di parlare a quella data ora, in quel determinato punto e con quel certo tempo libero dinanzi a sè. Perciò, il giorno che deve parlare, prende le sue misure col Presidente della Camera; il Presidente dispone in modo che gli tocchi la parola quando le tribune sono affollate e tutti i deputati al loro posto; i suoi giornali annunziano la sera innanzi il suo discorso affinchè le signore possano procurarsi il biglietto; egli ha bisogno d'aspettazione. Prima di parlare è inquieto, non può posare un istante, entra nella Camera, esce, rientra, torna ad uscire, gira pei corridoi, va nella biblioteca a sfogliare un libro, scappa nel caffè a bere un bicchier d'acqua, par preso dalla febbre, gli sembra che non saprà accozzar due parole, che farà ridere, che si farà fischiare; del suo discorso non gli rimane una sola idea lucida nella mente, ha confuso tutto, ha dimenticato tutto.—Come va il polso?—gli domandano sorridendo gli amici. Giunto il momento solenne, sale al suo banco col capo basso, tremante, pallido, come un condannato che va a morire, rassegnato a perdere in un sol giorno la gloria conquistata in tanti anni e con tante fatiche. In quel momento i suoi stessi nemici senton pietà del suo stato. Egli si alza, volge uno sguardo intorno, e dice:—Señores!—È salvo; il suo coraggio si rinfranca, la sua mente si rischiara, il suo discorso gli si ricompone nella testa come un'arietta dimenticata; il Presidente, le Cortes, le tribune spariscono; egli non vede più che il suo gesto, non ode più che la sua voce, non sente più che la fiamma irresistibile che lo accende e la forza misteriosa che lo solleva. È bello sentir dire da lui queste cose: «Io non vedo più le pareti della sala,» dice, «vedo genti e paesi lontani che non ho mai visti.»—E parla per ore e per ore, e non un deputato esce dall'aula, non una persona si muove nelle tribune, non una voce lo interrompe, non un gesto lo distrae; neanche quando fa una scappatella in barba del Regolamento, il Presidente non ha il coraggio d'interromperlo; egli fa balenare a suo bell'agio l'immagine della sua repubblica vestita di bianco e coronata di rose, e i monarchici non s'arrischiano a protestare, perchè, così vestita, la trovan bella anch'essi; il Castelar è signore dell'Assemblea: tuona, sfolgora, canta, strepita e scintilla come un fuoco d'artifizio, fa sorridere, strappa grida di entusiasmo, finisce in mezzo a un immenso fragore d'applausi, e se ne va colla testa in visibilio. Tale è questo famoso Castelar, professore di storia all'Università, fecondissimo scrittore di politica, d'arte, di religione; pubblicista che razzola cinquantamila lire all'anno nei giornali d'America, accademico eletto ad unanimità dall'Academia española, segnato a dito per le vie, festeggiato dal popolo, amato dai nemici, giovane, gentile, vanerello, generoso, beato.