“O la ragione?”
“La ragione è questa;” rispose, accennandomi un muro al quale era affissa una pianta di Toledo. M'avvicinai e vidi un garbuglio di linee bianche sur un fondo nero che pareva uno di quei ghirighori che fanno i ragazzi sulla lavagna per consumare il gesso a dispetto del maestro. “Non importa,” dissi, “voglio andar solo; e se mi smarrirò, mi troveranno.”—“Non farà cento passi,” osservò il fattorino. Uscii e infilai la prima strada che vidi, tanto stretta che, allargando le braccia, toccavo tutti e due i muri. Fatti cinquanta passi, mi trovai in un'altra strada più stretta della prima, e da questa riuscii in una terza, e via così. Mi pareva di girare, non per le strade d'una città, ma per gli anditi d'un edifizio; e andavo oltre coll'idea di dover riuscire da un momento all'altro in un luogo aperto.—È impossibile,—pensavo,—che la città sia tutta costruita in questa maniera; non ci si potrebbe vivere.—Ma via via che procedevo, mi sembrava che le strade si facessero più strette e più corte; ogni momento dovevo svoltare; dopo una strada curva, veniva una strada a zig-zag, dopo questa un'altra fatta ad uncino, che mi riconduceva nella prima, e così giravo per un pezzo sempre in mezzo alle stesse case. Di tratto in tratto riuscivo in un crocicchio di parecchi vicoli che scappavano in direzioni opposte, e quale si perdeva nel buio d'un portico, quale urtava, dopo pochi passi, contro il muro d'una casa, quale scendeva giù come per sprofondarsi nelle viscere della terra, quale s'arrampicava per un'erta salita; alcuni, larghi appena tanto da dar passo ad un uomo; altri stretti in mezzo a due muri senza porte e senza finestre; tutti fiancheggiati da edifizii di grande altezza, che lasciavano apparire appena una sottile striscia di cielo fra tetto e tetto; con poche finestre munite di grosse inferriate, con grandi porte tempestate di chiodi enormi, con cortili angusti ed oscuri. Camminai un pezzo senza incontrar nessuno, fin che riuscii in una delle strade principali, tutta fiancheggiata da botteghe e piena di contadini, di donne, di ragazzi; ma poco più larga d'un corridoio ordinario. Ogni cosa è proporzionato alla strada: le porte paion finestre, le botteghe paion nicchie, e vi si vedon dentro tutti i segreti della casa: la tavola apparecchiata, i bambini in culla, la madre che si pettina, il padre che si cambia la camicia; tutto è lì sulla strada; non par di essere in una città, ma in una casa abitata da una sola grande famiglia. Svolto in una strada meno frequentata, non vi si sente il ronzìo d'una mosca, il mio passo risuona fino al quarto piano degli edifizii, qualche vecchierella fa capolino alla finestra. Passa un cavallo, par che passi uno squadrone: tutti s'affacciano a guardar che cosa segue. Il più leggero rumore echeggia in ogni parte; un libro che cade in una stanza al secondo piano, un vecchio che tosse in un cortile, una donna che si soffia il naso non so dove; si sente tutto. In qualche punto cessa ad un tratto ogni rumore, siete soli, non vedete più segno di vita: son case da streghe, crocicchi da congiure, chiassuoli da tradimenti, angiporti da delitti, finestrine da colloquii d'amanti infami, porte sinistre che fanno sospettare scale macchiate di sangue. Ma pure in tutto questo laberinto di strade non ce n'è due che si somigliano; ognuna ha qualcosa di proprio; qui un arco, là una colonnetta, più oltre una scultura; Toledo è un emporio di tesori d'arte; per poco che si scrostino i muri, si scoprono in ogni parte dei ricordi di tutti i secoli: bassorilievi, arabeschi, finestrine moresche, statuette. I palazzi hanno porte munite di lastre di metallo incise, di martelli istoriati, di chiodi colle teste cesellate, di scudi, di emblemi; e formano un bel contrasto colle case moderne dipinte a ghirlande, medaglioni, amori, urne, animali fantastici. Ma questi abbellimenti non tolgono nulla all'aspetto severo e tristo di Toledo. Dovunque volgiate lo sguardo, v'è qualche cosa che vi rammenta la città forte degli Arabi; per poco che la vostra immaginazione lavori, riesce a ricomporre, coi tratti rimasti qua e là, tutto il disegno del quadro cancellato, e allora l'illusione è completa; rivedete la gran Toledo del medio evo; e dimenticate la solitudine e il silenzio delle sue strade. Ma è un'illusione di pochi istanti, dopo la quale ricadete in una trista meditazione, e non vedete più che lo scheletro della città antica, la necropoli di tre imperi, il grande sepolcro della gloria di tre popoli. Toledo vi rammenta i sogni fatti da giovanetti dopo la lettura di leggende romanzesche del medio evo. Voi avrete visto molte volte, nei sogni, delle città oscure, cinte di fossi profondi, di mura altissime, di roccie inaccessibili; e sarete passati su quei ponti levatoi, e sarete entrati in quelle strade torte ed erbose, ed avrete respirato quell'aria umida di prigione e di tomba. Ebbene, avete sognato Toledo.
La prima cosa a vedersi, dopo l'aspetto generale della città, è la Cattedrale, che vien considerata a giusto titolo come una delle più belle del mondo. La storia di questa Cattedrale, stando alla tradizione popolare, rimonta sino ai tempi dell'Apostolo Santiago, primo vescovo di Toledo, che avrebbe designato il luogo dove venne innalzata; ma la costruzione dell'edifizio tal quale oggi si ammira, fu cominciata nel 1227, sotto il regno di San Ferdinando, e terminata dopo duecento e cinquant'anni di lavoro quasi continuo. L'aspetto esterno di questa immensa chiesa non è nè ricco nè bello come quello della cattedrale di Burgos. Davanti alla facciata si stende una piccola piazza, ed è il solo punto d'onde si possa abbracciare collo sguardo una vasta parte dell'edifizio; tutt'intorno corre una stradicciuola, dalla quale, per quanto si torca il collo, non si vede che l'alto muro di cinta che chiude la chiesa come una fortezza. La facciata ha tre grandi porte, chiamate l'una del Perdono, l'altra dell'Inferno, la terza del Giudizio; ed è fiancheggiata da una robusta torre, che termina in una bella cupola ottagona. Per quanto, girando intorno all'edifizio, si sia visto che è immenso, al primo entrare si è colpiti da un senso profondo di meraviglia; e subito dopo da un altro vivissimo piacere, che vien da quella freschezza, da quella quiete, da quell'ombra soave, e da una misteriosa luce, la quale penetrando per le vetrate a colori di innumerevoli finestre, si frange in mille raggi azzurri, gialli, rosei, che guizzano qua e là lungo gli archi e le colonne come striscie d'arcobaleno. La chiesa è formata da cinque grandi navate divise da ottantotto pilastri enormi, composti ciascuno di sedici colonne fusate, e strette come un fascio di lancie; una sesta navata taglia ad angolo retto queste cinque, passando fra l'altar maggiore ed il coro; e la volta della navata principale si alza maestosamente sull'altre, che sembrano curvarsi come per renderle omaggio. La luce variopinta e il color chiaro della pietra danno alla chiesa come un'aria di raccolta letizia che tempera l'aspetto malinconico dell'architettura gotica, senza nulla togliere alla sua gravità austera e pensosa. Passar dalle strade di quella città fra le navate di quella Cattedrale, gli è come passar da una segreta a una piazza: si guarda intorno, si respira, si risente la vita.
L'altar maggiore, a volerlo considerar per la minuta, richiederebbe altrettanto tempo che la chiesa intera; è una chiesa, è un visibilio di colonnine, di statuette, di fogliami, d'ornamenti svariatissimi, che sporgon lungo gli spigoli, s'alzano sopra gli architravi, serpeggiano intorno alle nicchie, si sostengono l'un l'altro, si ammontano, si nascondono, presentando in ogni parte mille profili, e gruppi, e scorti, e dorature, e colori, e ogni maniera di artifiziose leggiadrie, che porgon tutte insieme l'aspetto di una magnificenza piena di decoro e di grazia. Di fronte all'altar maggiore è il coro, diviso in tre ordini di seggiole meravigliosamente scolpite da Filippo di Borgogna e dal Berruguete, con bassorilievi rappresentanti fatti storici, allegorici, sacri, che si considerano come uno dei più insigni monumenti dell'arte. In mezzo, in forma di trono, è il seggio dell'arcivescovo; intorno, un giro di enormi colonne di diaspro; sugli architravi, delle statue colossali d'alabastro; ai due lati, degli enormi pulpiti di bronzo con suvvi dei messali giganteschi, e due smisurati organi, l'uno di fronte all'altro, dai quali par debba prorompere da un istante all'altro un torrente di note da far tremare le volte.
Il piacere dell'ammirazione, in queste grandi cattedrali, è quasi sempre turbato dai ciceroni importuni che vogliono ad ogni costo che vi divertiate a modo loro. E per mia disgrazia mi ebbi a persuadere che i ciceroni spagnuoli sono i più ostinati della razza. Quand'uno di costoro s'è fitto in capo che voi avete da passar la giornata con lui, è finita. Potete scrollar le spalle, non rispondere, lasciar che si sfiati senza neanco voltare il viso, girare per conto vostro come se non l'aveste veduto: è tutt'uno. In un momento d'entusiasmo, dinanzi a un quadro o a una statua, vi sfugge una parola, un gesto, un sorriso: basta, siete legato, siete suo, siete preda di questa implacabile pieuvre umana, che come quella di Victor Hugo, non lascia la vittima che a tagliarle la testa. Mentre stavo contemplando le statue del Coro, vidi colla coda dell'occhio uno di codeste pieuvres, un vecchietto mezzo sfatto, che mi si avvicinava a lenti passi, di sbieco, come un sicario, guardandomi coll'aria di dire:—Ci sei.—Io continuai a guardar le statue; il vecchio mi venne accanto, e si mise anch'egli a guardare; poi ad un tratto mi domandò: “Vuol che l'accompagni?”
“No,” risposi, “non m'occorre.”
Ed egli senza scomporsi: “Sa chi era Elpidio?”
La domanda era così strana, che non potei trattenermi dal domandare alla mia volta: “Chi era?”
“Elpidio,” rispose, “fu il secondo vescovo di Toledo.”
“E con questo?”