E infilai la stradina solitaria.
Nei dintorni di Cordova non c'è notevoli monumenti arabi a vedere. Eppure tutta la valle era un tempo sparsa di stupendi edifizi. Lontano tre miglia dalla città, a settentrione, alle falde d'un monte, sorgeva Medina Az-Zahra, la città fiorente, una delle più meravigliose opere d'architettura del califfato di Abdurrahman III, iniziata dal Califfo stesso in omaggio a una sua favorita di nome Az-Zahra. Le fondamenta furon gettate l'anno novecentotrentasei, e diecimila operai vi lavorarono per venticinque anni. I poeti arabi celebrarono Medina Az-Zahra come la più splendida delle reggie umane, e il più delizioso giardino della terra. Non era un edifizio, ma un vastissimo congiunto di palazzi, di giardini, di cortili, di porticati, di torri. Ivi piante pellegrine della Siria, giuochi fantastici di fontane altissime, fiumicelli fiancheggiati dalle palme, e vasti bacini colmi di mercurio, che scintillavano ai raggi del sole come laghi di fuoco; porte d'ebano e d'avorio, tempestate di gemme; migliaia di colonne di preziosissimi marmi, grandi terrazze aeree, e fra la moltitudine innumerevole delle statue, dodici animali d'oro massiccio, luccicanti di perle, che schizzavan dalla bocca e dalle nari acque odorose. In questa immensa reggia formicolavano migliaia di servi, di schiavi, di donne, e accorrevano da ogni parte del mondo i musici e i poeti. E nondimeno, codesto Abdurrahman III, che visse fra tante delizie, che regnò per cinquant'anni, che fu potente, glorioso e fortunato in ogni vicenda e in ogni impresa, scrisse prima di morire che durante il suo lungo regno non era stato felice che quattordici giorni! E la sua favolosa città fiorente, settantaquattr'anni dopo che n'era stata posta la prima pietra, fu invasa, saccheggiata ed arsa da un'orda barbaresca, ed oggi non ne restan che poche pietre, che appena ne rammentano il nome. Di un'altra splendida città, di nome Zahira, che sorgeva ad oriente di Cordova, fatta costrurre dal poderoso Almansur, governatore del Regno, non restan neanco le rovine: una mano di ribelli la ridusse in cenere poco dopo la morte del suo fondatore.
«Tutto ritorna alla gran madre antica.»
Invece di fare una scarrozzata nei dintorni di Cordova, mi diedi a errare qua e là, almanaccando sui nomi delle strade, che per me è uno dei più saporiti piaceri che si possan provare in una città sconosciuta. Cordova, alma ingeniorum parens, avrebbe di che scrivere ad ogni angolo di strada il nome d'un artista o d'un dotto illustre nato fra le sue mura; e, sia detto ad onor suo, li ha tutti ricordati con materna gratitudine. Voi ci trovate la piazzetta di Seneca, e la casa,—se sarà quella,—nella quale nacque; la via di Lucano; la via di Ambrosio Morales, l'istoriografo di Carlo V, continuatore della Cronaca generale della Spagna cominciata da Florian di Ocampo; la via di Paolo Cespedes, pittore, architetto, scultore, archeologo, autore d'un poema didattico El arte de la pintura, sfortunatamente non finito, sparso di stupende bellezze. Ardente di entusiasmo per Michelangelo, del quale aveva ammirato le opere in Italia, gli sciolse nel suo poema un inno di lode che è uno dei più bei tratti della poesia spagnuola; e mio malgrado, m'escon dalla penna gli ultimi versi, che ogni italiano, anche non conoscendo la lingua sorella, può intendere e sentire. Non credere, egli dice al lettore, di poter scoprire la perfezione della pittura in altra cosa
«Que en aquella escelente obra espantosa
Mayor de cuantas se han jamas pintado,
Que hizo[3] el Buonarrota de su mano
Divina, en el etrusco Vaticano!
Cual nuevo Prometeo en alto vuelo
Alzándose, estendiò las alas tanto,
Que puesto encima el estrellado[4] cielo
Una parte alcanzò[5] del fuego santo;
Con que tornando enriquecido al suelo
Con nueva maravilla y nuevo espanto,
Diò vida con eternos resplandores
À marmoles, à bronces, à colores.
¡O mas que mortal hombre! ¿Angel divino
O cual te nomaré? No humano cierto
Es tu ser, que del cerco empireo vino[6]
Al estilo y pincel vida y concierto:
Tu mostraste à los hombres el camino
Por mil edades escondido, incierto
De la reina virtud; a ti se debe
Honra que en cierto dia el sol renueve.»
Mormorando questi versi, riuscii nella via Juan de Mena, l'Ennio spagnuolo, come lo chiamano i suoi concittadini, autore d'un poema fantasmagorico, intitolato: Il labirinto, imitazione della Divina Commedia, di gran fama ai suoi tempi; e non privo, in vero, di qualche pagina di poesia ispirata e profonda; ma, nell'assieme, gonfio di pedantesco misticismo, e freddo. Giovanni II, re di Castiglia, andava pazzo di questo Labirinto, lo teneva accanto al messale nel suo gabinetto, lo portava seco alla caccia; ma, vedete capriccio di Re! il poema non aveva che trecento strofe, e a Giovanni II parevan poche, e sapete per qual ragione? Per la ragione che l'anno è di trecento sessantacinque giorni, e a lui pareva che quanti sono i giorni dell'anno tante dovessero essere le strofe del poema; e pregò il poeta di comporne altre sessantacinque, e il poeta lo obbedì; lietissimo, l'adulatore! di vedersi offerto un pretesto per adulare ancora; benchè l'avesse già tanto adulato, fino al segno di pregarlo che gli correggesse i suoi versi! Dalla via Juan de Mena, passai nella via Gongora, il Marini della Spagna, non meno grande d'ingegno, ma forse anche più corruttore della sua letteratura che non sia stato della nostra il Marini, poichè guastò, stroppiò, imbastardì in mille modi anche la lingua; onde Lopez de Vega argutamente fa chiedere da un poeta gongorista al suo ascoltatore:—Mi capisci?—e questi risponde:—Sì!—e il poeta di rimando:—Menti! perchè non mi capisco neanch'io.—Non però scevro affatto di gongorismo neanche il Lopez, cui bastò l'animo di scrivere che il Tasso non era che l'aurora del sol di Marini; nè scevro il Calderon, nè gli altri più grandi. Ma basti di poesia, per non uscire di carreggiata.