La prima impressione che mi fece fu di mettermi in dubbio se fosse o non fosse una città; poi risi; poi mi voltai verso i miei compagni di viaggio coll'aria di chi domanda che lo rassicurino che non s'è ingannato. Cadice sembra un'isola di gesso. È una gran macchia bianca in mezzo al mare senza una sfumatura oscura, senza un punto nero, senza un'ombra; una macchia bianca tersa e purissima come una collina coperta di neve intatta che spicchi sur un cielo color di berillo e di turchina in mezzo a una vasta pianura allagata. Una lunga e sottilissima striscia di terra l'unisce al continente; da tutte le altre parti è bagnata dal mare, come un bastimento sul punto di far vela, non trattenuto più alla riva che da una catena. A poco a poco si distinsero i contorni dei campanili, i profili delle case, le imboccature delle strade; e ogni cosa pareva più bianco via via che ci avvicinavamo, e per quanto guardassi col canocchiale, non mi veniva fatto di trovare in quella bianchezza il più piccolo neo, neanco sopra gli edifizi, neanco intorno al porto, neanco negli estremi sobborghi. Si arrivò nel porto dove non erano che pochi bastimenti a grande distanza gli uni dagli altri, scesi in una barca senza neppur portare con me la valigia perchè dovevo ripartir la stessa sera per Malaga, e così vivo era il mio desiderio di veder la città, che quando la barca giunse alla riva, spiccai innanzi tempo il salto e caddi in terra come corpo morto, che risenta ancora, ahimè! i dolori d'un corpo vivo.

Cadice è la città più bianca del mondo; e non gioverebbe oppormi che non vidi tutte le città, perchè ho per me la buona ragione, che una città più bianca d'una che è superlativamente e completamente bianca non ci può essere. Cordova e Siviglia non han nulla che fare con Cadice; quelle son bianche come la carta, Cadice è bianca come il latte. Per darne una idea, non ci sarebbe di meglio che scrivere mille volte di seguito la parola «bianca» con una matita bianca su carta azzurra e notare in margine:—Impressioni di Cadice—Cadice è uno dei più stravaganti e graziosi capricci umani. Non son bianchi soltanto i muri esterni delle case: son bianche le scale, bianchi i cortili, bianche le pareti delle botteghe, bianchi i muricciuoli, bianchi i pilastri, bianchi gli angoli più riposti e più oscuri delle case più povere, delle strade più appartate; bianco ogni cosa dai tetti alle cantine, per tutto dove può entrare la punta di un pennello, persino i fori, persino le screpolature, persino i nidi degli uccelli. In ogni casa è un deposito di calce e di bianco, e ogni volta che l'occhio scrutatore degli inquilini scopre una macchietta, si dà di piglio al pennello e si copre. I servitori non sono ricevuti dalle famiglie se non sanno fare l'imbianchino. Uno scarabocchio di carbone sur un muro è uno scandalo, un attentato contro la quiete pubblica, un atto di vandalismo. Potete girar tutta la città, guardar dietro a tutte le porte, ficcare il naso in tutti i bugigattoli, e non troverete che bianco e sempre bianco ed eternamente bianco.

Con tutto questo, Cadice non arieggia nemmeno alla lontana le altre città andaluse. Le sue strade sono lunghe e diritte, e le case alte, e senza i patios di Cordova e di Siviglia. Ma per questo l'aspetto della città non riesce men nuovo e gradevole agli occhi dello straniero. Le strade sono diritte, ma strette, e poichè sono anche lunghissime, e molte attraversano tutta la città, così vi si vede in fondo, come per lo spiraglio d'una porta, una sottilissima lista di cielo, che fa parer quasi che la città sia costrutta sulla sommità d'una montagna tagliata a picco da tutte le parti. Inoltre, le case hanno un gran numero di finestre, e ogni finestra è munita, come a Burgos, d'una specie di vetrina sporgente che s'appoggia su quella della finestra di sopra e sorregge quella della finestra di sotto; così che in molte strade le case sono completamente coperte di vetro, e si vede appena qualche tratto di muro, e par di passare in un corridoio d'un immenso Museo. Qua e là, fra una casa e l'altra, sporgono i rami eleganti d'una palma; in ogni piazza v'è un mucchio lussureggiante di verzura; su tutte le finestre ciuffi d'erbe e ciocche di fiori.

In verità, io ero ben lontano dall'immaginare che fosse così gaia e ridente questa terribile e sventurata Cadice, arsa dagl'Inglesi nel secolo decimosesto, bombardata sulla fine del decimottavo, devastata dalla peste, e poi ospite delle flotte di Trafalgar, sede della giunta rivoluzionaria durante la guerra dell'Indipendenza, teatro di stragi orrende nella rivoluzione del 1820, bersaglio delle bombe francesi nel 1823, e antesignana della rivoluzione che sbalzò dal trono i Borboni, e sempre inquieta e turbolenta e prima fra tutte a lanciare il grido della battaglia. Di tante vicende e di tante lotte non restano che palle di cannone confitte nei muri, poichè su tutte le altre traccie della distruzione è passato l'inesorabile pennello, che copre d'un velo bianco ogni vergogna. E come delle guerre nuovissime, così non vi rimane traccia nè dei Fenici che la fondarono, nè dei Cartaginesi e dei Romani che l'ampliarono e l'abbellirono; quando non si volesse considerar come traccia la tradizione che ci dice: qui sorgeva un tempio ad Ercole, là sorgeva un tempio a Saturno. Ma il tempo ha fatto ben di peggio che togliere a Cadice i monumenti antichi: le tolse il commercio e le ricchezze, dopo che la Spagna perdette i suoi possedimenti d'America; ed ora Cadice giace là inerte sul suo scoglio solitario, aspettando invano le mille navi che venivano un giorno imbandierate e festose a recarle i tributi del nuovo mondo.

Avevo una lettera di raccomandazione per il nostro console, gliel'andai a portare, e fui cortesemente condotto da lui sulla cima d'una torre di dove potei abbracciare con uno sguardo tutta la città. Fu una nuova e più viva meraviglia. Cadice, vista dall'alto, è bianca, tutta bianca e purissimamente bianca come vista dal mare; in tutta la città non v'è un tetto; ogni casa è chiusa di sopra da una terrazza cinta di un parapetto imbiancato; quasi su ogni terrazza si innalza una torricina, pure bianca, sormontata da un'altra terrazza, o da una cupoletta, o da una specie di casotto da sentinella: ogni cosa bianco. E tutte queste cupolette, queste punte, questi merli, che formano alla città un contorno svariatissimo e bizzarro, spiccano e appaiono più bianchi sul vivo azzurro del mare. Lo sguardo percorre tutto l'istmo che unisce Cadice al continente, abbraccia un lunghissimo tratto della costa lontana su cui biancheggiano le città di Puerto real e di Puerto Santa Maria e villaggi e chiese e ville; e spazia nel porto e sull'oceano e pel bellissimo cielo che gareggia col mare di limpidezza e di luce.

Io non potevo saziarmi di guardare quella strana città. A socchiuder gli occhi, appariva come coperta d'un immenso lenzuolo. Ogni casa sembra costrutta ad uso di osservatorio astronomico. Tutta la popolazione, in caso che il mare inondasse la città, come ne' tempi antichi, si potrebbe raccogliere nelle terrazze e starci, salvo la paura, a tutt'agio. Mi fu detto che, pochi anni sono, in occasione di non so che eclissi, in pieno giorno, si vide questo spettacolo. I settantamila abitanti di Cadice saliron tutti sulle terrazze per osservare il fenomeno. La città, di tutta bianca, era diventata di mille colori; ogni terrazza era gremita di teste; si vedeva con un colpo d'occhio, quartiere per quartiere, tutta la popolazione; un mormorío sordo e diffuso si elevava al cielo come il muggito del mare, e un movimento immenso di braccia, di ventagli, di canocchiali rivolti in alto faceva parere che si aspettasse la discesa di qualche angelo dalla sfera del sole. Al momento fissato, si fece un silenzio profondo; appena cessato il fenomeno, tutta la popolazione mandò un grido che parve uno scoppio di tuono; e pochi momenti dopo, la città riapparve bianca.

Sceso dalla torre, visitai la cattedrale, vasto edifizio di marmo, del secolo decimosesto, non certo paragonabile alle cattedrali di Burgos e di Toledo, ma pure d'un'architettura nobile e ardita, e ricca, come tutte le chiuse spagnuole, d'ogni maniera di tesori. Fui a vedere il Convento dove il Murillo, dipingendo un quadro sopra un altar maggiore, cadde dal palco, e riportò la ferita, che fu cagione della sua morte. Feci una corsa nel Museo di pittura, che contiene alcuni bei quadri del Zurbaran. Entrai nel Circo dei tori, che è tutto di legno, e fu costrutto in pochi giorni per offrire uno spettacolo alla regina Isabella. E verso sera andai a fare un giro sur un delizioso passeggio lungo la riva del mare, in mezzo agli aranci e alle palme, dove mi furono segnate a dito ad una ad una le più belle ed eleganti caditane. A me, qualunque sia il giudizio degli Spagnuoli, il tipo femminino di Cadice non parve da meno di quello tanto celebrato di Siviglia. Le donne sono un po' più alte e un po' più grassoccie, e d'un bruno più carico. Qualche osservatore fino credette di poter asserire che ritraggon molto del tipo greco: non so da che parte. Io non ci vidi, salvo la statura, che il tipo andaluso; e bastò per farmi tirare dei sospironi che avrebbero mandato innanzi una barca, e costringermi a ritornare quanto prima potei al mio bastimento, come a un luogo di rifugio e di pace.

Quando rimisi il piede a bordo, era notte, il cielo scintillava tutto di stelle, e l'aria portava or sì or no la musica della banda che suonava sul passeggio di Cadice. I cantanti dormivano, ero solo, la vista dei lumi della città e quella musica e il ricordo dei bei visini caditani mi dava malinconia; non sapevo che far di me; scesi sotto coperta, presi il mio quaderno e incominciai la descrizione di Cadice. Ma non mi riuscì che di scrivere una diecina di volte le parole bianco, azzurro, neve, splendore, colori; dopo di che abbozzai una figurina di donna e poi chiusi gli occhi e sognai l'Italia.


XI.
MALAGA.