A Malaga avevo un amico, andai a cercarlo, passammo la giornata insieme. Da lui ebbi una curiosa notizia. A Malaga è un'Accademia letteraria composta di più di ottocento soci, nella quale si celebrano gli anniversarii di tutti i grandi scrittori e si fa due volte la settimana una lettura pubblica sur un argomento di scienza o di letteratura. Quella sera stessa vi si doveva celebrare una festa solenne. Alcuni mesi prima l'Accademia aveva stabilito il premio di tre bei fiori d'oro, smaltati di varii colori, per i tre poeti che componessero la miglior ode al progresso, la miglior romanza sulla riconquista di Malaga, la miglior satira contro uno dei vizii più comuni della moderna società civile. Era stata fatta una convocatoria a tutti i poeti della Spagna, le poesie eran piovute a rifascio, un giurì le aveva segretamente giudicate, e quella sera stessa doveva profferire la sentenza. La cerimonia si faceva con gran pompa: vi avevano ad assistere il Vescovo, il Governatore, il Comandante di marina, i consoli, i personaggi più cospicui della città, con giubba, ciondoli e ciarpe, e un gran numero di signore vestite da ballo. Le tre più belle Muse della città dovevano presentarsi sur una specie di palco scenico inghirlandato e imbandierato, aprire ciascuna il plico che conteneva la poesia premiata, e proclamare tre volte il nome dell'autore; se l'autore rispondeva, invitarlo a leggere i suoi versi, e presentargli il fiore; se non rispondeva, leggerli esse medesime. In tutta la città non si parlava d'altro che dell'Accademia, si congetturavano i nomi dei vincitori, si predicevano meraviglie delle tre poesie, si magnificava l'apparatura della sala. Questa festa poetica, alla quale si dà il nome di juegos floreales, non si celebrava più da dieci anni. Altri giudichi se queste gare e queste pompe giovino o nuocciano alla poesia e ai poeti. Per me sia pur dubbia e sfuggevole la gloria letteraria che può largire la sentenza d'un giurì e l'omaggio d'un Vescovo e d'un governatore, credo che il ricevere in dono un fior d'oro dalla mano d'una bellissima donna, sotto gli sguardi di cinquecento andaluse, al suono d'una musica soave e in mezzo al profumo dei gelsomini e delle rose, sia una gioia anche più viva e più profonda di quella che viene dalla gloria vera e durevole.—No?—Ah! siamo sinceri!
Uno dei miei primi pensieri fu di assaggiare un po' di vero vin di Malaga, non per altro che per rifarmi dei molti dolori di capo e di stomaco cui andavo debitore allo scellerato intruglio che si spaccia in molte città d'Italia colla bugiarda raccomandazione di quel nome. Ma o ch'io non abbia saputo chiedere, o che non m'abbian voluto capire, il fatto è che il vino che mi fu dato all'albergo, mi bruciò le viscere e mi fece dar di volta al cervello. Potei nondimeno recarmi verticalmente fino alla cattedrale, e dalla cattedrale al castello di Gibralfaro, e in qualche altro luogo, e formarmi un'idea della bellezza delle malaghesi senza vederle doppie e tremole, come potrebbe supporre qualche maligno.
Strada facendo, il mio amico mi parlò di codesto repubblicanamente famoso popolo di Malaga, che ogni momento ne fa una delle sue. È un popolo ardentissimo; ma mutevole e docile, come tutti i popoli che senton molto e pensan poco, ed operano più per impulso di passione che per forza di convincimento. Per un nonnulla si raduna una folla immensa e si leva un tumulto da metter la città sossopra; ma il più delle volte basta un atto risoluto d'un uomo autorevole, un tratto di coraggio, un lampo di eloquenza per sedare il tumulto e disperdere la folla. L'indole del popolo, in fondo, è buona; ma la traviano la superstizione e la passione. E sopratutto la superstizione è forse più radicata a Malaga che in ogni altra città dell'Andalusia, a cagione della ignoranza maggiore. Tutto sommato, Malaga è la città meno andalusa ch'io m'abbia veduto, e v'è imbastardita persino la lingua, perchè vi si parla peggio che a Cadice, dove già vi si parla male.
Ero ancora a Malaga, ma la mia immaginazione s'aggirava già per le vie di Granata e nei giardini dell'Alhambra e del Generalife. Poche ore dopo il mezzogiorno, partii, e per dir la verità, fu quella la sola città di Spagna che lasciai senza mandare un sospiro. Quando il treno partì, invece di voltarmi a salutarla come avevo fatto a tutte le altre sue sorelle, mormorai i versi cantati da Giovanni Prati a Granata quando il duca d'Aosta partì per la Spagna:
«Non più Granata è sola
Sulle sue mute pietre:
L'inno in Alhambra vola
Sulle moresche cetre;»
ed ora, riscrivendoli, penso che la musica della banda della Guardia Nazionale di Torino ispira la letizia e la pace meglio delle cetre moresche, e che il lastrico dei portici di Po, contuttochè muto esso pure, è meglio connesso e più liscio che le pietre di Granata.
XII.
GRANATA.
Il viaggio da Malaga a Granata fu il più avventuroso e sfortunato ch'io abbia fatto in Spagna.
Perchè i lettori compassionevoli mi possano compiangere quanto vorrei, bisogna che sappiano (mi vergogno d'intrattener la gente con queste piccinerie) che a Malaga avevo fatto solamente una leggerissima colazione all'andalusa, della quale, al momento di partire, mi restava appena una confusa reminiscenza. Ma ero partito colla sicurezza di poter scendere a qualche stazione della strada ferrata, dove fosse una di quelle sale, o pubblici strozzatoi, nelle quali si entra galoppando, si mangia ansando e si paga scappando, per tornare nel carrozzone impinzati, soffocati e derubati, a maledire l'orario, i viaggi e il ministro dei lavori pubblici che tradisce il paese. Partii, e per le prime ore fu una delizia. La campagna era tutta colline gentili e campi verdissimi, sparsi di villette coronate di palme e di cipressi; e nel carrozzone, in mezzo a due vecchiotti che tenevan gli occhi chiusi, v'era un'andalusina che guardava intorno con un sorrisetto briccone che pareva voler dire:—Via, lanciatemi degli sguardi languidi.—Ma il treno andava colla lentezza d'una diligenza sconquassata, e non si soffermava che pochi momenti alle stazioni. Al declinare del sole, lo stomaco cominciò a suonare a soccorso, e a render più fieri gli stimoli della fame dovetti fare un lungo tratto di strada a piedi. Il treno si fermò dinanzi a un ponte malfermo, tutti i viaggiatori scesero e sfilarono a due a due per andar ad aspettar le carrozze sull'altra sponda del fiume. Eravamo in mezzo alle roccie della Sierra Nevada, in un luogo deserto e selvaggio, che ci faceva parere d'esser gente condotta in ostaggio da una banda di briganti. Rimontati che fummo nei carrozzoni, il treno riprese a andare colla fiaccona di prima, e il mio stomaco ricominciò a languire più miseramente che mai. Arrivammo, dopo lungo tempo, a una stazione tutta ingombra di treni, dove una gran parte dei viaggiatori si precipitarono a terra, prima che io mettessi il piede sul montatoio.