“Non pensi a questo. Pensi a quanto di bello, di gentile e di segreto debbono aver visto queste tinozze; ai piedini che sguazzarono nelle loro acque odorose, alle lunghe capigliature che si sparsero sui loro orli, ai grandi occhi languidi che guardarono il cielo a traverso i fori di quella vòlta, mentre sotto gli archi del cortile dei Leoni risonava il passo concitato d'un Califfo impaziente, e i cento zampilli della reggia dicevano col loro affrettato mormorio:—Vieni, vieni, vieni!—e in una sala profumata uno schiavo tremante di riverenza chiudeva le finestre colle cortine color di rosa.”
“Ah! mi lasci un po' l'anima in pace!” risposi scrollando le spalle.
Attraversammo il giardino del gabinetto di Lindaraja, e un cortile d'aspetto misterioso chiamato il patio della Reja, e per una lunga galleria che guarda la campagna, giungemmo sulla sommità di una delle estreme torri dell'Alhambra, sotto un piccolo padiglione aperto tutt'intorno, chiamato Tocador (toeletta) de la reina, che par sospeso sur un abisso come il nido d'un'aquila.
Lo spettacolo che si gode di lassù, lo si può dire senza paura d'essere smentiti da alcuno, non ha l'uguale sulla faccia della terra.
S'immagini una immensa pianura verde come un prato coperto d'erba novella, attraversata in tutti i sensi da sterminati filari di cipressi, di pini, di quercie, di pioppi, sparsa di foltissimi boschetti d'aranci, che a tanta lontananza non paion più che cespugli, e di grandi orti e giardini così affollati di alberi fruttiferi che presentano quasi l'aspetto di poggerelli vestiti di verzura; e a traverso questa immensa pianura il fiume Genil che luccica fra i boschi e i giardini come un gran nastro inargentato; e tutto intorno colline boscose, e di là dalle colline, altissime roccie di fantastiche forme che rendon l'immagine di una cinta di muri e di torri titaniche che separi quel paradiso terrestre dal mondo; e lì proprio sotto gli occhi, la città di Granata, parte distesa sul piano, parte sulla china d'un colle, tutta sparsa di gruppi d'alberi, di macchie, di mucchi informi di verzura che s'alzano e ondeggiano sopra i tetti delle case come enormi pennacchi, e par che tendano ad espandersi, a congiungersi e a coprir la città intera; e più sotto ancora, la valle profonda del Dauro, meglio che coperta, riempita, colmata quasi da un cumulo prodigioso di vegetazione che si solleva come una montagna, oltre la quale emerge ancora un bosco di pioppi giganteschi che agitano le cime sotto le finestre della torre quasi a portata della mano; e a destra, di là dal Dauro, sur una collina che s'alza al cielo ardita e svelta come una cupola, il palazzo del Generalife, coronato di giardini aerei, e quasi nascosto in mezzo a un bosco di allori, di pioppi e di melagrani; e dalla parte opposta, uno spettacolo meraviglioso, una cosa incredibile, una visione d'un sogno: la Sierra Nevada, le più alte montagne d'Europa, dopo le Alpi, bianche di neve, bianche fino a poche miglia dalle porte di Granata, bianche fino ai colli dove giganteggiano i melagrani e le palme, e si spiega in tutta la sua splendida pompa una vegetazione quasi tropicale. S'immagini ora sopra questo immenso paradiso, che racchiude tutte le ridenti grazie dell'oriente e tutte le più severe bellezze del settentrione, che sposa l'Europa all'Affrica tributando all'imeneo tutte le più belle meraviglie della natura, e che manda al cielo confusi in un solo tutti i profumi della terra, s'immagini sopra questa valle beata il cielo e il sole di Andalusia, che volgendo al tramonto, tinge d'un divino color di rosa le cime, e di tutti i colori dell'iride e di tutti i riflessi delle più limpide perle azzurrine i fianchi delle montagne della Sierra; e frange i suoi raggi in mille sfumature d'oro, di porpora e cinerine, nelle roccie che coronan la pianura; e declinando in mezzo a un incendio di raggi, getta, come un saluto, una corona luminosa intorno alle torri pensierose dell'Alhambra e ai pinnacoli inghirlandati del Generalife; e si dica se si può dare al mondo qualche cosa di più solenne, di più glorioso, di più innebriante di questa festa amorosa del cielo e della terra, dinanzi alla quale da nove secoli trema di voluttà e palpita di orgoglio Granata.
Il tetto del mirador de la reina è sostenuto da piccole colonne moresche fra le quali si stendono degli archi schiacciati che danno al padiglione un aspetto stranamente capriccioso e gentile. Le pareti sono dipinte a fresco, e vi si vedono lungo i fregi le iniziali d'Isabella e di Filippo V intrecciate con amorini e fiori. Accanto alla porta d'entrata, resta ancora una pietra del pavimento antico, tutta bucherellata, sulla quale si dice si mettessero le Sultane per avvolgersi nel nuvolo dei profumi che si bruciavan di sotto. Ogni cosa, lassù, spira amore e letizia. Vi si respira un'aria pura come sulla cima d'una montagna, vi si sente una fragranza confusa di mirti e di rose, e non vi arriva altro rumore che il mormorio del Dauro che si rompe tra i macigni del suo letto dirupato, e il canto di migliaia di uccelli nascosti nella folta verzura della valle; è un vero nido da innamorati, un'alcova pensile per andarvi a sognare, una loggia aerea per salirvi a ringraziar Dio d'esser felici.
“Ah! Gongora,” esclamai dopo aver contemplato per qualche momento quello spettacolo incantevole; “io darei dieci anni di vita per poter far comparir qui, con un colpo di bacchetta magica, tutte le persone care che mi aspettano in Italia!”
Il Gongora mi accennava un largo spazio del muro tutto nero di date e di nomi scritti colla matita, col carbone, e incisi colla punta dei temperini dai visitatori dell'Alhambra.
“Che cos'è scritto qui?” mi domandò.
M'avvicinai e gittai un grido:—Chateaubriand!