Per quel giorno non ne volli saper altro, e Dio sa come avevo la testa quando tornai all'albergo. Il giorno dopo, allo spuntar del sole, ci ritornai; ci ritornai la sera; e continuai a andarci ogni giorno per tutto il tempo che rimasi a Granata, col Gongora, con altri amici, coi ciceroni, solo; e l'Alhambra mi parve sempre più vasta e sempre più bella, e ripercorsi quei cortili e quelle sale, e vi passai ore ed ore, seduto tra le colonne o appoggiato alle finestrine, con un piacere di più in più vivo, scoprendo ogni volta bellezze nuove, e abbandonandomi sempre a quelle vaghe e deliziose fantasie, fra le quali aveva errato la mente il primo giorno. Non saprei più dire per dove gli amici mi facevan passare per entrar nell'Alhambra; ma mi ricordo che ogni giorno, nell'andare, vedevo mura e torri e strade deserte che non avevo viste mai, e mi pareva che l'Alhambra avesse mutato di sito, o si fosse trasformata, o le fosser sorti intorno, come per incanto, nuovi edifizii che ne alterassero l'aspetto primitivo. Chi potrebbe descrivere la bellezza di quei luoghi quando tramontava il sole! quel bosco fantastico quando vi batteva il lume della luna! la pianura immensa e le montagne coperte di neve, nelle notti serene! i grandiosi contorni di quelle mura enormi, di quelle superbe torri, di quegli alberi smisurati, sul cielo tempestato di stelle! lo stormire prolungato di quei mucchi immani di verzura che riempiono le valli e coprono i fianchi delle colline, quando soffiava la brezza! Era uno spettacolo dinanzi al quale, i miei compagni, nati a Granata, ed abituati a vederlo fin dalla infanzia, restavano senza parola, così che facevamo lunghi tratti di cammino in silenzio, ciascuno immerso nei suoi pensieri, col cuore compreso d'una mestizia dolcissima che a volte ci faceva inumidir gli occhi e alzar il viso al cielo con uno slancio di gratitudine e di tenerezza.
Il giorno del mio arrivo a Granata, quando rientrai all'albergo, a mezzanotte, invece del silenzio e della quiete, trovai il patio illuminato come una sala da ballo, gente ai tavolini che sorbiva granite, gente su nelle gallerie che andava e veniva, chiaccherando e ridendo; e mi toccò aspettare un'ora prima di andare a dormire. Ma passai quell'ora molto gradevolmente. Mentre stavo guardando una carta di Spagna affissa alla parete, un omaccione col viso color di barbabietola e una pancia che gli cascava sulle ginocchia, mi si avvicinò, e toccandosi il berretto, mi domandò s'ero italiano; risposi di sì, ed egli soggiunse sorridendo:—“Ed io pure; io sono il padrone dell'albergo.”
“Me ne rallegro, tanto più che vedo che lei ci si fa d'oro.”
“Dio buono....” mi rispose con un tuono che voleva parer melanconico; “sì.... non mi lamento; ma.... me lo creda, caro signore, per quanto gli affari vadan bene, quando si è lontani dal proprio paese, qui (e si mise una mano sull'enorme torace) qui si sente sempre un vuoto!”
Gli guardai la pancia.
“Un gran vuoto,” ripetè l'albergatore; “la patria non si dimentica mai... Di che provincia è lei, signore?”
“Della Liguria. E lei?”
“Del Piemonte. Liguria! Piemonte! Lombardia! Quelli son paesi!”
“Son bei paesi, non c'è dubbio; ma lei, alla fine dei conti, non si può lamentare della Spagna. Sta in una delle più belle città del mondo, è padrone d'uno dei più belli alberghi della città, ha una folla di forestieri tutto l'anno, e poi vedo che gode d'una salute invidiabile.”