Nulla. Non ho voluto dir altro. Butta via quella carta; e non se ne parli più.

CARLO (apre la busta e svolge i brani)

IDA (tornando prontamente a lui)

Ebbene, ebbene leggi. — Oh infine bisogna finirla. Ero perplessa, esitavo ancora, ma poc’anzi, pur ora m’hai messo gli occhi addosso in un modo, m’hai parlato in un modo... Sono più giorni che ti vedo così. T’intendo, sai, ed è appunto per questo che non posso, non voglio regger oltre... Non comprendi più, m’hai detto? Anch’io, vedi sono a metà istupidita. Oh bisogna finirla... non posso fuggir sempre! Bisogna, bisogna finirla.

CARLO

Ida, Ida mia, senti... ti prometto, ti giuro anzi...

IDA (senza ascoltare)

Ho torto? Eeh, può darsi... Forse il mio dovere non esige tanto; potrei attendere, pazientare ancora, seguitare ad opporre il silenzio e la freddezza alla persecuzione. Perchè è così, sai, una vera persecuzione. Dovrei difendermi ancora, da sola? — Oh ma sono tanto stanca, nauseata, offesa. Atti, sguardi, lettere, parole... Da troppi giorni il mio cuore palpita di rabbia, tutto il mio orgoglio di donna si rivolta in me; e nulla vale il dimostrarlo, il dirlo schietto, con la più implacabile serenità. — Noi donne siamo spietate con chi ci annoia! E no, e non basta. Tu poi, tu stesso così franco e leale, tanto lontano da certe bassezze, tu colla tua fiducia illimitata, coll’assenza d’ogni gelosia, non comprendi che mi pungi, che mi offendi, che... senza volerlo... ti fai complice di chi m’insidia.

CARLO

Ma Ida!