Guardavo la cronaca: arresto, incendio, ferimenti... duello... Anche un duello, nella nostra città. A. C. pubblicista, R. B. avvocato. Ferito R. B. al braccio; i duellanti si comportarono colle regole della più perfetta cavalleria; eccetera... (lascia il giornale).
CARLO
Ti sei battuto mai?
CLAUDIO (alzandosi)
Mai.
CARLO
Nemmeno io. (dopo una pausa) Ne fui in procinto, una volta. Avevo avuto una questione con un compagno, all’Università; il duello era deciso, a condizioni gravi. — Mio padre lo seppe; perdette la testa, povero vecchio, e trovò modo di chiudermi in casa. Pensai di ammattire dalla rabbia, dalla vergogna.
Sul terreno, un amico mio, giovane uffiziale, prese il mio posto, senz’altro. Colpì l’avversario al capo, subito. Vedendolo barcollare con gli occhi pieni di sangue, buttò l’arma ed avanzò istintivamente la mano per sorreggerlo. L’altro cieco, fuori di sè, non comprese: avventò l’ultima sciabolata, un mal colpo che colse il mio amico nella mano e troncò più che mezza l’articolazione... Si parlò di amputare per evitare il tetano. — Vedo ancora la faccia di sua madre! — Lui, freddo e sereno, rispondeva che nella sua condizione di militare preferiva la morte alla perdita della destra. Fu irremovibile... Guarì... Ma ti ricordi com’era impedito nella destra tuo padre. (dopo una pausa) Quello era un uomo. (stende la mano a Claudio)
CLAUDIO (si scuote ed esita a dar la sua)
CARLO (prontissimo)