(9º)

Guardavo il sole che scendeva verso i monti lento, troppo lento, — avrei voluto all’opposto di Giosuè, affrettarne il tramonto. — L’oste bussò alla mia porta e mi annunziò che c’era chi voleva parlare col signor ingegnere (non so perchè mi si chiami così). Rimasi molto perplesso e sconcertato... non sapevo chi potesse cercar di me... Entrò un villanello esile, pallido... età: dodici, come diciotto anni, sucido, seminudo.

Un cane fulvo, dal muso di volpe come il padrone, entrò con lui e si mise a fiutar dappertutto.

— Ebbene che cosa vuoi?

Si guardò intorno, chiuse l’uscio, cercò in seno e tirò fuori una pistola lorda di fango e me la porse.

È montata in argento cesellato, calcio lavorato a squame molto ripiegato, fabbrica francese. È un’arma fina, di prezzo, eccellente senza dubbio, e deve avere una compagna.

— Dove l’hai tolta? — gli domandai subito.

— L’ho trovata, non tolta... — rispose il monello, e prese subito un tono piagnucoloso — trovata, proprio trovata andando al pascolo.