E riprendilo con te! — »

O Pietro Paolo Parzanese, o Francesco Martuscelli, o voi tutti rimatori per gli asili d'infanzia, quando mai foste voi colpevoli d'una scempiaggine così lietamente cretina? E voi rimaste per gli asili infantili, non per dare al dramma il soccorso della Musa. Povera Musa, linfatica vivandiera nell'orfanotrofio dell'amore cavallottino!

Ma coll'andare del tempo, potè il Cavallotti liberarsi dalla Musa, e avventurarsi più franco e più forte nella perigliosa selva del dramma in prosa. O coraggio inaudito! Ma non stiamo a scherzare con le cose serie; e se il deputato Cavallotti, in questa sua esitanza a passare dalla poesia alla prosa drammatica, ci rassomiglia un poco Giuseppe Prud'homme, che male c'è? Gli ci son voluti alquanti anni e tre drammaccioni elefantini per giungere a tanto: ammiriamo la sua costanza nei propositi, molto più ch'essa lo ha condotto niente meno che all'Alcibiade. Qui, un'altra evoluzione è accaduta nel concetto cavallottesco del dramma storico. Il deputato Cavallotti, scostandosi alcun poco dai canoni vittorughiani, mosso dall'esempio di Pietro Cossa, ha cominciato a credere che il dramma debba essere una ricostruzione storica. Addio dunque, o quarantotteggiamenti faticosi e amoretti leziosi! Il deputato Cavallotti si butta a capofitto nell'archeologia. Se non che, manca a lui quella fresca potenza fantastica che concesse a Pietro Cossa di riconcepire gli eroi e le eroine dell'imperio romano come creature moderne, e non ci è sforzo umano che possa rimediare a quel difetto. Così il Cavallotti alcibiadeggiante offre alla vista un singolare spettacolo. Pare ch'egli siasi messo tra le gambe un sacco di tela d'Olona; poi abbia preso un gran fascio di libri, i quali sia andato furiosamente scartabellando. Ecco tutti gli storici greci da Erodoto a Senofonte ateniese e a Plutarco, ecco anche dei compendi di storia greca e dei dizionari storici e delle enciclopedie archeologiche, ecco poeti e prosatori greci, Pindaro e Luciano, Saffo e Platone, Aristofane e Isocrate, Omero e Demostene, Eschilo e Anacreonte. E scartabellando, arruffa e arraffa, come un ladro notturno nella furia del ladroneccio, notizie e citazioni, brani di prosa e brani di poesia, date e aneddoti; e ogni cosa gitta nel sacco. Poi questo sacco di tela Olona ben gonfio ponesi sulle spalle, e va gridando per le vie teatrali d'Italia:

— Chi vuole dell'Alcibiade? Ce n'è in sei quadri per la rappresentazione, e in dieci con prefazione e note per la lettura. Chi vuole dell'Alcibiade?

E posa il sacco in terra per mostrare la mercanzia; e nel posarlo, odesi un rumore. È suono di cocci d'anfore greche, e di pignatte lombarde. Sono anfore o sono pignatte? È una pignatta mostruosa, dai fianchi sconciamente obesi come quelli d'una femmina gravida, e vorrebbe atteggiarsi alla snellezza graziosa di un'anfora. Parrebbe che vi fermentasse dentro qualche generoso vino dell'arcipelago eolico, e vi bollono le patate della più sciatta volgarità meneghina in una broda di prolissità cicalona e di pedanteria presuntuosa. Oh quanto sono pezzenti questi Greci cavallotteschi! S'aggirano come pazzi a traverso i mutamenti di scena a vista d'un dramma infinito come la bontà divina, e portano indosso certi abiti cenciosi rappezzati pittorescamente: Socrate ha una tunica fatta di brani di dialoghi platonici, e Alcibiade ha due pagine di Tucidide cucite sopra le natiche. Pare un ospizio di mendicità.

Poi, io odio questi falsi Greci per una mia ragione subbiettiva: da essi procede il mio primo debito. Ero in collegio, e tra le altre strane malattie della crescenza una sopra tutte mi travagliava ostinatamente: la mania non pur di comperare io, ma d'indurre i miei compagni a comperar libri. Una volta dunque, non so come nè perchè, scelsi dal catalogo dell'editore Barbini l'Alcibiade, e poichè pareva che esso costasse pochi soldi, giunsi dopo molti stenti ad indurre altri cinque a quell'acquisto: venne il pacco, e con gran meraviglia mi parve troppo più grosso del dovere. Lo apersi con qualche vago presentimento d'una sciagura, e trovai sei volumoni pesanti come sei macine di mulino: in tutto sessanta atti, sei prefazioni, ventimila note, e trentasei lire da pagare al libraio. Nessuno degli acquisitori, a quell'inaspettato aumento di prezzo, volle il libro; e i sei volumi mi restarono sullo stomaco adolescente come sei macine di molino. D'allora, ho preso in odio la Grecia.

Eppure, la Grecia del Cavallotti è tanto greca quanto io sono calmucco, e rassomiglia con un sì strano miracolo al suo medio evo, che ad ogni momento pare Alcibiade debba levar la faccia sentimentale alla luna per cantare qualche mesta serventese. Del resto, se non canta una serventese mesta, recita certe ballate o ballatette o cantilene prato-aleardiane e manzo-berchetiane che vi fanno, con reverenza alla Grecia, cader le brache per lo sconforto. Poi questo Alcibiade ha una sua maniera d'amore tra di fringuello impaniato e d'Ercole circense. Ogni tanto rammentasi di dover essere un uomo elegante, un effeminato amabile e galante, e atteggia la faccia a una malinconia soavemente romantica; poi lo riprende lo spacconismo, e allora fa il braccio di ferro e ingrossa la voce come fosse in un comizio democratico, per chiamar gli sguardi delle belle e del pubblico alla formosità della sua persona. Infine, questo sciagurato diventa pienamente cretino; e mentre i Traci gl'incendiano la capanna, ei canta a gara, con la patetica signora dalle camelie che s'è tratta dietro, un duetto sì dolcemente stupido, che al solo ricordarlo io sento l'anima mia tuffarsi in un quieto pelago d'imbecillità. Tale è l'Alcibiade cavallottesco, un Alcibiade così grottesco e così goffo e così noioso, che tutti i ragazzacci delle scuole d'Italia dovrebbero corrergli dietro urlando; un coso mostruoso, che pare un san Clemente fatto a mosaico da qualche lapidario bisantino. Povero Alcibiade! Egli si move sulla scena con pretensione di greca grazia, e davanti a' suoi passi tutte le pagine scartabellate per metterlo insieme si levano come tante bianche lingue sibilanti. Povero Alcibiade, costruito di aneddoti e di citazioni! O minestrone di carote e di patate e di bietola, tu sei troppo democraticamente indigesto al mio stomaco aristocratico: io non potrei oltre ingollar di te, senza crepare.

Addio dunque, o Grecia cavallottesca, ove nè la garbata arguzia ateniese nè il muscoloso vigor laconico nè il generoso fanatismo tebano allignano. O Grecia di beoti romantici e di arcadi predicatori, o Grecia in dieci quadri e cinquecento pagine, pedantesca e buffonesca, vattene al diavolo.

E qui di nuovo mi raccomando al deputato Cavallotti che non mi mangi: non è stato lui il primo a mandare al diavolo la sua Grecia di cartapesta? E ha fatto bene, poichè veramente non occorreva incomodar Tucidide e rompere i santi sacramenti allo scoliaste di Platone per evocar dalla notte dell'impotenza fantastica cavallottèa degli Alcibiadi rimpastati dalla vecchia creta di Armando Duval, dei Messeni rifatti con le briciole dei Masnadieri di Schiller e dei Gueux di Fernandez y Gonzales, delle spose di Menecle modellate col gesso misto di polvere cipria della Traviata. A che serviva questo faticoso rimpastamento? I Greci cavallottèi aborrivano per natura dai costumi da' sentimenti dalle consuetudini feroci e gentili de' tempi classici: eran de' Grecucci nutriti di mollica di pane e repugnanti con molta nausea dal midollo leonino. Che ci facevano in Grecia? Essi non eran Greci: erano lombrici nati dal putridume del dramma romantico, e strisciavano sulla polvere del palcoscenico levando ogni tanto il capo e dimenando l'anterior parte del corpo con malinconia sentimentale. Il meglio ch'essi sapevan fare era di recitar ballate e ballatette d'amore alla maniera del Prati del Berchet dell'Aleardi. Poveri bachi educati al calduccio malaticcio degl'inni manzoniani, con che cuore andavate al bosco del dramma storico?

Anche, il deputato Cavallotti ritraendosi dalla notte de' tempi pagani all'età moderna, ha infine trovato una soluzione democratica e savia d'un gran problema di forma drammatica. Non più la sonorità ventosa e pedantesca dell'endecasillabo sciolto, non più il peso indigesto e somaresco d'un prosone da cucina allietato goffamente di romanze romantiche e di prologhi alessandrini; il dramma di costumi moderni gli ha offerto un gancio, a cui ogni deputato oscillante tra la poesia e la prosa può apprendersi con sicurezza piena: il martelliano. Eccolo, il gran salvatore: bolso come un cavallaccio da carretta, floscio e capace come la matrice d'una vecchia meretrice, comodo e paziente di qualunque più sconcia ingiuria alla dignità dell'arte, qual mai più utile ausiliario potrebbe augurarsi uno scrittor comico materiato di volgarità? Il deputato Cavallotti, che ha infine ritrovato sè medesimo, se l'è cacciato tra le gambe come i ragazzi fanno delle scope; e via di corsa caracollando di palcoscenico in palcoscenico. Volete delle comediole brevi che vi rallegrino lo spirito gravato dallo stracotto di manzo? Eccovi un chierichino e un'educanda che traducono alla peggio il cantico dei cantici e si sposano; ed eccoveli esibiti in una raggiera di martelliani idropici che si vomitano l'un l'altro addosso, e l'un sull'altro s'ammucchiano russando, come una compagnia d'ubriachi che vadano in fila, e, caduto il primo, gli altri successivamente inciampino nell'ostacolo. Volete un drammetto lacrimevole, che vi solletichi piagnucolosamente le corde dell'aberrazione sentimentale? Eccovi una lirica del Leopardi comicizzata pietosamente. Volete proverbi drammatici? Volete de' Poveri Pieri, o dolce Parlagreco? Ma parlate italiano, in nome del buon Dio, e chiedete: il deputato Cavallotti non vi farà sospirare alle stelle. Egli ha fatto come chi instituisce fornace di mattoni o di fiaschi. La fornace è sempre all'ordine, poichè gran copia di torba martelliana dì e notte alimenta il fuoco: basta prender cocci di drammacci vecchi e di romanzi smessi e di liriche intristite, pestare e inacquar di lagrime o di giulebbe, poi alla meglio rimpastare e gittar nel forno. Ecco drammi quadri, pesanti, piatti come mattoni, ecco comediole vezzose, leziose, graziose come fiaschi vuoti. Rompetevi i mattoni sulla testa o rompetevi i fiaschi sulle natiche, come più vi piace, e siate contenti, che il diavolo v'abbia in gloria! Che altro desiderate? Volete anche lo Spartaco, aspettato con tanto palpito dal deputato Bovio? E via, con queste anticaglie! Non distraete l'onorevole Pirgopolinice dal forno. Egli fa il fornaio con tanta grazia, con tanto gusto, con tanta fortuna, che veramente sarebbe un gran peccato. E poi il forno, dicono, gli rende bene. Non ci è deputato nè scrittor comico nè scrittore di libri in Italia, che faccia migliori affari di questo mattonaio. Perchè rompergli la testa, ora che la sua evoluzione drammatica è compiuta, che i suoi ideali drammatici son conseguiti? E lasciatelo alla dolcezza dei fiaschi, o ferocissimo Parlagreco.