E sarà questo messia concepito senza peccato d'amore; e nascerà in una stalla del paese di Milano detta Teatro della compagnia stabile ; e i re magi Fortis, Giacosa e Yorick verranno ad offrirgli oro incenso e mirra; e il profeta Colombi ne annunzierà la venuta agli uomini della terra.»
Tale, pur troppo, è la storia dramatica che i critici insegnano alle turbe, che gli scrittori comici tengono per conto di vangelo. Come volete che l'ammalato guarisca? L'empirismo il ciarlatanismo il campanilismo hanno trovato in tutte le arti, e più in quella del palcoscenico, un letto comodo e ampio ove si sdraiano ruttando gli sbuffi della loro ignoranza. Che ci vuol fare il Ministro della istruzione pubblica? Non ci è stabilimenti di bagni marini, nè ospedali, nè compagnie stabili, nè teatri nazionali che possano giovare alla salute del dramma. Specialmente quando Milano, per dispetto di Roma, manda Leone Fortis a chiedere al Governo una compagnia stabile per uso e consumo suo.
Ho nominato Luigi Bellotti-Bon, la cui morte veramente dramatica deve avere conferito non poco alla determinazione del Ministro di chiamar gente in aiuto del teatro morente. Ma e la catastrofe della compagnia Moro-Lin, che pare proprio il finale d'una bella comedia, dove la lascio? Povero Moro-Lin! Si mosse da Venezia con una compagnia giovine, bene constituita, bene educata, e viaggiò l'Italia diffondendo come un riverbero di luce goldoniana. Pareva che le ultime speranze del nostro teatro comico riposassero in lui; pareva che Giacinto Gallina fosse l'ultimo erede della nostra scarsa sostanza comica. E veramente l'ultimo sano concetto dell'arte dramatica indugiava a perdersi nel gran naufragio di tutti i criteri artistici per virtù di quei veneziani. Il dramma in lingua italiana nelle mani dei ciabattini era andato via via precipitando alla pantomima alla coreografia al funambolismo, infronzolato e gonfiato dalle tendenze predicatorie. Il teatro dialettale si sfasciava miseramente da tutte le parti, da che Piripicchio di su le tavole del teatro Quirino recitava dei vaudevilles travestiti in vernacolo napolitano, da che il Ferravilla e gli altri comici più popolari imprimevano all'arte comica un movimento reazionario e antigoldoniano, soffocando la comedia a benefizio del tipo comico. E in mezzo alla marea montante del cattivo gusto che si compiace di tutte le più sconce e più miserabili operette, che stacca i cavalli dalla carrozza di Sciosciammocca per trascinarla in trionfo, la compagnia Moro-Lin pareva una tavola di salvamento. E vedendola passare acclamata di teatro in teatro, una speranza rinasceva, non forse la comedia dialettale veneziana fosse per ripigliare l'antica via trionfale. Ed ecco: la compagnia, per difetto di mezzi, si scioglie; e il povero Moro-Lin dichiara nei giornali che l'arte scenica in Italia è disperata, e ch'egli pianta il teatro e si butta a un mestiere manuale. Il provvedimento quindi del Ministro può essere indizio di un grande amore alle nostre sorti dramatiche; ma a che vale il coraggio contro la morte? A che valgono le buone intenzioni ministeriali contro la morte? Il meglio forse sarebbe di ordinare a spese dello Stato i funerali del dramma. In quanto agli scrittori e agli attori comici, si potrebbe fare per essi quello che Rabelais sognava per i poeti: una specie di ospizio, ove vivessero lontano dalla gente, di cui a furia di pasticci mal fatti e mal cotti hanno pervertito il gusto. Nelle domeniche poi e nelle altre feste comandate si potrebbe recitare, per sollazzo loro e per penitenza dei molti peccati, il Cuore ed arte di Leone Fortis.
Io, intanto, faccio una confessione: non ho animo d'andare innanzi. La questione del teatro è tanto oscenamente buffa e tanto pietosamente disperata, che non si può a lungo fermarvisi intorno senza molta offesa della carità patria. — Volevo scrivere una pubblica lettera all'onorevole Ferdinando Martini, che dicono, se bene io non lo credo, tutto affannato dietro a più di una comedia, per dissuaderlo da questa pazzia; ma lasciamo correre, e auguriamoci che queste comedie abbiano la sorte delle molte altre cose che l'onorevole Martini comincia. Anche dicono sia prossima ad esser recitata una comediola villereccia di Giovanni Verga. Ritorniamo dunque alla favola pastorale e alle rappresentazioni de' Rozzi? Tanto meglio. Faccia il popolo d'Italia quell'accoglienza che vuole all'Arcadia sperimentale e alla comedia a dialogo indiretto: io voglio, per una volta al meno, fare il Ponzio Pilato; — non, per altro, quello del signor Calvi.
V.
MOLINI A VENTO
Un giornalista morto — La critica dei quadri e delle statue — Il marchese Colombi, la marchesa Colombi e i poeti contemporanei — Le fanfaluche del dottor Verità — Un pazzo glorioso — Il giornale dei cretini e curiosi.
I.
Da che ai poeti non si dan più laure nè lauri nè, meno che mai, pensioni, la letteratura è diventata un esercizio faticoso quotidiano forzato; e il cervello umano deve giorno per giorno segregare quel tanto di poesia o di prosa che occorre a tradurre bene o male e più o meno onestamente la vita. Di qui nasce quella forma giornalistica che va a poco a poco prendendo tutto il lavoro dello spirito umano; di qui anche procede la cresciuta libertà e la dignità che da qualche secolo il pensiero stampato ha saputo conquistarsi. Da quando i riformatori e i rinnovatori dello spirito pubblico non mangiano più alle mense del re di Prussia e non sono più cavallari di casa d'Este, la letteratura è come un giovine escito di tutela. Resterebbe tuttavia a vedere se per gli scrittori non fosse meglio servir casa d'Este come cavallari, anzi che, in professione di giornalisti, tutto il popolo più vizioso e più tirannicamente prepotente. I cavallari di casa d'Este, mi pare, erano in uno stato di soggezione relativamente men duro che non sia il nostro; poichè avevan bensì l'obbligo di celebrare le glorie della casa, ma erano compensati da due grandissime libertà: libertà nei criteri dell'arte, e nella misura e nel modo del lavoro. Dovevano bensì badare alle faccende della Garfagnana, però potevano scrivere un poema di cavalleria in quanti anni volessero. Ma questo lavoro a dozzina che si fa ora, senza certezza del domani, senza speranza di altre ricompense oltre il salario pattuito, accomuna gli operai della letteratura con le meretrici vagabonde, le quali se una notte non riescono ad invescare un qualche bisognoso d'amore, il dì seguente non mangiano. E poi la libertà, non dico della politica, ma dell'arte, è distrutta. Siamo, anche in arte, sotto l'imperio delle maggioranza; e la maggioranza vile che non sa nulla, che non intende nulla, che non desidera se non cose sciocche e volgari, vuole anch'essa i suoi istrioni, i suoi glorificatori, i solleticatori de' suoi istinti o cattivi o malsani o imbecilli; e se non è contenta degli istrioni, non li paga. Ecco perchè io dico che il mestiere del cavallaro è più bello e più nobile. E poichè in noi medesimi non possiamo facilmente riconoscere le magagne, guardiamo prima in un giornalista di cinquanta anni addietro: in Felice Romani.
È un tipo perfetto di scrittore moderno: scrittore, badiamo, di grandissimo ingegno, a cui nulla mancava per correre gloriosamente questa o quella delle grandi vie dell'arte; e che, per la necessità della vita e della letteratura, dovette smarrirsi in un affannoso e vano viavai, e rifare i passi già fatti per poi ricominciare da capo, e così sempre, come il bisogno lo urgeva, come l'occasione di lavorare lo invitava. Lo abbiamo veduto scrittore di libretti d'opera, poeta lirico, novelliere. Eccolo infine critico letterario. Quando saranno pubblicati i suoi esercizi di letteratura politica e di critica musicale, avremo tutta quanta l'opera d'un giornalista, a volta a volta poeta lirico o dramatico, cronista teatrale o critico, estensore di notizie politiche e novellatore. Anche l'abate Parini fu un gazzettiere; ma allora la compilazione delle gazzette era più semplice e meno letteraria che ora non sia. E poi, il male forse già cominciava. Ora vediamo la critica di questo melodramatico.
Certo non si può dire che Felice Romani avesse grandi attitudini critiche. I suoi articoli sono d'una leggerezza, d'una, direi, inconsistenza strana. A leggerli, non dispiacciono, poichè sono scritti con una forma onestamente e italianamente piana, poichè sono sempre penetrati di buon senso, poichè sono intessuti con molto garbo; ma se voi ne spremete via tutti i fronzoli delle frasi piacenti e delle notizie più o meno utili, non vi resta in mano che il biasimo o la lode, l'affermazione o la negazione. E veramente, se crisis significa ancora giudizio, e se il giudizio nasce quando di una cosa qualche cosa si afferma o si nega, parrebbe che tutta la critica dovesse consistere di un verdetto di o non colpabilità. Se non che, sin dalla prima origine, essa ha usurpato un ben più alto e maggiore officio; e prima dichiarando e producendo le ragioni del giudizio, poi risalendo dai fatti singolari alle categorie generali, essa non si accontenta più dell'umile mestiere di giudice, ma è diventata legislatrice. Ora il Romani non si attenta mai di dettare o di dichiarare e interpretare secondo l'intendimento suo le leggi universali e immutabili dell'arte, ma esercita appunto il mestiere di giudice non senza timidezza e titubanza.