Le province dell'Impero (come esse sono state descritte nel precedente capitolo) erano prive di ogni pubblica forza, o libertà costituzionale. Nell'Etruria, nella Grecia[133] e nella Gallia[134], la prima cura del Senato fu di sciogliere quelle pericolose confederazioni, le quali insegnavano agli uomini, che come le armi romane erano state vittoriose per le altrui divisioni, così l'unione sola poteva ad esse far resistenza. Quei Principi, ai quali l'ostentazione di gratitudine o di generosità permetteva per qualche tempo di reggere uno scettro precario, venivan balzati dai loro troni, appena avean soddisfatto all'incarico loro ingiunto di avvezzare al giogo le vinte nazioni. Gli Stati liberi e le città, le quali avevano abbracciata la causa di Roma, erano ricompensate con un'alleanza di nome, ed insensibilmente cadevano in una real servitù. La pubblica autorità era per ogni dove esercitata dai ministri del Senato e degl'Imperatori, e quest'autorità era assoluta e senza freno. Ma le stesse salutevoli massime di governo, che avevano assicurata la pace e l'obbedienza dell'Italia, erano estese fino alle più remote conquiste. Una nazione di Romani si formò a poco a poco nelle province, col doppio espediente d'introdurre le colonie, e di ammettere i più fedeli e meritevoli tra i provinciali alla cittadinanza romana.

«Dovunque il Romano conquista, ivi abita» è una osservazione molto giusta di Seneca[135], confermata dalla storia e dalla esperienza. I nativi d'Italia, allettati dal piacere o dall'interesse, si affrettavano a godere dei vantaggi della vittoria; e si può osservare, che circa quarant'anni dopo la riduzione dell'Asia, ottantamila romani furono in un giorno trucidati pei crudeli ordini di Mitridate[136]. Questi esuli volontarj si occupavano per la maggior parte nel commercio, nella agricoltura e nell'appalto delle pubbliche entrate. Ma di poi che gl'Imperatori fecero permanenti le legioni, popolate furono le province da una razza di soldati; ed i veterani, comunque ricevessero la ricompensa del lor servizio o in moneta o in terreni, generalmente si stabilivano con le loro famiglie nel paese, in cui avevano onorevolmente consumata la lor gioventù. Per tutto l'Impero, ma più specialmente nelle parti occidentali, i distretti più fertili, e le situazioni più convenienti erano riservate allo stabilimento delle colonie; alcune delle quali erano di un ordine civile, ed altre di un ordine militare. Nei loro costumi e nell'interna politica le colonie formavano una perfetta rappresentanza della loro gran madre, e siccome presto divenivan care ai nazionali pei legami dell'amicizia e della affinità, esse diffondevano effettivamente una riverenza pel nome romano, ed un desiderio raramente inefficace, di parteciparne a tempo dovuto gli onori ed i vantaggi[137]. Le città municipali insensibilmente uguagliarono il grado e lo splendore delle colonie, e nel regno di Adriano si disputò se preferire si dovesse la condizione di quelle società che erano uscite dal grembo di Roma[138], o di quelle che vi erano state ricevute. Il diritto del Lazio, come veniva chiamato, conferiva alle città, alle quali era stato accordato, un più particolare favore. I Magistrati solamente, allo spirar dei loro uffizj, assumevan la qualità di cittadini romani; ma siccome questi uffizj erano annuali, in pochi anni circolavano per le principali famiglie[139]. Quelli tra i provinciali a' quali era permesso di portar le armi nelle legioni[140]; quelli che esercitavano qualche impiego civile; tutti quelli, in una parola, che servivano il pubblico, o mostravano qualche personale talento, erano premiati con una ricompensa, il cui valsente andò continuamente diminuendo con l'accrescersi della liberalità degl'Imperatori. Per altro, anche nel secolo degli Antonini, quando la cittadinanza era stata largita alla maggior parte dei sudditi, era questa sempre accompagnata da vantaggi assai solidi. La massa del popolo acquistava con tal titolo il benefizio delle leggi romane, particolarmente negli interessanti articoli di matrimonio, di testamenti e di eredità; e la strada della fortuna rimaneva aperta a coloro, le cui pretensioni erano secondate dal favore o dal merito. I nipoti dei Galli, che aveano assediato Giulio Cesare in Alesia, comandavano le legioni, governavano le province, ed erano ammessi nel Senato di Roma[141]. La loro ambizione, in cambio di disturbare la tranquillità dello Stato, era intimamente connessa con la sua salvezza e grandezza.

I Romani eran così persuasi dell'influenza della lingua su i costumi nazionali, che la più seria lor cura fu di estendere col progresso delle loro armi l'uso della lingua latina[142]. Gli antichi dialetti dell'Italia, il Sabino, l'Etrusco ed il Veneto caddero in obblio; ma nelle province l'Oriente fu men docile dell'Occidente alla voce dei suoi vittoriosi maestri. Questa differenza distingueva le due porzioni dell'Impero con una diversità di colori, la quale sebbene fu in qualche parte nascosta, durante il chiaro splendore di prosperità, divenne più visibile a misura che le ombre della notte scesero sul Mondo romano. Le contrade occidentali furon tratte a civiltà dalle stesse mani che lo sottomisero. Appena i Barbari furon ricondotti alla obbedienza, le loro menti si aprirono a tutte le nuove impressioni delle scienze e della cultura. La lingua di Virgilio e di Cicerone, sebbene con qualche inevitabil mescuglio di corruzione, fu così universalmente adottata nell'Affrica, nella Spagna, nella Gallia, nella Britannia[143] e nella Pannonia, che soltanto nelle montagne, o tra i contadini si conservarono le deboli tracce della lingua punica o della celtica[144]. L'educazione e lo studio inspirarono insensibilmente ai nativi di quei paesi i sentimenti dei Romani, e l'Italia diede le mode, come le leggi ai suoi provinciali latini. Essi ricercarono con maggiore ardore, ed ottennero con maggior facilità il titolo e gli onori di cittadino romano: sostennero la dignità della nazione nelle lettere[145] e nelle armi: ed al fine produssero nella persona di Traiano un Imperatore che gli Scipioni non avrebbero ricusato per loro concittadino. La situazione dei Greci era ben diversa da quella dei Barbari. I primi erano stati già da gran tempo inciviliti e corrotti. Essi aveano troppo buon gusto per abbandonare la loro lingua, e troppa vanità per adottare alcuna istituzione straniera. Conservando sempre i pregiudizj dei loro antenati, dopo averne perdute le virtù, affettavano di disprezzare le rozze maniere dei romani conquistatori, mentre erano astretti a rispettare la loro superior forza e prudenza[146]. Nè l'influenza del linguaggio e dei sentimenti dei Greci era ristretta negli angusti confini di quella, una volta, famosa regione. Il loro Impero, col progresso delle colonie e delle conquiste, si era diffuso dall'Adriatico all'Eufrate ed al Nilo. L'Asia era coperta di città greche, ed il lungo dominio dei Re macedoni aveva sordamente introdotta una rivoluzione nella Siria e nell'Egitto. Nelle loro magnifiche Corti quei Principi univano l'eleganza ateniese al lusso orientale, e l'esempio della Corte era, nella proporzionata distanza, imitato dai più distinti ordini dei loro sudditi. Tale era la general divisione dell'Impero romano nelle lingue latina e greca. A queste possiamo aggiungere una terza distinzione pe' nazionali della Siria, e specialmente dell'Egitto. L'uso dei loro antichi dialetti, segregandoli dal commercio degli uomini, era d'impedimento alla cultura di que' Barbari[147]. La pigra effeminatezza dei primi gli esponeva alla derisione; e l'ostinata ferocia dei secondi eccitava l'avversione dei loro conquistatori[148]. Queste nazioni si eran sottomesse alla potenza romana, ma raramente desiderarono, o ne meritarono la cittadinanza; e fu osservato che passarono più di dugento trent'anni dopo l'estinzione dei Tolomei, prima che un Egiziano fosse ammesso nel Senato romano[149].

È osservazione giusta, sebben comune, che la vittoriosa Roma fu ella stessa soggiogata dalle arti della Grecia. Quegli immortali Scrittori, che fanno ancora l'ammirazione della moderna Europa, presto divennero l'oggetto favorito dello studio e dell'imitazione nell'Italia e nelle province occidentali. Ma non portavano danno le geniali occupazioni dei Romani alle radicate massime della loro politica. Mentre riconoscevano le bellezze della lingua greca, sostenevano la dignità della latina; e l'uso esclusivo della seconda fu conservato inflessibilmente nell'amministrazione sì del governo civile, che del militare[150]. I due linguaggi esercitavano nel tempo stesso la loro separata giurisdizione per tutto l'Impero; il primo come naturale idioma delle scienze, il secondo come il dialetto legale degli atti pubblici. Quelli che univano le lettere agli affari, erano egualmente versati nell'uno e nell'altro; ed era quasi impossibile in qualunque provincia di trovare un suddito romano di una educazion liberale, che non sapesse nel tempo stesso la lingua greca e la latina.

Con tali regolamenti le nazioni dell'Impero insensibilmente si confusero nel nome e nel popolo romano. Ma vi restava ancora nel centro di ogni provincia e di ogni famiglia una infelice classe di uomini, che sopportavano il peso senza godere dei benefizj della società. Negli Stati liberi delle antiche Repubbliche, gli schiavi domestici erano esposti al capriccioso rigore del dispotismo. Al perfetto stabilimento dello Impero romano avean preceduto i secoli della violenza e della rapina. Gli schiavi erano per la maggior parte Barbari prigionieri, presi a migliaia per sorte di guerra, comprati a vil prezzo[151], avvezzi ad una vita indipendente, ed impazienti di rompere e vendicare i lor ceppi.

I più severi provvedimenti, ed il più crudel trattamento[152] contro quegli interni nemici pareano quasi giustificati dalla gran legge della propria conservazione, giacchè essi avean con disperate ribellioni condotta più d'una volta la Repubblica all'orlo del precipizio[153]. Ma quando le principali nazioni dell'Europa, dell'Asia e dell'Affrica furono unite sotto le leggi di un solo Sovrano, la sorgente dei rinforzi stranieri divenne meno abbondante, ed i Romani furono ridotti al più mite ma più tedioso metodo della propagazione. Incoraggiarono i matrimonj degli schiavi nelle lor numerose famiglie, e particolarmente nelle loro campagne. I sentimenti della natura, gli abiti della educazione, ed una specie di proprietà, benchè dipendente, contribuirono ad addolcire la durezza della servitù[154]. L'esistenza di uno schiavo divenne un oggetto di valuta maggiore; e sebbene la felicità di lui dipendesse sempre dal carattere o dalle circostanze del padrone, pure l'umanità del secondo, invece di essere scemata dal timore, era incoraggiata dal sentimento del proprio interesse. La politica o la virtù degl'Imperatori accelerò il perfezionamento dei costumi; ed Adriano e gli Antonini estesero con i loro editti la protezion delle leggi fino alla più abietta parte degli uomini. Si tolse ai privati il diritto di vita e di morte sopra gli schiavi, del quale avevano per lungo tempo e spesso abusato, e fu riservato ai soli magistrati. Furon distrutte le sotterranee prigioni; e lo schiavo ingiuriato, se giustamente si lamentava di un intollerabil trattamento, otteneva o la libertà, od un padrone meno crudele[155].

La speranza, che è il miglior sollievo della nostra imperfetta condizione, non era negata allo schiavo romano; e se trovava alcuna opportunità di rendersi utile e gradito, poteva molto ragionevolmente sperare che la diligenza e fedeltà di pochi anni sarebbe ricompensata con l'inestimabil dono della libertà. La benevolenza del padrone era così spesso animata dai più bassi motivi di vanità e di avarizia, che le leggi crederono più necessario di raffrenare, che d'incoraggiare questa profusa ed indistinta liberalità, la quale poteva degenerare in un abuso molto pericoloso[156]. Secondo l'antica giurisprudenza uno schiavo non avea patria: acquistando la libertà egli veniva ammesso nella società politica, di cui il suo patrono era membro. Le conseguenze di questa massima avrebbero prostituiti i privilegi della cittadinanza romana ad una vile e promiscua moltitudine. Furon perciò stabilite alcune opportune eccezioni; e l'onorevol distinzione di cittadino fu ristretta soltanto a quegli schiavi, i quali per giuste cagioni, e con l'approvazione del magistrato eran solennemente e legalmente manumessi. Di più questi scelti liberti non ottenevan che i privati diritti di cittadini, ed erano rigorosamente esclusi dagl'impieghi civili e dal servizio militare. Qualunque esser potesse il merito o la ricchezza dei loro figli, essi eran parimente stimati indegni di aver posto in Senato; nè si cancellavano affatto le tracce della origine servile fino alla terza o quarta generazione[157]. Così senza distrugger la distinzione degli ordini, la libertà e gli onori si mostravano in lontananza anche a quelli, che l'orgoglio e il pregiudizio sdegnavano quasi di annoverare fra gli uomini.

Fu una volta proposto di dar agli schiavi per distintivo un abito particolare, ma si temè con ragione che vi fosse qualche pericolo nel far ad essi conoscere la grandezza del loro numero[158]. Senza interpretare nel loro più stretto senso le pompose voci di legioni e di miriadi[159], si può probabilmente asserire che la proporzione degli schiavi, che si valutavano come proprietà, era più considerabile di quella dei servi mercenarj[160]. I giovani di un ingegno che prometteva, erano instruiti nelle arti e nelle scienze, ed il loro prezzo si misurava dal grado della loro abilità e dei loro talenti[161]. Quasi ogni professione o liberale[162] o meccanica, si trovava nella casa di un ricco Senatore. I ministri della magnificenza e del piacere erano moltiplicati oltre l'idea del lusso moderno[163]. Il mercante o il manifattore trovava più utile a comprare, che a prendere a paga i suoi lavoranti; e nella campagna gli schiavi erano impiegati come gli strumenti meno costosi e più utili dell'agricoltura. Si possono portare diversi particolari esempi per confermar la generale osservazione, e mostrare la moltitudine degli schiavi. Un tristo avvenimento fece scoprire che in un sol palazzo di Roma si mantenevano quattrocento schiavi[164]. Ne apparteneva un numero eguale ad una villa, che una vedova affricana di condizione molto privata cedè al suo figlio, mentre si riservava per se una maggior porzione del suo patrimonio[165]. Sotto il Regno di Augusto un liberto, le cui ricchezze erano molto diminuite per le guerre civili, lasciò tremila seicento paia di bovi, dugento cinquantamila capi di bestiame minuto, e quattromila cento sedici schiavi, i quali venivano quasi inclusi nella descrizione de! bestiame[166].

Il numero dei sudditi, i quali riconoscevano le leggi romane, cittadini, provinciali e schiavi, non si può determinare con quella precisione, che meriterebbe l'importanza del soggetto. Sappiamo che quando l'Imperatore Claudio esercitò l'uffizio di Censore, il censo fu di sei milioni novecento quarantacinquemila cittadini romani, i quali, computandovi in proporzione le donne ed i ragazzi, dovevano ascendere al numero quasi di venti milioni d'anime. La quantità dei sudditi di un grado inferiore era incerta e variabile. Ma dopo aver valutata attentamente ogni circostanza, che può influire nel comparto, sembra probabile, che al tempo di Claudio, il numero dei provinciali fosse quasi doppio di quello dei cittadini d'ogni età e d'ogni sesso; e che gli schiavi fossero almeno eguali in numero agli abitanti liberi dell'orbe romano. La somma totale di questo calcolo imperfetto ascenderebbe quasi a cento venti milioni; popolazione, che forse eccede quella della Europa moderna[167] e forma la più numerosa società che sia mai stata unita sotto lo stesso sistema di governo.

La pace e l'unione interna erano le naturali conseguenze della moderata ed illuminata politica dei Romani. Se volgiamo gli occhi alle Monarchie dell'Asia, vedremo nel centro il dispotismo, e la debolezza nelle estremità; la percezione delle entrate, o l'amministrazione della giustizia sostenuta dalla presenza dell'armi; nemici barbari stabiliti nel cuor del regno; satrapi ereditari che usurpano il dominio delle province, e sudditi disposti alla ribellione, sebbene incapaci di libertà. Ma l'obbedienza del Mondo romano era uniforme, volontaria e costante. Le vinte nazioni, raccolte in un gran popolo, ponevano giù la speranza, anzi il desiderio di riacquistare la loro indipendenza, e consideravano appena la loro esistenza come distinta da quella di Roma. L'autorità, già assodata degl'Imperatori, si stendeva senza fatica per la vasta estensione dei loro dominj, ed era esercitata con la stessa facilità sulle rive del Tamigi o del Nilo, come su quelle del Tevere. Le legioni erano destinate a servire contro i pubblici nemici, ed il magistrato civile rare volte implorava l'aiuto della forza militare[168]. In questo stato di general sicurezza il Principe ed il popolo impiegavano l'ozio e l'opulenza loro ad ingrandire e adornare l'Impero romano.