La famiglia di Gordiano era una delle più illustri del Senato romano: per parte di padre discendeva dai Gracchi, per quella poi della madre dall'Imperatore Traiano. Un gran patrimonio gli dava campo di sostenere la dignità della sua nascita, ed ei lo godeva mostrando un gusto elegante, ed una benefica indole. Il palazzo in Roma, anticamente abitato dal gran Pompeo, era stato per varie generazioni posseduto dalla famiglia dei Gordiani[533]. Era esso adornato d'antichi trofei di vittorie navali, e decorato di pitture moderne. La di lui villa, sul cammin di Preneste, era celebre per i bagni di singolare bellezza ed estensione, per tre magnifiche sale di 100 piedi di lunghezza; e per un superbo portico sostenuto da 200 colonne delle quattro più rare e più stimate specie di marmo[534]. I pubblici spettacoli fatti a sue spese, e nei quali il popolo fu divertito da molte centinaia di fiere e di gladiatori[535], sembrano superiori alla condizione di un privato, e mentre la liberalità degli altri Magistrati si ristringeva a poche solenni feste in Roma, la magnificenza di Gordiano, quand'egli era Edile, fu rinnovata ogni mese nell'anno, ed estesa, nel suo Consolato, alle principali città dell'Italia. Fu due volte Console sotto Caracalla e sotto Alessandro, perchè egli possedeva il raro talento di acquistare la stima dei Principi virtuosi, senza eccitare la gelosia dei tiranni. Egli passò innocentemente la lunga sua vita negli studj delle lettere, e nelle parifiche dignità di Roma; e sembra che prudentemente evitasse il commando delle armate, ed il governo dello province, finchè la voce del Senato, e l'approvazione di Alessandro lo fecero Proconsole dell'Affrica[536]. Questa provincia, mentre visse quell'Imperatore, fu felice sotto l'amministrazione del suo degno Rappresentante. Dopo che il barbaro Massimino ebbe usurpato il trono, Gordiano alleggerì quelle calamità che non poteva impedire. Quando accettò contro sua voglia la porpora, avea più di 80 anni, ultimo e pregevole avanzo del felice secolo degli Antonini, le cui virtù ravvivò nella sua condotta, e celebrò in elegante poema di 30 libri. Il figlio che aveva accompagnato quel rispettabile Proconsole dell'Affrica, come suo Luogotenente, fu insieme col padre dichiarato Imperatore. I costumi di lui erano meno puri, ma avea un carattere amabile al pari di quello del padre. Ventidue concubine riconosciute, ed una libreria di sessantaduemila volumi attestavano la varietà delle sue inclinazioni. E dalle produzioni, che lasciò dopo di se, apparisce che le donne, ed i libri erano veramente per uso, e non per ostentazione[537]. Il popolo romano ritrovava nelle fattezze del giovane Gordiano una rassomiglianza con l'Affricano Scipione; rammentavasi con piacere che la di lui madre era nipote di Antonino Pio, ed appoggiava le pubbliche speranze su quelle nascoste virtù, che fin allora, come si lusingava, erano rimaste occulte nel lusso indolente di una vita privata.

Appena i Gordiani ebbero calmato il primo tumulto di una popolare elezione, trasferirono la loro Corte, a Cartagine; vi furono ricevuti colle acclamazioni degli Affricani, che rispettavano le loro virtù, e che da Adriano in poi non aveano mai veduto la maestà, di un Imperatore romano. Ma queste acclamazioni non avvaloravano, nè confermavano il titolo dei Gordiani. Essi per massima e per interesse vollero sollecitare l'approvazione del Senato, e fu immediatamente spedita a Roma una deputazione dei più nobili provinciali per riferire e giustificare la condotta dei loro concittadini, i quali avendo lungamente sofferto con pazienza, si erano finalmente risoluti ad operar con vigore. Le lettere dei nuovi Principi erano modeste e rispettose. Si scusavano sulla necessità, che gli aveva obbligati ad accettare il titolo imperiale, ma sottoponevano la loro elezione ed il loro destino al supremo giudizio del Senato[538].

Le inclinazioni del Senato non furono incerte, nè divise. I Gordiani, per la nascita e per le nobili alleanze, erano intimamente congiunti colle famiglie più illustri di Roma. Le ricchezze avean creato loro molti dipendenti in quel corpo, od il merito molti amici. La loro dolce amministrazione presentò il lusinghiero aspetto del ristabilimento non solo del governo civile, ma del repubblicano ancora. Il timore della violenza militare, che avea prima costretto il Senato a dimenticar la morte di Alessandro, ed a ratificare l'elezione di un barbaro pastore[539], produsse allora un effetto contrario, e l'animò a sostenere i violati diritti della libertà e dell'umanità. L'odio di Massimino verso il Senato era manifesto ed implacabile: le più umili sommissioni non ne aveano mitigato il furore, e la più cauta innocenza non potea dileguare i sospetti; in somma, la cura della propria salvezza obbligò i Senatori a prendere parte in un'impresa, nella quale, se non riusciva felice, erano sicuri di dover essere le prime vittime. Queste considerazioni, ed altre forse d'una più privata natura, furono esaminate in una previa conferenza dei Consoli e dei Magistrati. Appena fu la loro risoluzione decisa, convocarono tutti i Senatori nel Tempio di Castore, con un'antica formula di secretezza[540], istituita a risvegliare la loro attenzione, e celare i loro decreti. «Padri coscritti» disse il Console Sillano «i due Gordiani, ambi di consolar dignità, uno vostro Proconsole, e l'altro vostro Luogotenente, sono stati dichiarati Imperatori dal generale consentimento dell'Affrica. Rendiamo grazie» (seguitò coraggiosamente) «alla gioventù di Tisdro; rendiamo grazie al fedele popolo di Cartagine, che ci hanno generosamente liberati da un orrido mostro. — Perchè mi ascoltate con tal freddezza o timore? Perchè vi riguardate con tanta inquietezza? Perchè dubitate? Massimino è un pubblico nemico. Possa la sua inimicizia presto spirar con lui, e possiam noi lungamente godere della prudenza e della felicità di Gordiano il padre, e del valore e della costanza di Gordiano il figliuolo[541].» Il nobile ardore del Console ravvivò il languido spirito del Senato. Fu con decreto unanime ratificata l'elezione dei Gordiani: Massimino, il suo figlio, ed i suoi aderenti vennero dichiarati nemici della patria, e furono promesse generose ricompense a chiunque avesse il coraggio, o la fortuna di ucciderli.

Nell'assenza dell'Imperatore, un distaccamento delle guardie Pretoriane restava in Roma per proteggere la Capitalo, o piuttosto per mantenerla in dovere. Il Prefetto Vitaliano avea segnalata la sua fedeltà per Massimino colla prontezza nell'eseguire, ed anche prevenire i crudeli ordini del tiranno. La sua morte sola poteva liberare l'autorità del Senato, e le vite dei Senatori dal pericolo e dall'incertezza. Prima che traspirassero le loro risoluzioni, fu data commissione a un Questore ed a varj Tribuni di uccidere quell'esecrato Prefetto. Eseguirono questi l'ordine con pari ardire e successo, e tenendo in mano i sanguinosi pugnali, corsero per le strade, annunziando altamente al popolo ed ai soldati la nuova della fortunata rivoluzione. L'entusiasmo della libertà fu secondato dalla promessa di un generoso donativo in terre e danari: furono abbattute le statue di Massimino: la Capitale dell'Impero riconobbe con trasporto l'autorità dei due Gordiani, e del Senato[542]: ed il resto dell'Italia seguitò l'esempio di Roma.

Un nuovo spirito erasi risvegliato in quell'adunanza, la cui lunga pazienza era stata insultata dallo sfrenato dispotismo, e dalla licenza militare. Il Senato prese le redini del Governo, e con ferma intrepidità si preparò a sostenere colle armi la causa della libertà. Tra i Senatori consolari, per merito e per i loro servizj, favoriti dall'Imperatore Alessandro, fu cosa facile lo sceglierne venti capaci di comandare un esercito e di regolare una guerra. Fu a questi affidata la difesa dell'Italia: fu ciascuno destinato ad agire nel suo rispettivo dipartimento, autorizzato ad arrolare e disciplinare la gioventù Italiana, ed istruito a fortificare i porti e le strade maestre contro l'imminente invasione di Massimino. Diversi deputati, scelti tra i Senatori o cavalieri più illustri, furono spediti nel tempo stesso ai Governatori delle diverse province, per vivamente esortarli a correre al soccorso della patria, e per rammentare alle nazioni i loro antichi vincoli di amicizia col Senato e col popolo romano. Il rispetto generale, con il quale furono ricevuti quei Deputati, e lo zelo dell'Italia e delle province in favore del Senato provano bastantemente che, i sudditi di Massimino erano ridotti a quell'estreme angustie, nelle quali il popolo tutto ha più da temere dall'oppressione, che dalla resistenza. L'evidenza di questa trista verità inspira un grado di furore costante, che raramente si trova in quelle guerre civili, le quali si sostengono artificiosamente in servigio di pochi capi sediziosi ed intraprendenti[543].

Ma nel tempo che con ardore sì grande era la causa dei Gordiani abbracciata, più non vivevano i Gordiani. La debole Corte di Cartagine fu spaventata dal celere arrivo di Capeliano, Governatore della Mauritania, che con una piccola truppa di veterani, ed una armata di Barbari feroci assalì quella fedele ma imbelle provincia. Il giovane Gordiano usci per incontrare il nemico alla testa di poche guardie e di una indisciplinata moltitudine, allevata nel pacifico lusso di Cartagine. Il suo inutil valore servì soltanto a procurargli una morte onorevole sul campo di battaglia. Il vecchio suo padre, dopo avere regnato soli trentasei giorni, si tolse la vita alla prima nuova della disfatta. Cartagine, priva di difesa, aprì le porte al vincitore, e l'Affrica fu esposta alla rapace crudeltà di uno schiavo, obbligato a soddisfare il suo implacabile padrone con una immensa quantità di sangue e di tesori[544].

Il fato dei Gordiani riempì Roma di un giusto ma inaspettato terrore. Il Senato, convocato nel Tempio della Concordia, affettava di trattare gli affari ordinarj di quel giorno, e parea che tremante ed inquieto evitasse di considerare il proprio ed il pubblico pericolo. Una tacita costernazione avea sorpreso ognuno, finchè un Senatore, del nome e della famiglia di Traiano, riscosse i compagni dal lor funesto letargo. Rappresentò egli che la scelta di caute dilatorie misure non era da gran tempo più in lor potere; che Massimino, implacabile per natura, ed inasprito dalle offese, si avanzava verso l'Italia conducendo le forze dell'Impero; e che ad essi rimaneva la sola alternativa o d'incontrarlo coraggiosamente in campo, o di aspettar vilmente i tormenti e la morte ignominiosa, riservata ai ribelli infelici. «Abbiamo perduto» prosegui egli «due eccellenti Principi; ma se noi non abbandoniamo noi stessi, le speranze della Repubblica non sono perite con i Gordiani. Vi restano molti Senatori degni del trono per le loro virtù, e capaci di sostenere co' propri talenti la dignità imperiale. Eleggiamo due Imperatori, uno dei quali possa dirigere la guerra contro il pubblico nemico, mentre il suo collega rimarrà in Roma a regolare il governo civile. Io di buona voglia mi espongo al pericolo ed all'odiosità della scelta, e dò il mio voto in favore di Massimo e di Balbino. Ratificatelo, Padri coscritti, o proponete in loro vece altri più meritevoli dell'Impero.» Il timore generale fe' tacere le voci della gelosia; il merito dei candidati fu generalmente riconosciuto; ed il Tempio risuonò con sincere acclamazioni di «lunga vita e vittoria agl'Imperatori Massimo e Balbino. Voi siete felici per sentenza del Senato; e possa la Repubblica essere felice sotto il vostro governo[545]».

Le virtù e la riputazione dei nuovi Imperatori giustificavano le più ardenti speranze dei Romani. Dalla varia natura dei loro talenti parea fatto ciascuno pel suo particolare dipartimento di pace o di guerra, senza dar luogo ad una gelosa emulazione. Balbino era un oratore stimato, un poeta illustre, ed un saggio magistrato, che aveva esercitata con integrità e con applauso la civile giurisdizione in quasi tutte le interne province dell'Impero. La sua nascita era nobile[546], ricco il suo patrimonio, liberali ed affabili le sue maniere. L'amor del piacere veniva in lui corretto da un sentimento di dignità; e gli agi non l'avean privato della capacità necessaria per gli affari. L'animo di Massimo era alquanto più rozzo. Dal più basso stato si era, con il valore ed il senno, innalzato alle prime cariche dello Stato e dell'esercito. Le sue vittorie contro i Sarmati ed i Germani, l'austerità della sua vita, e la rigida imparzialità della sua giustizia, quando fu Prefetto della città, gli acquistarono la stima di un popolo, il cui affetto era impegnato in favore delle più amabili qualità di Balbino. I due colleghi erano ambidue stati Consoli (ma Balbino due volte); ambidue erano stati nominati tra i venti Luogotenenti del Senato, ed avendo uno sessanta, l'altro settantaquattro anni[547], erano giunti ambidue alla piena maturità degli anni e dell'esperienza.

Dopo che il Senato ebbe conferito a Massimo ed a Balbino una egual porzione della potestà consolare e tribunizia, il titolo di Padri della patria, ed il congiunto uffizio di supremo Pontefice, salirono essi al Campidoglio per rendere grazie agli Dei protettori di Roma[548]. I riti solenni del sacrifizio furono disturbati da una sedizione del popolo. La sfrenata moltitudine non amava il rigido Massimo, e poco temeva il mite ed umano Balbino. Crescendo in numero, essa circondò il Tempio di Giove, sostenne con ostinati clamori il suo naturale diritto di consentire all'elezione del proprio Sovrano, e richiese con una moderazione apparente, che ai due Imperatori scelti dal Senato si aggiungesse un terzo della famiglia dei Gordiani, come giusta ricompensa di gratitudine per quei Principi, che aveano sacrificate le loro vite per la Repubblica. Massimo e Balbino, alla testa dei Pretoriani e dei giovani cavalieri, tentarono di farsi strada a traverso la sediziosa moltitudine. Ma questa, armata di bastoni e di pietre, li rispinse nel Campidoglio. È prudenza il cedere, quando la contesa (qualunque essere ne possa l'esito) dee tornar fatale ad ambe le parti. Un ragazzo di soli tredici anni, pronipote del vecchio Gordiano e nipote del giovane, fu presentato al popolo, vestito degli ornamenti e del titolo di Cesare. Questa facile condiscendenza acchetò il tumulto; e i due Imperatori, pacificamente riconosciuti in Roma, si apparecchiarono a difendere l'Italia contro il comune inimico.

Mentre in Roma e nell'Affrica le rivoluzioni si succedevano con sì maravigliosa rapidità, l'animo di Massimino era agitato dalle più furiose passioni. Dicono che ricevè la nuova della ribellione dei Gordiani e del decreto del Senato contro di lui, non collo sdegno proprio di un uomo, ma con la rabbia di una bestia feroce; e non potendo sfogarla contro il Senato lontano, minacciò la vita del proprio figlio, degli amici, e di chiunque osava accostarsegli. La grata notizia della morte dei Gordiani fu presto seguitata dalla certezza che il Senato, disperando affatto del perdono o di accomodamento, avea creati in lor vece due Imperatori, il cui merito non gli era ignoto. La vendetta era l'unica consolazione rimasta a Massimino, e la vendetta potea solo ottenersi con le armi. Alessandro avea raccolta da tutte le parti dell'Impero la forza delle legioni. Tre campagne felici contro i Sarmati ed i Germani, aveano aumentata la loro riputazione, invigorita la disciplina, ed accresciuto ancora il lor numero, che si era compito col fiore della barbara gioventù. Massimino avea passata la vita alla guerra, e la severa sincerità della storia non può negargli il valor di un soldato, ed anche l'abilità di un esperto Generale[549]. È naturale il credere che un Principe di questo carattere, in cambio di lasciar coll'indugio prender vigore alla ribellione, marciasse immediatamente dalle rive del Danubio a quelle del Tevere, e che le sue vittoriose truppe, animate dal disprezzo verso il Senato, e desiderose di saccheggiar l'Italia, ardessero d'impazienza di terminare questa facile e ricca conquista. Ma per quanto ci possiamo fidare all'oscura cronologia di quel secolo[550], pare che le operazioni di qualche guerra straniera facessero differire la spedizione in Italia sino alla primavera seguente. Dalla prudente condotta di Massimino possiamo comprendere che i rozzi tratti del suo carattere sono stati esagerati dal pennello del partito; che le sue passioni, benchè impetuose, erano frenate dalla ragione; e che quel barbaro avea qualche parte del generoso spirito di Silla, il quale soggiogò i nemici di Roma, prima di pensare a vendicarsi delle sue private offese[551].