Sembra che i Provinciali d'Occidente ricevesser la cognizione del Cristianesimo per la medesima via, per cui si erano sparsi fra loro la lingua, i sentimenti, ed i costumi di Roma. In questa più importante occasione, l'Affrica e la Gallia si conformarono a grado a grado al gusto della Capitale. Pure nonostanti le molte favorevoli congiunture, che invitar potevano i Missionari di Roma a visitare le lor Province Latine, essi non passaron che tardi le alpi ed il mare[610]; nè possiam ravvisare in que' vasti paesi alcun certo vestigio di fede o di persecuzione che sia anteriore al Regno degli Antonini[611]. Il lento progresso dell'Evangelio nel freddo clima della Gallia fu sommamente diverso dal fervore, con cui par che fosse ricevuto nelle ardenti arene dell'Affrica. I fedeli Affricani presto formarono una delle principali parti della primitiva Chiesa. Il costume, introdotto in quella Provincia, di assegnar Vescovi alle più piccole città, e bene spesso a' più oscuri villaggi, contribuì ad estendere lo splendore, o l'importanza delle lor società religiose, che nel corso del terzo secolo animate furono dallo zelo di Tertulliano, dirette dai talenti di Cipriano, e adornate dall'eloquenza di Lattanzio. Laddove, se noi volgiamo gli occhi verso la Gallia, non si potranno scuoprire, al tempo di Marco Antonino, che le deboli ed unite congregazioni di Lione e di Vienna; e fino anche al Regno di Decio, sappiam di certo che solo in poche città, come Arles, Narbona, Tolosa, Limoges, Clermont, Tours, e Parigi, si sostenevano alcune sparse Chiese dalla devozione di un piccol numero di Cristiani[612]. Il silenzio in vero è molto coerente alla devozione, ma siccome rare volte è compatibile collo zelo, noi possiam rilevare e compiangere il languido stato del Cristianesimo in quelle Province, che avevan mutato la lingua Celtica nella Latina; mentre ne' primi tre secoli non han prodotto neppure un solo scrittore ecclesiastico. Dalla Gallia, che giustamente pretendeva d'avere una preeminenza di autorità e di dottrina sopra tutti gli altri paesi da questa parte delle alpi, la luce dell'Evangelio fu più debolmente riflessa nelle rimote Province della Spagna e della Britannia; e se può darsi fede alle veementi asserzioni di Tertulliano, esse avevan già ricevuti i primi raggi della Fede, quando egli mandò la sua apologia a' magistrati dell'Imperator Severo[613]. Ma si è fatta sì negligentemente menzione dell'oscura ed imperfetta origine delle Chiese occidentali dell'Europa, che volendo riferire il tempo ed il modo della lor fondazione, bisognerebbe supplire al silenzio dell'Antichità con quelle leggende, che lungo tempo dopo, l'avarizia o la superstizione dettò a' Monaci fra le neghittose tenebre de' lor Conventi[614]. Fra questi santi romanzi, quello solo dell'Apostolo S. Giacomo per la singolar di lui stravaganza può meritare che se ne prenda notizia. Di un pacifico pescatore del lago di Gennesaret egli fu trasformato in un valoroso guerriero, che combatteva alla testa della cavalleria Spagnuola nelle battaglie contro de' Mori. I più gravi Storici ne han celebrate le imprese; il miracoloso reliquiario di Compostella ne dimostrava il potere; e la spada d'un ordine militare, assistita da' terrori dell'Inquisizione, fu sufficiente a toglier di mezzo qualunque obbiezione della profana critica[615].

Il progresso del Cristianesimo non si limitò all'Impero di Roma, e secondo gli antichi Padri, che interpretano i fatti con le profezie, la nuova religione aveva già visitato qualunque parte del globo dentro un secolo dalla morte del suo divino Autore. «Non v'è popolo (dice Giustino martire) o Greco, o Barbaro, o di qualunque altra nazione, distinto con nomi o costumi di qualunque sorta, ignorante quanto si vuole dell'agricoltura e delle arti, o abiti sotto le tende, o vada vagando in carri coperti, appresso di cui non s'offrano in nome di Gesù Cristo Crocifisso delle preghiere al Padre e Creatore di tutte le cose»[616]. Ma questa splendida esagerazione, che anche presentemente sarebbe assai difficile di conciliare con lo stato reale dell'uman genere, può solo considerarsi come lo smoderato trasporto di un devoto, ma negligente scrittore, la misura della cui Fede si regolava da quella de' suoi desiderj. Ma nè la Fede, nè le brame de' Padri possono alterar la verità dell'istoria. Sarà sempre un fatto indubitato, che i Barbari della Scizia e della Germania, i quali rovesciaron la Romana Monarchia, erano involti nelle tenebre del Paganesimo; e che anche la conversione dell'Iberia, dell'Armenia, o dell'Etiopia non fu tentata con qualche successo, finchè lo scettro non fu nelle mani d'un Imperatore Ortodosso[617]. Avanti quel tempo i varj accidenti della guerra e del commercio non poterono spargere che un'imperfetta cognizione del Vangelo fra le tribù della Caledonia[618] e fra gli abitanti delle rive del Reno, del Danubio, e dell'Eufrate[619]. Al di là di quest'ultimo fiume, Edessa si distingueva mediante un fermo ed antico attaccamento alla Fede[620]. Da Edessa furono facilmente introdotti i principj del Cristianesimo nelle città Greche e Siriache, le quali obbedivano a' successori di Artaserse; ma non par che facessero alcuna profonda impressione sulle menti de' Persiani; il cui religioso sistema, per opera di un ordine ben disciplinato di sacerdoti, era stato costruito con arte e solidità molto maggiore, che l'incerta mitologia della Grecia e di Roma[621].

Da questa imparziale, quantunque imperfetta veduta del progresso del Cristianesimo può rendersi per avventura probabile, che il numero de' suoi proseliti sia stato magnificato all'eccesso, da una parte per timore, e per devozione dall'altra. Secondo l'irrefragabil testimonianza d'Origene[622], era molto piccolo il numero de' credenti, paragonati alla moltitudine del mondo infedele. Ma siccome non abbiamo su questo alcuna distinta notizia, è impossibile lo stabilire, ed anche difficile il congetturare il vero numero de' primitivi Cristiani. Il calcolo, per altro, più favorevole che dedurre si possa dagli esempi d'Antiochia e di Roma, non ci permette di supporre che più della ventesima parte de' sudditi dell'Impero si fosse arrolata sotto l'insegna della Croce, prima dell'importante conversione di Costantino. Ma i loro abiti di fede, di unione e di zelo, parevano moltiplicare il lor numero, e le medesime cagioni, che contribuirono al futuro loro accrescimento, servirono anche a render più apparente e più formidabile la lor forza attuale.

La costituzione della civil società è tale, che mentre pochi son distinti per ricchezze, onori, e cognizioni, il grosso del popolo è condannato all'oscurità, alla povertà e all'ignoranza. La Religion cristiana, che dirigevasi a tutta la specie umana, dovè per conseguenza raccogliere un molto maggior numero di proseliti da' ceti più bassi degli uomini che da' superiori. Si è convertita questa innocente e natural circostanza in una imputazione ben odiosa, che sembra esser meno vigorosamente negata dagli apologisti, di quel che sia sostenuta da' nemici della Fede, cioè che la nuova setta de' Cristiani era quasi del tutto composta della feccia del popolo, di contadini ed artisti, di fanciulli e di donne, di mendichi e di schiavi, gli ultimi de' quali potevan qualche volta introdurre i Missionari nelle nobili e ricche famiglie, alle quali appartenevano. Questi oscuri maestri (tal era l'accusa della malizia e dell'infedeltà) sono altrettanto muti in pubblico, quanto loquaci e dommatici in privato. Mentr'essi cautamente sfuggono il pericoloso incontro de' filosofi, si mescolano con la rozza ed ignorante turba, e vanno insinuandosi in quegli spiriti, che l'età, il sesso e l'educazione ha meglio disposti a ricevere la impressione de' superstiziosi terrori[623].

Questa svantaggiosa pittura, quantunque non affatto priva di una debole somiglianza, fa conoscere coll'oscuro suo colorito e con le contraffatte figure un pennello nemico. A misura che l'umile fede di Cristo diffondevasi pel mondo, fu abbracciata da varie persone, che si conciliavano qualche riguardo pei vantaggi della natura e della fortuna. Aristide, che presentò un'eloquente apologia all'Imperatore Adriano, era un filosofo d'Atene[624]. Giustino martire avea cercato la cognizione di Dio nelle scuole di Zenone, di Aristotile, di Pitagora e di Platone, avanti che fortunatamente gli si accostasse un vecchio, o piuttosto un Angelo, che rivolse l'attenzione di lui allo studio de' Profeti Giudei[625]. Clemente Alessandrino aveva fatto acquisto di una molto estesa letteratura nella Greca lingua, e Tertulliano nella Latina. Giulio Affricano ed Origene, possedevano una parte assai considerabile del sapere de' loro tempi, e quantunque lo stile di Cipriano sia molto diverso da quello di Lattanzio, se ne può quasi dedurre che ambidue quegli scrittori fossero maestri pubblici di rettorica. Finalmente anche lo studio della filosofia s'introdusse fra' Cristiani, ma non produceva sempre i più salutevoli effetti; la scienza dava spesse volte origine all'eresia, come alla devozione, e può con ugual proprietà applicarsi alle varie Sette, che resisterono a' successori degli Apostoli, la descrizione, con cui si rappresentarono i seguaci d Artemone. «Presumono d'alterar le sante Scritture, di abbandonare l'antica regola di fede, e di formare le loro opinioni secondo i sottili precetti della logica. Trascurano la scienza della Chiesa per lo studio della geometria e perdono di vista il cielo, mentre s'impiegano a misurare la terra. Hanno continuamente in mano Euclide. Aristotele e Teofrasto sono gli oggetti della lor ammirazione; e dimostrano una straordinaria venerazione per le opere di Galeno. I loro errori son derivati dall'abuso delle arti e delle scienze degl'Infedeli, ed essi corrompono la semplicità del Vangelo co' raffinamenti della umana ragione[626]

Neppure si può asserire con verità, che sempre i vantaggi della nascita e della fortuna separati fossero dalla professione del Cristianesimo. Molti cittadini Romani furon condotti avanti al tribunale di Plinio, ed egli presto scuoprì che un gran numero di persone di ogni ordine avevano abbandonato nella Bitinia la religione de' lor maggiori[627]. Alla non sospetta testimonianza di lui può in questo caso prestarsi più fede, che all'audace disfida di Tertulliano, allorchè si rivolge al timore non meno che all'umanità del Proconsole dell'Affrica, assicurandolo, che se persiste nelle sue crudeli intenzioni, dovrà decimar Cartagine, e che troverà fra' colpevoli molti del suo proprio grado, Senatori e Matrone dell'estrazione più nobile, e gli amici o i parenti de' suoi più intimi amici[628]. Sembra però che circa quarant'anni dopo, l'Imperator Valeriano fosse persuaso della verità di quest'asserzione, mentre in uno de' suoi rescritti evidentemente suppone, che Senatori, Cavalieri Romani e Dame di qualità fossero impegnate nella setta Cristiana[629]. La Chiesa continuava sempre ad accrescere il proprio esterno splendore, a misura che andava perdendo l'interna sua purità, e nel Regno di Diocleziano, il Palazzo, le Corti di Giustizia, ed anche l'esercito ricettavano una moltitudine di Cristiani, che procuravan di conciliar gl'interessi della vita presente con quelli della futura.

Contuttocciò tali eccezioni o son troppo poche in numero o troppo recenti in tempo per togliere intieramente di mezzo l'imputazione d'ignoranza e d'oscurità, che tanto arrogantemente fa attribuita a' primi proseliti del Cristianesimo. Invece di servirci per nostra difesa delle finzioni de' passati secoli, sarà più prudente partito quello di convenire in soggetto d'edificazione ciò che diede motivo di scandalo. Le serie nostre considerazioni ci suggeriranno, che dalla Previdenza si scelsero gli stessi Apostoli fra' pescatori della Galilea, e che quanto più abbassiamo la temporal condizione de' primi Cristiani, tanto più avrem ragione di ammirarne il merito ed il buon successo. A noi tocca di rammentarci accuratamente, che il Regno de' Cieli fu promesso al povero di spirito, e che gli animi afflitti dalla calamità e dal disprezzo degli uomini, lietamente ascoltano la divina promessa della futura felicità, mentre i fortunati vivono soddisfatti col possesso de' beni di questo mondo, ed i sapienti malamente impiegano in dubbi e dispute la vana superiorità della loro ragione e della loro dottrina.

Abbiam bisogno di tali riflessioni per consolarci della perdita di vari illustri soggetti, che a' nostri occhi parrebbe, che fossero stati degnissimi del dono celeste. I nomi di Seneca, de' due Plinj, il Vecchio ed il Giovane, di Tacito, di Plutarco, di Galeno, dello schiavo Epiteto, e dell'Imperatore Marc'Antonino adornano il secolo, in cui fiorirono, ed esaltano la dignità della natura umana. Ciascheduno di loro riempì di gloria la respettiva sua condizione, sì nella vita contemplativa che nell'operativa; migliorarono essi collo studio il lor sublime intelletto, purgarono colla filosofia le loro menti da' pregiudizi della superstizion popolare; e passarono i loro giorni nella ricerca della verità e nella pratica della virtù. Eppure tutti questi saggi (è questo un oggetto di sorpresa non meno che di dolore) perderono di vista, o rigettarono la perfezione del sistema Cristiano. Il loro linguaggio od il loro silenzio discuopre ugualmente il disprezzo che avevano per la crescente setta, che ne' loro tempi erasi diffusa per l'Impero Romano. Quelli fra loro, che hanno la condiscendenza di rammentare i Cristiani, li consideran solo come ostinati e perversi entusiasti, ch'esigevano una tacita sommissione alle lor misteriose dottrine, senza esser capaci di produrre un solo argomento, che potesse trarre a se l'attenzione degli uomini dotti e sensati[630].

Può dubitarsi almeno, se alcuno di questi filosofi leggesse le apologie, che i primitivi Cristiani pubblicaron più volte in difesa di se medesimi, e della lor religione; ma v'è molto da dolersi che simil causa non fosse difesa da più abili avvocati. Espongono essi con superfluo spirito ed eloquenza la stravaganza del Politeismo; muovono la nostra compassione con esporre l'innocenza ed i patimenti de' loro ingiuriati fratelli; ma quando voglion dimostrare l'origine divina del Cristianesimo, insistono molto più fortemente sulle predizioni che l'annunciarono, che su' miracoli che accompagnarono la venuta del Messia. Il favorito loro argomento potea servire a edificare un Cristiano, o a convertire un Giudeo, mentre ambidue riconoscono l'autorità di quelle profezie, e son obbligati ad investigarne con devota riverenza il senso ed il compimento. Ma questa maniera di persuadere perde molto del suo peso e della sua forza, quando si dirige a quelli, che nè intendono nè rispettano la legge Mosaica ed il profetico stile[631]. Nelle imperite mani di Giustino e de' successivi Apologisti, la sublime intelligenza degli oracoli Ebrei svanisce in lontane figure, in affettati concetti, ed in fredde allegorie; e la loro autenticità rendevasi anche sospetta ad un Gentile non illuminato per la mescolanza di pie falsità, che sotto i nomi di Orfeo, di Ermete e delle Sibille[632] gli si volevan far credere di ugual valore, che le genuine inspirazioni del Cielo. I sofismi, e le frodi, che si usano in difesa della Rivelazione, ci rammentano bene spesso la poco giudiziosa condotta di que' poeti, che caricano i loro invulnerabili Eroi con un peso inutile d'incomode o fragili armi.

Ma come potrem noi scusare la supina disattenzione de' Pagani e Filosofi a quelle prove, che si presentavano dalla mano dell'Onnipotenza, non alla loro ragione, ma a' loro sensi? Durante la vita di Cristo, degli Apostoli e de' primi loro Discepoli, la dottrina, che predicavano, veniva confermata da innumerabili prodigi. Camminavano gli storpiati, vedevano i ciechi, eran sanati gl'infermi, risorgevan i morti, eran cacciati i demonj, e continuamente si sospendevan le leggi della natura in favor della Chiesa. Ma i Savj della Grecia e di Roma volgevano altrove gli occhi dal tremendo spettacolo, e pare che attenti alle occupazioni ordinarie della vita e dello studio, ignorassero qualunque alterazione accadesse nel governo del mondo sì morale che fisico. Sotto il regno di Tiberio tutta la Terra[633], o almeno una celebre Provincia del Romano Impero[634], si trovò involta in una naturale oscurità di tre ore. Anche questo fatto miracoloso, che avrebbe dovuto eccitar la maraviglia, la curiosità e la devozione dell'uman genere, passò senza che se ne facesse menzione in un secolo della scienza e della Istoria[635]. Esso accadde nel tempo che vivevan Seneca e Plinio il Vecchio, i quali debbono aver sentiti gl'immediati effetti, o ricevuta prestissimo notizia di quel prodigio. Ciascheduno di questi filosofi ha rammentato in una laboriosa opera tutti i grandi fenomeni della natura, terremoti, meteore, comete ed ecclissi, che l'instancabile curiosità loro potè raccogliere[636]. Ma tanto l'uno che l'altro han trascurato di far parola del più gran fenomeno, di cui l'occhio mortale sia stato mai testimonio dalla creazione del mondo. Plinio destinò un capitolo apposta per gli ecclissi di straordinaria natura e d'insolita durata[637]; ma si contenta solo di descrivere la singolar mancanza di luce, che seguì dopo la morte di Cesare, allorchè per la massima parte di un anno il disco solare comparve pallido e senza splendore. Questo tempo d'oscurità, che non può sicuramente paragonarsi con la non naturale oscurità della Passione, fu celebrato dalla maggior parte dei poeti[638] o degli Istorici di quel secolo memorabile[639].