Nel tempo che Valeriano era Console per la terza volta, e Gallieno per la quarta, Paterno, Proconsole d'Affrica, citò Cipriano a comparire avanti al suo Consiglio privato. Ivi l'informò dell'ordine Imperiale che allora avea ricevuto[81], affinchè quelli, che avevano abbandonato la religione Romana, dovessero immediatamente tornare a praticar le ceremonie de' loro antenati. Cipriano replicò senza esitare, ch'egli era un Cristiano ed un Vescovo consacrato al culto dell'unico e vero Dio, al quale offeriva ogni giorno le proprie suppliche per la salvezza e prosperità de' due Imperatori, suoi legittimi Sovrani. Con modesta fiducia invocò il privilegio di cittadino, ricusando di dare alcuna risposta a varie odiose ed, a vero dire, illegali questioni, che il Proconsole avea proposte. Fu pronunziata una sentenza d'esilio per pena della disubbidienza di Cipriano, e fu esso condotto senza dilazione a Curabi, città libera e marittima, di Zeugitania, in una piacevol situazione, in un fertile territorio, ed alla distanza di circa quaranta miglia da Cartagine[82]. L'esule Vescovo godeva de' comodi della vita e della coscienza della propria virtù. Era sparsa la sua riputazione per l'Affrica e per l'Italia; fu pubblicato, per edificazione del mondo Cristiano, un racconto della sua condotta[83]; e la solitudine del medesimo era frequentemente interrotta dalle lettere, dalle visite, e dalle congratulazioni de' Fedeli. All'arrivo di un nuovo Proconsole nella Provincia, parve che la fortuna di Cipriano prendesse per qualche tempo un aspetto più favorevole. Fu esso richiamato dal bando, e quantunque non gli fosse per anche permesso di ritornare in Cartagine, gli furono assegnati per luogo di sua dimora i propri di lui giardini, situati ne' contorni della capitale[84].
Finalmente, appunto un anno dopo che Cipriano fu chiamato per la prima volta in giudizio, Galerio Massimo, Proconsole d'Affrica, ricevè l'imperial dispaccio pur l'esecuzione de' Dottori Cristiani[85]. Al Vescovo di Cartagine parve grave di esser egli destinato per una delle prime vittime, e la fragilità della natura lo tentò a sottrarsi per mezzo di una segreta fuga al pericolo ed all'orror del martirio; ma presto ricuperando quella fortezza ch'esigeva il proprio carattere, tornò a' suoi giardini, ed aspettò pazientemente i ministri della morte. Due uffiziali di qualità, a' quali affidata venne tal commissione, posero Cipriano in un cocchio fra loro, e poichè il Proconsole allora non era in comodo, lo condussero non già in una carcere, ma in una casa privata in Cartagine, appartenente ad uno di essi. Fu apparecchiata un'elegante cena pel Vescovo, e fu permesso a' suoi amici Cristiani di godere per l'ultima volta la sua compagnia, mentr'eran piene le contrade di una moltitudine di Fedeli, ansiosi ed agitati per l'imminente morte del loro padre spirituale[86]. Nella mattina comparve avanti il tribunal del Proconsole, il quale dopo essersi informato del nome e della situazione di Cipriano, gli comandò di sacrificare agli Dei, e lo eccitò a riflettere alle conseguenze della sua disubbidienza. Il rifiuto di Cipriano fu stabile e decisivo; ed il Magistrato, dopo ch'ebbe udita l'opinione del suo consiglio, con qualche ripugnanza pronunziò la sentenza di morte. Questa fu conceputa ne' termini seguenti. «Che immediatamente sia decapitato Tascio Cipriano, come nemico degli Dei di Roma, come capo e condottiero di una rea società, la quale da esso è stata sedotta ad empiamente resistere alle leggi de' santissimi Imperatori Valeriano e Gallieno[87].» La forma della sua esecuzione fu la più mite e la meno penosa, che dar si potesse ad una persona convinta di un delitto capitale; nè fu adoperato l'uso della tortura, per ottenere dal Vescovo di Cartagine o l'abbiurazione delle sue massime, o la scoperta de' complici.
Tosto che fu pubblicata la sentenza, «Noi moriremo con lui» gridò generalmente tutta insieme la moltitudine dei Cristiani, che stava ad ascoltare avanti le porte del Palazzo. Le generose loro dimostrazioni di zelo e di affetto non furono nè vantaggiose a Cipriano, nè per loro stessi pericolose. Fu egli condotto sotto la guardia de' Tribuni e de' Centurioni, senza resistenza, e senza insulto, al luogo dell'esecuzione, ch'era una spaziosa pianura vicina alla città, ed era già piena di un gran numero di spettatori. A' fedeli di lui Diaconi e Preti fu concesso di accompagnare il Santo lor Vescovo. Essi l'aiutarono a togliersi le vesti di sopra, stesero sul terreno de' panni per raccoglier le preziose reliquie del suo sangue, e da esso riceveron l'ordine di dare venticinque monete d'oro all'esecutore. Dopo di che il Martire si cuoprì con le proprie mani la faccia, e ad un solo colpo fu reciso il suo capo dal busto. Rimase per alcune ore il cadavere esposto alla curiosità de' Gentili; ma nella notte fu tolto di là, e con trionfal processione allo splendore di molti lumi fu trasportato al cimitero dei Cristiani. Furon celebrate pubblicamente a Cipriano l'esequie senza il minimo impedimento per parte dei Magistrati Romani; e que' Fedeli, che prestaron gli ultimi uffizj alla persona e memoria di lui, furono sicuri da ogni pericolo d'inquisizione o di pena. Egli è da osservarsi, che in una moltitudine sì grande di Vescovi, che si trovavano nella Provincia dell'Affrica, Cipriano fu il primo, che fosse reputato degno di ottener la corona del martirio[88].
Era veramente in poter di Cipriano o di morir martire, o di vivere apostata: ma dipendeva da questa scelta l'alternativa dell'onore, o dell'infamia. Se potesse anche supporsi che il Vescovo di Cartagine si fosse servito della professione della fede Cristiana solo come d'istrumento della propria ambizione o avarizia, doveva egli sempre sostenere il carattere che aveva assunto[89]; e se in lui era la minima dose di viril fortezza, doveva esporsi piuttosto a' più crudeli tormenti, che per un solo atto cambiare la riputazione di tutta la vita nell'abborrimento de' suoi Cristiani fratelli e nel disprezzo del mondo Gentile. Ma se lo zelo di Cipriano veniva sostenuto da una sincera persuasione della verità di quelle dottrine ch'egli predicava, la corona del martirio dovea sembrargli piuttosto un oggetto di desiderio che di terrore. Dalle vaghe, sebben eloquenti declamazioni de' Padri non è così facile di concepire un'idea distinta, o di determinare il grado di quell'immortal gloria e felicità, ch'essi con fiducia promettevano a quelli ch'erano sì fortunati da spargere il proprio sangue in difesa della religione[90]. Con la diligenza che si conveniva, essi inculcavano, che il fuoco del martirio suppliva ogni difetto, ed espiava ogni colpa; che mentre le anime degli altri Cristiani eran obbligate a passare per una lenta e penosa purificazione, i Martiri entravano trionfanti al godimento immediato dell'eterna felicità, dove in compagnia de' Patriarchi, degli Apostoli e de' Profeti regnavan con Cristo, ed erano come assessori di esso nell'universal giudizio dell'uman genere. La sicurezza di una durevole riputazione sopra la terra, motivo sì confacente alla vanità della natura umana, serviva spesse volte ad animare il coraggio de' Martiri. Gli onori, che Roma od Atene largivano a' que' cittadini, ch'erano morti per difesa della lor patria, non erano che fredde e deboli dimostrazioni di rispetto, ove si confrontino coll'ardente gratitudine e devozione, ch'esprimeva la primitiva Chiesa verso i vittoriosi campioni della fede. S'incominciò a celebrare come una ceremonia sacra l'annual commemorazione delle virtù e dei tormenti loro, e andò a terminar finalmente in un culto religioso. Fra' Cristiani poi, che avevan pubblicamente confessato i principj di lor religione, quelli che si liberavano (come spesso accadeva) dal tribunale o dalle carceri de' Magistrati Pagani, godevano quegli onori ch'erano giustamente dovuti all'imperfetto martirio, ed alla generosa fermezza che avevano dimostrato. Le più devote donne ambivano che fosse loro permesso d'imprimer baci su' ferri ch'essi avevan portato, e sulle ferite che avevano ricevuto. Le lor persone si stimavano sante; se ne ricevevan con rispetto le decisioni; ed essi troppo spesso abusavano, col loro spirituale orgoglio e colle licenziose maniere, della preminenza, che lo zelo e l'intrepidezza avevano loro acquistato[91]. Distinzioni di questa sorta, nel tempo che rappresentano la grand'esaltazione del merito, mostrano il picciol numero di quelli che soffrirono patimenti, o la morte per la professione del Cristianesimo.
La sobria discrezione de' nostri tempi sarebbe più portata a censurar che ad ammirare, e potrebbe anche più facilmente ammirar che imitare il favore de' primi Cristiani, i quali, secondo la viva espressione di Sulpicio Severo, desideravano il martirio con maggiore ansietà di quel che i suoi contemporanei sollecitassero un Vescovato[92]. L'epistole scritte da Ignazio, quando egli era condotto in catene per le città dell'Asia, spirano i sentimenti più ripugnanti alla comune inclinazione della natura dell'uomo. Vivamente egli prega i Romani, che quando sarà esposto nell'Anfiteatro, non vogliano con le lor tenere ma inopportune intercessioni privarlo della corona della gloria, e si dichiara risoluto di voler provocare ed irritar le bestie feroci, che verrebbero impiegate come istrumenti della sua morte[93]. Si raccontano alcune storie del coraggio di Martiri, che effettivamente fecero quel che Ignazio s'era proposto: che inasprirono il furor de' Leoni, sollecitaron l'esecutore ad affrettare il suo uffizio, allegramente saltaron nel fuoco preparato per consumarli, e dimostrarono un senso di gioia e di piacere nel mezzo de' più squisiti tormenti. Si son conservati molti esempi di uno zelo, che non poteva soffrire que' freni che gl'Imperatori avean posti per sicurezza della Chiesa. Supplivano alle volte i Cristiani medesimi con la propria volontaria dichiarazione alla mancanza di un accusatore, precipitosamente sturbavano le pubbliche funzioni del Paganesimo[94], e correndo in folla a' tribunali de' Magistrati, chiedevano loro che pronunziassero ed eseguissero la sentenza stabilita dalla legge. La condotta de' Cristiani era in vero troppo notabile per isfuggire alla vista degli antichi Filosofi; ma sembra che fosse per loro un oggetto molto meno d'ammirazione che di stupore. Incapaci d'immaginare i motivi, che alle volte trasportavano la fortezza de' credenti oltre i confini della prudenza o della ragione, trattavano tale ansietà di morire come uno stravagante risultato di ostinata disperazione, di stupida insensibilità, o di superstiziosa frenesia[95]. «Infelici! (esclamò il Proconsole Antonino, parlando a' Cristiani dell'Asia) infelici! se voi siete sì stanchi di vivere, vi sembra egli tanto difficil cosa il trovar delle funi e de' precipizj?[96].» Egli andò sommamente guardingo (come osserva un erudito e devoto Istorico) nel punire persone che non avevan trovati altri accusatori che se medesimi, non essendosi dalle leggi Imperiali fatto provvedimento veruno per un caso così inaspettato; laonde avendone condannati alcuni pochi per servir d'esempio a' loro fratelli, scacciò la moltitudine con indignazione e disprezzo[97]. Nonostante però questo reale o affettato sdegno, l'intrepida costanza de' Fedeli produceva gli effetti più salutari su quegli spiriti, che dalla natura e dalla grazia eran disposti a ricever facilmente le verità religiose. In tali funeste occasioni, fra' Gentili v'erano molti, che avevano compassione, che ammiravano, e che si convertivano. Da quelli che pativano, si comunicava il generoso entusiasmo agli spettatori, ed il sangue de' Martiri, secondo una ben nota osservazione, divenne il seme della Chiesa.
Ma sebbene la devozione sublimato avesse, e l'eloquenza continuasse ad infiammar questo ardor della mente, pure esso diede insensibilmente luogo alle speranze e ai timori più naturali del cuore umano, all'amor della vita, all'apprension della pena, ed all'orrore del proprio discioglimento. I più prudenti regolatori della Chiesa trovaronsi costretti a raffrenar l'indiscreto fervore de' lor seguaci, e a diffidare di una costanza, che troppo spesso gli abbandonava nell'ora dell'esperimento[98]. A misura che divenne meno mortificata ed austera la vita de' Fedeli, essi furono di giorno in giorno meno ambiziosi degli onori del martirio; ed i soldati di Cristo, in vece di distinguersi con volontarie azioni d'eroismo, disertavan frequentemente dal loro posto, e fuggivano in confusione l'aspetto di quel nemico, al quale erano in dover di resistere. Vi erano però tre maniere di evitare le fiamme della persecuzione, che non portavan seco il grado medesimo di reato: la prima in vero si risguardava generalmente come innocente; la seconda era di una specie dubbiosa, o almeno di una veniale mancanza; ma la terza induceva una diretta e colpevole apostasia dalla fede Cristiana.
I. Un moderno Inquisitore udirebbe veramente con sorpresa, che allorchè avanti ad un Magistrato Romano accusavasi alcuno sottoposto alla sua giurisdizione, per aver abbracciato la setta del Cristianesimo, fosse comunicata l'accusa alla parte accusata, e le fosse accordato un conveniente spazio di tempo per porre in ordine i propri affari domestici, e per preparare una difesa al delitto che le veniva imputato[99]. Se l'accusato avea qualche dubbio intorno alla propria costanza, tal dilazione gli somministrava l'opportunità di conservar la sua vita ed il suo onore mediante la fuga, di ritirarsi in qualche oscura solitudine, o in qualche distante Provincia per ivi aspettare pazientemente il ritorno della sicurezza e della pace. Un contegno sì conforme alla ragione veniva spesso autorizzato dall'avviso e dall'esempio de' più santi Prelati, e sembra, che fosse censurato da pochi, se si eccettuino i Montanisti, che dal loro stretto ed ostinato attaccamento pel rigore dell'antica disciplina furon condotti all'eresia[100]. II. I Governatori delle Province, ne' quali non prevaleva lo zelo all'avarizia, avevano introdotto il costume di vendere degli attestati (o come si dicevan libelli) ne' quali facevan fede, che le persone ivi menzionate avean soddisfatto alle leggi, e sacrificato alle Romane divinità. Producendo queste false dichiarazioni, potevano gli opulenti e timorosi Cristiani ridurre al silenzio la malignità di un accusatore, e in qualche modo conciliare la religione con la loro salvezza. Una tenue penitenza poi serviva a purgare questa profana dissimulazione[101]. III. In ogni persecuzione si trovava un gran numero d'indegni Cristiani, che pubblicamente negavano, o rinunciavano la fede che professavano; e che confermavan la sincerità di loro abbiura con gli atti legali di ardere incenso, o di offerire sacrifizii. Alcuni di questi apostati cedevano alla prima esortazione o minaccia del Magistrato, mentre la pazienza d'altri era vinta dalla lunghezza e reiterazion de' tormenti. I volti spaventati di alcuni tradivano i loro interni contrasti, mentre altri s'avanzavano con fiducia ed ilarità verso gli altari degli Dei[102]. Ma la finzione, indotta dal timore, non durava più lungamente del presente pericolo. Appena diminuiva il rigore della persecuzione, le porte della Chiesa erano assediate dalla moltitudine de' penitenti, che detestavano la loro idolatrica sommissione, e che supplicavano con uguale ardore, ma con vario successo, di esser nuovamente ricevuti nella società de' Cristiani[103].
IV. Quantunque fossero stabilite varie regole generali per convincere e per punire i Cristiani, pure in un esteso ed arbitrario governo il destino di que' settarj doveva sempre in gran parte dipendere dal lor portamento, dalle circostanze de' tempi e dall'indole tanto del supremo, che de' subalterni lor Giudici. Alle volte lo zelo potea provocare, e la prudenza mitigare o rimuovere il superstizioso furor de' Pagani. Diversi motivi potevan disporre i Governatori delle Province a mantenere in vigore, o a rilassar l'esecuzione delle leggi, ed il più forte fra questi era il riguardo che avevano non solo pei pubblici editti, ma ancora per le segrete intenzioni dell'Imperatore, del quale uno sguardo era sufficiente ad accendere, o ad estinguere la persecuzione. Ogni volta che si esercitava qualche accidentale severità nelle diverse parti dell'Impero, i primitivi Cristiani si dolevano de' lor patimenti, e forse gli ampliavano; ma il celebre numero di dieci persecuzioni fu determinato dagli scrittori Ecclesiastici del quinto secolo, che avevano una cognizione più distinta de' casi prosperi ed avversi della Chiesa, dal tempo di Nerone fino a quello di Domiziano. Gl'ingegnosi paralelli delle dieci piaghe d'Egitto e delle dieci corna dell'Apocalisse furono i primi a suggerir questo numero alle lor menti, e nell'applicazione, che facevano della fede profetica alla verità istorica, ebber la cura di sceglier que' regni che furon veramente i più contrari alla causa de' Cristiani[104]. Ma queste passeggiere persecuzioni non servivano, che a ravvivare lo zelo, ed a restaurar la disciplina de' Fedeli, ed i momenti di un rigore straordinario venivan compensati da intervalli molto più lunghi di sicurezza e di pace. L'indifferenza di alcuni Principi, e l'indulgenza di altri fecer godere a' Cristiani una pubblica e di fatto, quantunque per avventura non giuridica, tolleranza di lor religione.
L'Apologia di Tertulliano contiene due molto antichi, molto singolari, e nel tempo stesso molto sospetti esempi d'Imperiale clemenza, cioè gli editti pubblicati sotto Tiberio e Marco Antonino, e diretti non solo a protegger l'innocenza de' Cristiani, ma anche a promulgare quegli stupendi miracoli che avevan contestato la verità di lor dottrina. Il primo di essi è accompagnato da alcune difficoltà, che potrebbero far dubitare uno spirito scettico[105]. Ci si vorrebbe far credere, che Ponzio Pilato informasse l'Imperatore dell'ingiusta sentenza di morte, ch'esso aveva pronunziata contro una persona innocente, e per quanto pareva, divina, e che, senza acquistarne il merito, si esponesse al pericolo del martirio; che Tiberio il quale non occultava il suo disprezzo per ogni religione, immediatamente concepisse il disegno di porre il Messia Giudeo fra' Numi Romani; che il servile Senato si avventurasse a disubbidire a' comandi del suo Signore; che Tiberio, invece di risentirsi di tal rifiuto, si contentasse di proteggere i Cristiani dalla severità delle leggi, molti anni prima che queste fossero fatte, o avanti che la Chiesa prendesse un nome, o avesse un'esistenza particolare; e finalmente che si conservasse la memoria di questo fatto straordinario ne' registri più pubblici ed autentici, i quali non vennero a notizia degl'Istorici Greci e Romani, e furon soltanto visibili agli occhi di un Cristiano d'Affrica, il quale compose la sua apologia cento sessant'anni dopo la morte di Tiberio. Si suppone, che l'Editto di Marco Antonino fosse l'effetto della sua devozione e gratitudine per essere stato miracolosamente liberato nella guerra contro i Marcomanni. L'angustia delle Legioni, l'opportuna tempesta di pioggia e di grandine, di tuoni e di fulmini, ed il terrore e la disfatta de' Barbari, si celebrarono dall'eloquenza di più scrittori Pagani. Se in quell'esercito si fosse trovato alcun Cristiano, egli era naturale ch'essi dovessero attribuir qualche merito alle fervide preci, che nel momento del pericolo avean fatte per la propria, e per la pubblica sicurezza. Ma tuttavia siamo assicurati da monumenti di marmo e di rame, dalle medaglie Imperiali e dalla colonna Antonina, che nè il Principe, nè il Popolo dimostrò alcun sentimento di questo segnalato favore, giacchè attribuirono di comune accordo la loro liberazione alla providenza di Giove ed all'interposizion di Mercurio. In tutto il corso del suo Regno, Marco disprezzò i Cristiani come filosofo, e li punì come Sovrano[106].
Per una fatalità singolare, i travagli che avevano sofferto i Cristiani sotto il governo di un Principe virtuoso, immediatamente cessarono al comparir di un Tiranno, e siccome nessuno, fuori di loro, aveva sperimentato l'ingiustizia di Marco, così furono essi soli protetti dalla piacevolezza di Commodo. La celebre Marcia, che fu la prima favorita fra le sue concubine, e che finalmente tramò l'uccisione dell'Imperiale suo amante, aveva un singolare affetto per l'oppressa Chiesa; e benchè fosse impossibile, ch'ella conciliar potesse la pratica del vizio co' precetti dell'Evangelio, pure poteva sperar di purgare le fragilità del suo sesso e della sua professione, dichiarandosi protettrice de' Cristiani[107]. Sotto la graziosa protezione di Marcia essi passarono in sicurezza i tredici anni di quella crudel tirannia, e quando si stabilì l'Impero nella casa di Severo, acquistarono una famigliare, ma più onorevole connessione con la nuova Corte. L'Imperatore era persuaso, che in una pericolosa malattia gli fosse stato di qualche vantaggio o spirituale o fisico l'olio santo, col quale un suo schiavo l'aveva unto. Ei trattò sempre con particolar distinzione molti di ambedue i sessi, che avevano abbracciato la nuova religione. La nutrice non meno che il precettore di Caracalla furono Cristiani; e se mai quel Principe mostrò un sentimento d'umanità, ne fu cagione un accidente, che sebbene di piccol peso, ha qualche relazione alla causa del Cristianesimo[108]. Nel regno di Severo fu tenuta in freno la furia del popolo; per qualche tempo sospeso il rigore delle antiche leggi; ed i Governatori delle Province restavano soddisfatti con ricevere un dono annuale dalle Chiese poste dentro i limiti di loro giurisdizione, come prezzo o guiderdone della loro moderatezza[109]. La controversia intorno al preciso tempo di celebrar la Pasqua armò i Vescovi dell'Asia e dell'Italia gli uni contro gli altri, e fu questo risguardato come l'affare più importante di quel tempo di pace e di tranquillità[110]. Nè fu interrotta la quiete della Chiesa, finchè sempre crescendo il numero de' proseliti, sembra che finalmente richiamasse l'attenzione, o alienasse l'animo di Severo. Col fine d'impedire il progresso del Cristianesimo, pubblicò un editto, che sebbene fosse diretto soltanto contro quelli che si convertivan di nuovo, pure non si potè rigorosamente mettere in esecuzione senza esporre al pericolo ed alla pena i più zelanti tra' loro Dottori e Missionari. In questa mite persecuzione possiam ravvisar sempre lo spirito indulgente di Roma e del Politeismo, che sì facilmente ammetteva ogni cosa in favore di quelli, che praticavano le religiose cerimonie de' loro Padri[111].