Il genio sanguinario di Galerio, primo e principale autore della persecuzione, riuscì formidabile per quei Cristiani, che per loro disgrazia trovaronsi dentro i limiti de' suoi Stati, e può ragionevolmente supporsi che molti di mediocre fortuna, i quali non erano impediti dalle catene o della ricchezza o della povertà, frequentemente abbandonassero il lor natio paese, e si cercassero un rifugio nel più dolce clima d'Occidente. Fintanto ch'esso comandò le sole armate e Province dell'Illirico, difficilmente potè trovare, o fare un numero considerabil di Martiri in un paese guerriero, che avea ricevuto i Missionari dell'Evangelio con maggior freddezza e ripugnanza, che qualunque altra parte dell'Impero[172]. Ma quando Galerio ebbe ottenuto il supremo potere e governo d'Oriente, egli appagò nella massima estensione il suo zelo e la sua crudeltà non solo nelle Province della Tracia e dell'Asia, che riconoscevano la immediata giurisdizione di lui; ma in quelle ancora della Siria, della Palestina, e dell'Egitto, dove Massimino soddisfaceva la propria inclinazione col prestare una rigorosa obbedienza a' fieri comandi del suo benefattore[173]. I frequenti inciampi nelle sue ambiziose mire, l'esperienza di sei anni di persecuzione, e le riflessioni salutari, che una lenta e penosa malattia suggerì alla mente di Galerio, finalmente lo persuasero, che i più violenti sforzi del dispotismo sono insufficienti ad estirpare un intero popolo, o a vincere i pregiudizi di religione. Bramoso di rimediare al male che avea cagionato, pubblicò in nome proprio e nel nome di Licinio e di Costantino un editto generale, che dopo una fastosa esposizione de' titoli Imperiali, proseguiva nella seguente maniera:
«Fra le importanti cure, che hanno occupato la nostra mente per l'utilità e conservazion dell'Impero, egli fu nostra intenzione di correggere, e ristabilir ogni cosa secondo le antiche leggi, e la pubblica disciplina dei Romani. Il nostro desiderio si rivolse particolarmente a richiamar nella via della ragione e della natura i delusi Cristiani, che avevan rinunziato la religione e le ceremonie instituite da' loro padri, e presontuosamente disprezzando la pratica dell'Antichità, avevano inventato stravaganti leggi ed opinioni secondo i dettami del lor capriccio, e nelle diverse Province del nostro Impero raccolti s'erano in moltiplice società. Gli editti, che abbiamo pubblicato per mantenere in vigore il culto degli Dei, avendo esposto molti Cristiani al pericolo ed alla miseria, molti avendo sofferto la morte, e moltissimi altri, che tuttora persistono nell'empia loro follia, essendo restati privi di ogni pubblico esercizio di religione, siamo disposti ad estendere a quegl'infelici gli effetti della solita nostra clemenza. Permettiamo dunque ad essi di professar liberamente le lor private opinioni, e di potersi unire nelle lor conventicole senza timore o molestia, purchè però sempre conservino il dovuto rispetto alle leggi ed al governo già stabilito. Per mezzo di un altro rescritto indicheremo le nostre intenzioni a' Giudici e Magistrati; e speriamo che la nostra indulgenza impegnerà i Cristiani ad offerire le lor preghiere alla Divinità, ch'essi adorano, per la salvezza e prosperità nostra, per la loro, e per quella della Repubblica[174].» Regolarmente non si dee cercar nello stile degli editti o de' manifesti il vero carattere o i secreti motivi de' Principi; ma siccome queste son parole di un Imperatore spirante, la sua situazione può forse risguardarsi come una prova della sua sincerità.
Quando Galerio sottoscrisse quest'editto di tolleranza, egli era ben sicuro, che Licinio avrebbe facilmente secondato le inclinazioni del proprio benefattore ed amico, e che tutte le determinazioni, prese in favor dei Cristiani, avrebbero ottenuto l'approvazione di Costantino. Ma l'Imperatore non volle arrischiarsi ad inserirvi nel preambolo il nome di Massimino, il consenso del quale era della massima importanza, e che pochi giorni dopo successe alle Province dell'Asia. Ne' primi sei mesi però del suo nuovo regno, Massimino affettò di adottare i prudenti consigli del suo predecessore; e quantunque non condiscendesse giammai ad assicurar la tranquillità della Chiesa con un pubblico editto, Sabino, suo Prefetto del Pretorio, mandò una circolare a tutti i Governatori e Magistrati delle Province, nella quale spaziava sopra la clemenza Imperiale, riconosceva l'invincibile ostinazion de' Cristiani, ed ordinava a' ministri di giustizia di tralasciare le loro inefficaci ricerche, e di chiuder gli occhi alle segrete assemblee di quegli entusiasti. In conseguenza di questi ordini, molti Cristiani rilasciati furono dalle prigioni, o liberati dalle miniere. I Confessori, cantando inni di trionfo, tornavano a' lor paesi, e quelli, che avevan ceduto alla violenza della tempesta, chiedevano con lacrime di pentimento di esser riammessi nel seno della Chiesa[175].
Ma questa finta calma fu di breve durata, nè poterono i Cristiani d'Oriente fondare alcuna speranza nel carattere del lor Sovrano. La crudeltà e la superstizione erano le passioni dominanti l'animo di Massimino: la prima gli suggeriva i mezzi, la seconda gli additava gli oggetti della persecuzione. L'Imperatore era tutto portato al culto degli Dei, allo studio della magia, ed a prestar fede agli oracoli. I Profeti o i Filosofi, ch'egli rispettava come favoriti del Cielo, venivano spesso innalzati al governo delle Province, ed ammessi a' suoi più segreti consigli. Questi facilmente lo persuasero, che i Cristiani andavano debitori delle loro vittorie alla regolar disciplina con cui vivevano, e che la debolezza del Politeismo era nata principalmente dalla mancanza d'unione e di obbedienza fra' Ministri della religione. Fu dunque instituito un sistema di governo, che era evidentemente copiato da quello della Chiesa. In tutte le maggiori città dell'Impero vennero i tempj risarciti ed adornati per ordine di Massimino, ed i Sacerdoti destinati al culto delle varie Divinità furono sottoposti all'autorità di un Pontefice superiore, che si volle opporre al Vescovo, affinchè promuovesse la causa del Paganesimo. Questi Pontefici poi riconoscevano ancor essi la suprema giurisdizione de' Metropolitani, o sommi Sacerdoti delle Province, che agivano come immediati Vicarj dell'Imperatore medesimo. Una veste bianca era l'insegna della lor dignità, e questi nuovi Prelati furono diligentemente presi dalle più nobili ed opulente famiglie. Per le insinuazioni de' Magistrati e dell'Ordine sacerdotale si fece un gran numero di ossequiose rappresentanze, particolarmente dalle città di Nicomedia, di Antiochia e di Tiro, che artificiosamente esponevano le ben note intenzioni della Corte, come i sentimenti generali del popolo; eccitavano l'Imperatore a consultar le leggi della giustizia piuttosto che i dettami della sua clemenza; esprimevano l'abborrimento che avevano a' Cristiani, ed umilmente supplicavano, che quegli empi settarj fossero finalmente esclusi da' limiti de' lor territorj. Sussiste ancora la risposta di Massimino alla rappresentanza, ch'ei ricevè da' cittadini di Tiro. Loda esso lo zelo e la devozion loro in termini della più alta soddisfazione; si diffonde sull'ostinata empietà de' Cristiani; e mostra, mediante la facilità con cui consente alla lor espulsione, ch'egli credeva di ricevere piuttosto che di conferire una grazia. A' Sacerdoti non meno che a' Magistrati fu data l'autorità di procurare l'esecuzione de' suoi editti, i quali sopra tavole di rame vennero incisi, e quantunque fosse ad essi raccomandato ch'evitassero di spargere il sangue, si fecero tuttavia soffrire ai non ubbidienti Cristiani i più crudeli ed ignominiosi gastighi[176].
I Cristiani Asiatici tutto aveano a temere dalla severità di un superstizioso Monarca, il quale prendeva le sue misure di violenza con sì deliberata politica. Ma appena erano scorsi pochi mesi, che gli editti pubblicati, da' due Imperatori d'Occidente obbligarono Massimino a sospendere il proseguimento de' suoi disegni: la guerra civile, ch'egli sì temerariamente intraprese contro Licinio, occupò tutta la sua attenzione; e la disfatta e la morte di Massimino presto liberaron la Chiesa dall'ultimo e dal più implacabile de' suoi nemici[177].
In questo general prospetto della persecuzione, che fu autorizzata per la prima volta dagli editti di Diocleziano, io mi sono a bella posta astenuto dal descrivere i tormenti e le morti particolari dei Martiri. Sarebbe stato assai facile di raccogliere dall'istoria di Eusebio, dalle declamazioni di Lattanzio e dagli atti più antichi una lunga serie di orride e disgustose pitture, e di riempiere molte pagine di flagelli e di verghe, di uncini di ferro e di letti infuocati, e di ogni genere di torture, che il fuoco ed il ferro, le bestie feroci ed i più barbari esecutori potessero infliggere al corpo umano. Ravvivar si potrebbero queste scene funeste con una folla di visioni e di miracoli, destinati o a differire la morte, o a celebrare il trionfo, o a scuoprir le reliquie di que' Santi canonizzati, che soffriron pel nome di Cristo. Ma io non posso determinar ciò che debbo scrivere, finchè non mi trovo soddisfatto intorno alla misura di quello che debbo credere. I più gravi Istorici Ecclesiastici, ed Eusebio stesso, molto francamente confessano, di aver riferito tutto ciò che potea ridondare in gloria, e di aver soppresso tutto quel che poteva tendere al disonore della religione[178]. Tal protesta dovrà eccitare naturalmente il sospetto, che uno scrittore, il quale ha sì apertamente violato una delle leggi fondamentali dell'Istoria, non abbia avuto molto riguardo all'osservanza delle altre; ed il sospetto prenderà sempre maggior vigore dal carattere d'Eusebio, che era meno portato alla credulità, e più esercitato negli artifizi delle Corti, che quasi tutti gli altri di lui contemporanei. In alcune occasioni particolari, quando i Magistrati erano inaspriti da qualche personal motivo d'interesse o di sdegno, quando lo zelo de' Martiri li muoveva a dimenticar le regole della prudenza, e forse anche della decenza, a rovesciare gli altari, a scagliare imprecazioni contro gl'Imperatori, ad offendere il Giudice sedente nel suo Tribunale, allora si può supporre, che qualunque genere di tormenti, cui la crudeltà potesse inventare o la costanza soffrire, esaurito venisse su quelle vittime, destinate al supplizio[179]. Si è fatta però costante menzione di due circostanze, le quali fan credere che il trattamento generale de' Cristiani, presi da' ministri di giustizia, fosse meno intollerabile di quel che ordinariamente suppongasi. I. A' Confessori, condannati ai lavori delle miniere, permettevasi dall'equità o dalla negligenza de' lor custodi di fabbricare cappelle, e di liberamente professare la lor religione in mezzo a quelle orribili abitazioni[180]; II. I Vescovi eran costretti a raffrenare ed a censurare il precipitato zelo de' Cristiani, che volontariamente si davano nelle mani de' Magistrati. Alcuni di questi erano persone oppresse dalla povertà e da' debiti, che ciecamente cercarono di terminare una miserabile vita per mezzo d'una gloriosa morte; altri erano allettati dalla speranza, che una breve sofferenza purgato avrebbe le colpe di tutta la vita; ed altri finalmente venivan mossi dal motivo meno onorevole di rilevare abbondanti alimenti, e forse un considerabil guadagno dall'elemosine, che la carità de' Fedeli donava a' carcerati[181]. Dopo che la Chiesa ebbe trionfato sopra tutti i suoi nemici, l'interesse non meno che la vanità de' prigionieri li dispose ad ampliare il merito de' respettivi lor patimenti. Una giusta distanza di tempo o di luogo diede campo al progresso della finzione, ed i frequenti esempi, che si allegavano, di santi Martiri, de' quali si erano instantaneamente risanate le piaghe, rinnovata la forza, e miracolosamente restituite le membra perdute, erano sommamente adatti allo scopo di rimuovere ogni difficoltà, e di rispondere a qualunque obbiezione. Siccome le più stravaganti leggende contribuivano all'onor della Chiesa, venivano esse applaudite dalla credula moltitudine, sostenute dal potere del Clero, e confermate dalla sospetta testimonianza dell'Istoria Ecclesiastica.
Le descrizioni degli esilj, delle carcerazioni, delle pene e de' tormenti son così facilmente esagerate o abbellite dal pennello di un artificioso Oratore, che siamo naturalmente indotti ad investigare un fatto di una più distinta ed incredibil natura, vale a dire il numero delle persone, che soffriron la morte in conseguenza degli editti pubblicati da Diocleziano e da' suoi colleghi e successori. I leggendari moderni fanno menzione di armate e di città intere, che furono ad un tratto disperse dalla cieca rabbia della persecuzione. I più antichi scrittori si contentano di spargere una quantità di libere e tragiche invettive, senza discendere a determinare il numero preciso di quelli, a' quali fu concesso di sigillare col loro sangue la fede dell'evangelio. Dall'istoria d'Eusebio però possiam ricavare, che nove soli Vescovi furon puniti con la pena di morte; e dalla particolar enumerazione, ch'ei fa, de' Martiri della Palestina, siamo assicurati che non più di novanta due Cristiani ebber diritto a quell'onorevol titolo[182]. Siccome non sappiamo fino a qual segno ascendesse in quel tempo lo zelo ed il coraggio Episcopale, dal primo di questi fatti non possiamo tirare alcuna utile conseguenza: ma il secondo può servire a giustificare una importantissima ed assai probabile conclusione. Secondo la distribuzione delle Province Romane, la Palestina può valutarsi la decimasesta parte dell'Impero Orientale[183]; e poichè vi furono alcuni governatori, che per una reale o affettata clemenza avean conservato le loro mani pure dal sangue de' Fedeli[184], egli è ragionevol di credere, che il paese, dov'era nato il Cristianesimo, producesse almeno la decimasesta parte de' Martiri, che soffriron la morte negli stati di Galerio e di Massimino; per conseguenza tutti insieme potrebbero ascendere a circa mille cinquecento; numero, che se dividasi ugualmente ne' dieci anni della persecuzione, darà un annual resultato di centocinquanta Martiri. Usando la medesima proporzione rispetto alle Province dell'Italia, dell'Affrica, e forse della Spagna dove al termine di poco più di tre anni fu sospeso o abolito il rigore delle leggi penali, si ridurrà la quantità de' Cristiani, che soffrirono per giudicial sentenza la pena capitale in tutto l'Impero a meno di duemila persone. E poichè non può dubitarsi, che i Cristiani eran più numerosi, ed i lor nemici più esacerbati nel tempo di Diocleziano, di quel che fossero stati mai in alcuna precedente persecuzione, questo probabile e moderato calcolo può darci regola per valutare il numero de' Santi e de' Martiri primitivi, che sacrificaron la vita per l'importante fine d'introdurre nel mondo la religione Cristiana.
Noi finiremo questo capitolo con una trista verità, che contro voglia s'insinua nella mente; cioè che ammettendo, anche senz'esitazione o esame veruno, tutto quel che ha narrato l'istoria, o finto la devozione intorno a' martirj, bisogna sempre confessare, che i Cristiani hanno usato, nel corso delle intestine lor dissensioni, gli uni contro degli altri severità molto maggiori di quelle, ch'essi abbiano giammai provate dallo zelo degl'Infedeli. Ne' secoli d'ignoranza, che vennero dopo la sovversione dell'Impero d'Occidente, i Vescovi della città Imperiale estesero il loro dominio sopra i Laici ugualmente che sopra i Cherici della Chiesa Latina. La fabbrica della superstizione da essi eretta, che potè per lungo tempo affrontare i deboli sforzi della religione, fu assaltata finalmente da una folla di arditi fanatici, che dal secolo duodecimo fino al decimosesto assunsero il popolar carattere di Riformatori. La Chiesa Romana difese con la violenza il dominio, che acquistato avea con la frode: ed un sistema di benevolenza e di pace fu ben presto disonorato con le proscrizioni, con le guerre, con le stragi e coll'instituzione del Sant'Uffizio. E siccome i Riformatori erano animati dall'amore della libertà civile non meno che religiosa, i Principi Cattolici unirono il loro interesse con quello del Clero, e sostennero con la spada e col fuoco i terrori delle spirituali censure. Si dice, che ne' soli Paesi Bassi soffrissero per mano del carnefice più di centomila sudditi di Carlo V. e questo numero straordinario viene attestato da Grozio,[185] uomo d'ingegno e di dottrina, che mantenne la sua moderazione in mezzo al furor delle Sette che contendevano, e compose gli annali del secolo e del paese, in cui visse, in un tempo nel quale la invenzione della stampa avea facilitato i mezzi di sapere i fatti, ed accresciuto il pericolo di scuoprire la falsità. Se dobbiamo prestar fede all'autorità di Grozio, bisogna confessare, che il numero de' Protestanti posti a morte in una sola Provincia, e durante il corso di un solo regno, sorpassò di gran lunga quello degli antichi Martiri nello spazio di tre secoli, ed in tutto il Romano Impero. Ma se l'improbabilità del fatto medesimo dee prevalere al peso della testimonianza, se dee credersi, che Grozio abbia esagerato il merito ed i patimenti de' Riformatori[186], saremo naturalmente portati a richiedere, qual fiducia dunque aver possiamo ne' dubbiosi ed imperfetti monumenti dell'antica credulità; o qual credito si voglia accordare ad un Vescovo cortigiano o ad un appassionato declamatore, che sotto la protezione di Costantino godeva il privilegio esclusivo di rappresentare le persecuzioni mosse contro i Cristiani da' vinti rivali, o da' negletti predecessori del grazioso loro Sovrano.
SAGGIO
DI
CONFUTAZIONE