I. Insino a che il Romano Pontefice mantenne il suo posto ed i suoi principj, egli fu guardato dal tenero attaccamento d'un gran Popolo; e potea rigettare con disprezzo le preghiere, le minacce e le offerte di un Principe eretico. Quando gli Eunuchi ebber segretamente determinato l'esilio di Liberio, il ben fondato timor d'un tumulto gl'impegnò ad usar le maggiori cautele nell'eseguir la sentenza. Fu investita da ogni parte la Capitale, e fu comandato al Prefetto di impadronirsi della persona del Vescovo o mediante qualche stratagemma o coll'aperta forza. L'ordine venne eseguito; e Liberio fu colla massima difficoltà precipitosamente di mezza notte involato alla vista del Popolo Romano, avanti che la costernazione di questo si convertisse in furore. Tostochè si seppe il suo esilio nella Tracia, fu convocata una generale assemblea, ed il Clero di Roma obbligossi con un pubblico e solenne giuramento a non abbandonar mai il proprio Vescovo, ed a non riconoscer l'usurpatore Felice, che per la forza degli Eunuchi era stato eletto irregolarmente, e consacrato dentro le mura d'un palazzo profano. Dopo due anni sussisteva tuttavia intera ed incorrotta la pietosa lor ostinazione, e quando Costanzo visitò Roma, fu assalito dalle importune sollecitazioni di un popolo, che aveva conservato, come un ultimo residuo dell'antica sua libertà, il diritto di trattare il proprio Sovrano con famigliare insolenza. Le mogli di molti Senatori e dei più onorevoli cittadini, dopo d'aver pressato i loro mariti ad intercedere in favor di Liberio, risolvettero di prendere sopra di se medesime un assunto, che nelle loro mani sarebbe stato meno pericoloso, e potea riuscire con miglior successo. L'Imperatore ricevè con gentilezza questa deputazione di donne, la ricchezza e dignità delle quali appariva nella magnificenza dei loro abiti ed ornamenti; ammirò la loro inflessibile risoluzione di seguitare il loro amato Pastore nei più distanti paesi della terra; e acconsentì che i due Vescovi, Liberio e Felice, governassero in pace le respettive loro congregazioni. Ma le idee di tolleranza erano sì opposte alla pratica, ed anche ai sentimenti di quei tempi, che quando fu letta pubblicamente nel circo di Roma la risposta di Costanzo, fu rigettato con riso e disprezzo un progetto così ragionevole. L'ardente veemenza, che animava una volta gli spettatori nel decisivo momento d'una corsa di cavalli, allora dirigevasi ad un oggetto diverso; ed il circo risuonava delle grida di migliaia di persone, che replicatamente esclamavano «Un solo Dio, un solo Cristo, un solo Vescovo». Lo zelo del popolo Romano nella causa di Liberio non si ristrinse alle sole parole; e la pericolosa e sanguinosa sedizione, che si eccitò poco dopo la partenza di Costanzo, determinò questo Principe ad accettare la sommissione dell'esiliato Prelato, ed a restituirgli il non diviso possesso della Capitale. Dopo qualche vana resistenza, il suo rivale fu espulso dalla città per la permissione dell'Imperatore, e per la forza dell'opposta fazione; furono crudelmente trucidati gli aderenti di Felice nelle strade, nelle pubbliche piazze, ne' bagni, e sin nelle Chiese; ed al ritorno di un Vescovo Cristiano l'aspetto di Roma rinnovò l'orrida immagine delle stragi di Mario e delle proscrizioni di Silla[279].
II. Nonostante il rapido accrescimento dei Cristiani sotto il regno della famiglia Flavia, Roma, Alessandria, e le altre maggiori città dell'Impero contenevano sempre una forte e potente fazione d'Infedeli, che invidiavano la prosperità, e mettevano in ridicolo anche nei loro teatri le teologiche dispute della Chiesa. La sola Costantinopoli godeva il vantaggio d'esser nata ed allevata in seno alla fede. La Capitale dell Oriente non s'avea mai contaminata col culto degl'idoli; e tutto il corpo del Popolo s'era profondamente imbevuto de' sentimenti, delle virtù e delle passioni, che distinguevano i Cristiani di quel tempo dal rimanente degli uomini. Dopo la morte d'Alessandro, si disputò la Sede Episcopale fra Paolo e Macedonio. Atteso lo zelo e l'abilità loro, ambedue meritavano l'eminente posto, al quale aspiravano; e se il carattere morale di Macedonio era meno soggetto ad eccezioni, il suo competitore aveva il vantaggio d'un'elezione anteriore e d'una più ortodossa dottrina. Il suo stabile attaccamento al Simbolo Niceno, che ha dato a Paolo un posto nel calendario fra' Santi ed i Martiri, l'espose allo sdegno degli Arriani. Fu egli nello spazio di quattordici anni scacciato per cinque volte dalla sua sede, nella quale venne più spesso ristabilito dalla violenza del Popolo, che dalla permissione del Principe; e la potestà di Macedonio non potè assicurarsi che mediante la morte del suo rivale. L'infelice Paolo fu strascinato in catene dagli arenosi deserti della Mesopotamia nei più orridi luoghi del Monte Tauro[280], posto in un'oscura e stretta prigione, lasciato per sei giorni senza cibo, e finalmente strangolato per ordine di Filippo, uno de' principali ministri dell'Imperator Costanzo[281]. Il primo sangue, che macchiò la nuova Capitale, fu sparso in quest'Ecclesiastica contesa; e molte persone restarono uccise da ambe le parti nelle furiose ed ostinate sedizioni del Popolo. Era stata data ad Ermogene, Generale di cavalleria, la commissione di fare eseguire per forza la sentenza d'esilio contro Paolo; ma tal esecuzione riuscì fatale a lui stesso. I Cattolici si sollevarono in difesa del loro Vescovo: fu distrutto il palazzo d'Ermogene; il primo Uffizial militare dell'Impero fu strascinato per li piedi lungo le strade di Costantinopoli, e poscia che fu spirato, ne fu esposto il cadavere ad insulti indecenti[282]. Il destino d'Ermogene ammaestrò Filippo, Prefetto del Pretorio, a diportarsi con più cautela in simigliante occasione. Richiese ne' termini più gentili ed onorevoli un abboccamento con Paolo nei bagni di Zeusippo, che avevano una segreta comunicazione col palazzo e col mare. Un vascello, ch'era pronto allo scalo del giardino, immediatamente fece vela, e mentre il popolo ancora ignorava il tentato sacrilegio, il Vescovo era già imbarcato per Tessalonica. Ad un tratto si videro con meraviglia e con isdegno spalancate le porte del palazzo, e l'usurpatore Macedonio assiso accanto al Prefetto sopra un alto carro, circondato da truppe di guardie con le spade sguainate. La militar processione avanzavasi verso la Cattedrale; tanto gli Arriani quanto i Cattolici corser precipitosamente ad occupar quel posto importante; e tremila cento cinquanta persone perderono la vita nella confusion del tumulto. Macedonio, ch'era sostenuto da una forza regolata, ottenne una decisiva vittoria; ma fu disturbato il suo regno da clamori e da sedizioni; e quelle cause, che sembravano le meno connesse col soggetto della disputa, furon sufficienti a nutrire, e ad accender la fiamma della discordia civile. Poichè la cappella, in cui s'era depositato il corpo del gran Costantino, minacciava rovina, il Vescovo trasportò quelle venerabili reliquie nella Chiesa di S. Acacio. Questo prudente, ed anche pietoso provvedimento fu rappresentato come una maliziosa profanazione da tutto il partito che aderiva alla dottrina dell'Homoousion. Immediatamente le fazioni corsero alle armi, si serviron del luogo sacro come di campo di battaglia, ed ha notato uno degl'Istorici Ecclesiastici come un fatto reale, non come una figura rettorica, che il pozzo, situato avanti alla Chiesa, non essendo capace di più contenerne, allagò con un fiume di sangue i portici e le corti adiacenti. Qualunque Scrittore attribuisse tali tumulti unicamente ad un principio di religione, dimostrerebbe d'avere una ben imperfetta cognizione della natura umana; bisogna però confessare, che il motivo, che traviava la sincerità dello zelo, ed il pretesto, che mascherava la licenza della passione, sopprimevano quei rimorsi che in altre occasioni sarebber succeduti al furore dei Cristiani di Costantinopoli[283].
L'arbitrario e crudele animo di Costanzo, che non sempre aspettava d'esser provocato dalla colpa e dalla resistenza, fu giustamente inasprito dai tumulti della sua Capitale e dalla rea condotta d'una fazione, che opponevasi all'autorità e alla religione del proprio Sovrano. Furono inflitte con particolar rigore le pene ordinarie di morte, d'esilio, e di confiscazione; ed i Greci venerano tuttavia la santa memoria di due Cherici, uno Lettore e uno Suddiacono, che furono accusati dell'uccisione d'Ermogene, e decapitati alle porte di Costantinopoli. Per un editto di Costanzo contro i Cattolici, che non si è stimato degno d'aver luogo nel Codice Teodosiano, quelli che ricusavan di comunicare coi Vescovi Arriani, ed in ispecie con Macedonio, erano spogliati delle immunità Ecclesiastiche e dei diritti dei Cristiani; venivan costretti a lasciare il possesso delle Chiese; ed era loro strettamente vietato di tenere assemblee dentro le mura della città. Nelle Province della Tracia e dell'Asia Minore, fu commessa allo zelo di Macedonio l'esecuzione di questa ingiusta legge; fu ordinato alla potestà civile e militare d'ubbidire a' suoi ordini; e le crudeltà esercitate da questo Semiarriano tiranno in difesa dell'Homoiousion eccederono la commissione di Costanzo, e ne infamarono il regno. S'amministravano i Sacramenti della Chiesa a vittime ripugnanti, che negavano la legittimità dell'elezione, ed abborrivano i principj di Macedonio. Si conferivano i riti del Battesimo a donne e fanciulli, che a tal effetto si erano strappati dalle braccia dei loro amici e parenti; per mezzo di uno istrumento di legno tenevasi aperta la bocca dei comunicanti, mentre s'introduceva loro per forza il pane consacrato nella gola; e con gusci d'ovo infuocati si bruciava il petto di tenere vergini, o crudelmente si comprimeva fra ruvide e pesanti tavole[284]. I Novaziani di Costantinopoli e dei vicini paesi per il loro stabile attacco alla bandiera Homoousiana meritarono d'esser confusi co' Cattolici stessi. Macedonio seppe che un grosso distretto di Paflagonia[285] era quasi tutto abitato da que' Settari. Egli risolse di convertirli o di estirparli; e siccome in tale occasione diffidava dell'efficacia d'una missione Ecclesiastica, ordinò che un corpo di quattromila legionari marciasse contro i ribelli, e riducesse il territorio di Mantinio sotto la sua spirituale giurisdizione. I Novaziani abitanti, animati dalla disperazione e dal furor religioso, arditamente affrontarono gl'invasori del lor paese; e quantunque vi restassero uccisi molti de' Paflagoni, pure le legioni Romane furono vinte da una irregolare moltitudine, armata solo di rusticali strumenti e di legni, ed a riserva di pochi che si salvarono mediante un'ignominiosa fuga, quattromila soldati restarono morti sul campo di battaglia. Il successor di Costanzo ha esposto in una breve ma viva maniera alcune delle teologiche calamità, che afflisser l'Impero, e specialmente l'Oriente, nel regno d'un Principe, che era schiavo delle sue passioni e di quelle de' suoi Eunuchi. «Molti furon posti in prigione, perseguitati, e mandati in esilio. Si trucidarono intere truppe di quelli, che si chiamavano Eretici, particolarmente a Cizico, ed a Samosata. Nella Paflagonia, nella Bitinia, nella Galazia, ed in molte altre Province, intere città e villaggi furono devastati, ed interamente distrutti[286].»
Mentre le fiamme dell'Arriana controversia consumavan le viscere dell'Impero, le Province Affricane venivano infestate dai loro particolari nemici, da quei Selvaggi fanatici, che sotto il nome di Circoncellioni formavan la forza e lo scandalo del partito Donatista[287]. La rigorosa esecuzione delle leggi di Costantino aveva eccitato uno spirito di malcontento e di resistenza; i vigorosi sforzi, che fece il suo figlio Costante per restaurare l'unità della Chiesa, esacerbarono i sentimenti d'odio reciproco, che a principio avea cagionati la separazione; ed i mezzi della forza e della corruzione, impiegati dai due Commissari Imperiali Paolo e Macario, somministrarono agli Scismatici uno specioso contrasto fra le massime degli Apostoli, e la condotta dei pretesi lor successori[288]. Gli abitanti dei villaggi di Numidia e di Mauritania erano una razza di gente feroce, che s'era imperfettamente ridotta sotto l'autorità delle leggi Romane, ed imperfettamente convertita alla fede Cristiana; ma che veniva trasportata da un cieco e furioso entusiasmo nella causa dei Donatisti, loro maestri. Con isdegno soffrivano essi l'esilio dei loro Vescovi, la demolizione delle lor Chiese, e l'interrompimento delle segrete loro assemblee. La violenza degli Uffiziali di giustizia, che ordinariamente eran sostenuti da una guardia militare, fu alle volte rispinta con uguale violenza; ed il sangue di alcuni popolari Ecclesiastici, che si era sparso nella mischia, infiammò i rozzi loro seguaci d'un'ardente brama di vendicare la morte di quei Santi Martiri. I ministri della persecuzione con la loro barbarie e temerità s'attiraron qualche volta la morte, e la colpa d'un accidentale tumulto precipitò i rei nella disperazione e rivolta. Tratti dalle native loro campagne, i Donatisti villani si unirono in formidabili turme all'estremità del deserto Getulio; e facilmente cangiarono l'abitudine del lavoro in una vita oziosa e rapace, che veniva consacrata dal nome di religione, e debolmente condannata dai Dottori della lor Setta. I condottieri de' Circoncellioni presero il titolo di Capitani de' Santi; la principale lor arme, essendo inoltre comunemente provvisti di spade e di lance, era una grossa e pesante clava, ch'essi chiamavano l'Isdraelita; ed il ben noto rimbombo delle parole «sia lode a Dio» che usavano come lor segnale di guerra, spargeva la costernazione per le disarmate Province dell'Affrica. Da principio colorivano le loro depredazioni col pretesto della necessità; ma ben presto passarono la misura della sussistenza; soddisfacevano senza ritegno la loro intemperanza ed avarizia, bruciavano i villaggi che avevano saccheggiati, e dominavano come licenziosi tiranni nell'aperta campagna. Si sospesero i lavori dell'agricoltura e l'amministrazione della giustizia; e siccome i Circoncellioni pretendevano di restituire la primitiva uguaglianza degli uomini, e riformare gli abusi della civil società, così aprivano un asilo sicuro agli schiavi, ed a' debitori che correvano a truppe sotto il santo loro stendardo. Allorchè non trovavano resistenza, ordinariamente si contentavano del saccheggio, ma la minima opposizione serviva per provocarli ad atti di violenza e di strage; ed alcuni Preti Cattolici, che avevano imprudentemente segnalato il loro zelo, furon tormentati da' fanatici con la più raffinata e cruda barbarie. Lo spirito dei Circoncellioni però non si esercitava sempre contro nemici senza difesa. Attaccarono essi, ed alle volte anche disfecero, le truppe della Provincia; e nella sanguinosa azione di Bagai assaltarono in campo aperto, ma con disgraziato valore, una guardia avanzata della cavalleria Imperiale. I Donatisti, ch'erano presi armati, ricevevano, e facilmente meritavano il trattamento che avrebbe potuto farsi alle bestie selvagge del deserto. I prigionieri morivano, senza mandare un lamento, o per mezzo della spada, o della scure, o del fuoco; e si moltiplicarono in una rapida proporzione le rappresaglie, che aggravavan gli orrori della ribellione, ed escludevano la speranza d'un vicendevol perdono. Al principio del presente secolo, si è rinnovato l'esempio dei Circoncellioni nella persecuzione, nell'ardire, ne' delitti, e nell'entusiasmo dei Camisardi, e se i fanatici di Linguadoca sorpassaron quelli di Numidia per le loro azioni militari, gli Affricani mantenner la fiera loro indipendenza con maggiore risolutezza e perseveranza[289].
Tali disordini sono i naturali effetti d'una tirannia religiosa; ma la rabbia dei Donatisti era infiammata da frenesia d'una specie molto straordinaria, la quale, se veramente prevalse fra loro in un grado così stravagante, non se ne può trovar sicuramente l'uguale in alcun paese, o in alcun secolo. Molti di questi fanatici avevano in orrore la vita, desiderando il martirio; e poco importava loro per quali mezzi o per quali mani perissero, qualora la lor condotta santificata fosse dall'intenzione di sacrificarsi per la gloria della vera fede e per la speranza dell'eterna felicità[290]. Alle volte andavano a disturbar villanamente le feste, ed a profanare i tempj del paganesimo, con animo di eccitare i più zelanti fra gl'Idolatri a vendicare gli insulti de' loro Dei. Alle volte, entravan per forza nei Tribunali di giustizia, o costringevano lo spaventato Giudice ad ordinare l'immediata loro esecuzione. Spesso fermavano i viandanti nelle pubbliche strade, e gli obbligavano a dar loro il martirio con la promessa di un premio, se v'acconsentivano, e con la minaccia dell'immediata morte, se ricusavano di largire ad essi un favore tanto singolare. Quando mancava qualunque altro ripiego, essi annunziavano il giorno, in cui alla presenza dei loro amici e fratelli si sarebber gettati a basso da qualche altissima rupe; e si mostravano varj precipizj che eran divenuti famosi pel numero dei religiosi suicidj. Nelle azioni di tali disperati entusiasti, che s'ammiravano da una parte come martiri di Dio, e s'abborrivano dall'altra come vittime di Satana, un imparziale Filosofo può ravvisar l'influenza e l'ultimo abuso di quello spirito inflessibile, che in origine proveniva dal carattere e dai principj della nazione Giudaica.
A. D. 312-361
La semplice istoria delle interne divisioni, che disturbaron la pace e disonorarono il trionfo della Chiesa, servirà a confermare l'osservazione d'un Istorico Pagano, ed a giustificare il lamento d'un venerabile Vescovo. L'esperienza d'Ammiano l'aveva convinto, che l'inimicizia de' Cristiani fra loro sorpassava il furor delle fiere contro degli uomini[291]; e Gregorio Nazianzeno si duole nel più patetico stile, che il regno dei Cieli si era dalla discordia convertito nell'immagine del caos, d'una tempesta notturna e dell'istesso inferno[292]. I fieri e parziali Scrittori di quei tempi, attribuendo a se stessi tutta la virtù, ed imputando tutta la colpa agli avversari, hanno rappresentato la guerra degli Angeli coi Demonj. La nostra più tranquilla ragione rigetterà tali puri e perfetti mostri di vizio o di santità, ed imputerà un'uguale o almeno non molto diversa dose di bene o di male agli ostili Settari, che prendevano i nomi di Ortodossi e di Eretici. Essi erano stati educati nella medesima religione e nella medesima civil società; le speranze ed i timori sì nella vita presente che nella futura, si bilanciavano da loro nella medesima proporzione; sì dall'una che dall'altra parte poteva lo sbaglio esser innocente, la fede sincera, la pratica meritoria o corrotta; le loro passioni venivano eccitate da oggetti simili, e poteano alternativamente abusare del favor della Corte o del popolo. Le metafisiche opinioni negli Atanasiani, e degli Arriani non potevano influire sul lor morale carattere, e tutti erano ugualmente agitati dallo spirito intollerante, che avevano tratto fuori dalle pure e semplici massime dell'Evangelio.
Un moderno Scrittore, che con giusto ardire ha posto in fronte della sua storia gli onorevoli titoli di politica e filosofica[293], accusa la timida prudenza di Montesquieu per aver omesso di enumerare fra le cause della decadenza dell'Impero una legge di Costantino, da cui fu assolutamente soppresso l'esercizio del Culto Pagano, e si lasciò priva di Sacerdoti, di tempj, e d'ogni pubblica religione una considerabil parte di sudditi. Lo zelo dell'Istorico filosofo pei diritti della umanità l'ha indotto ad ammetter l'ambigua testimonianza di quegli Ecclesiastici, che hanno troppo leggermente attribuito il merito di una generale persecuzione all'Eroe lor favorito[294]. Invece di allegar questa legge immaginaria, che avrebbe brillato in fronte a' Codici Imperiali, noi possiamo con sicurezza rimetterci all'epistola originale, che Costantino indirizzò ai seguaci dell'antica religione in un tempo, nel quale non dissimulava più la sua conversione, nè più temeva i rivali dei trono. Esso invita ed esorta ne' termini più pressanti i sudditi del Romano Impero ad imitar l'esempio del loro Principe; ma dichiara, che quelli, che tuttavia ricusano d'aprir gli occhi alla celeste luce, posson liberamente godere i lor tempj e gl'immaginari lor Dei. Vien dunque formalmente contraddetta l'asserzione, che le ceremonie del Paganesimo fossero soppresse dall'Imperatore medesimo, il quale saviamente assegna come principio della sua moderazione l'invincibil forza dell'abitudine, del pregiudizio e della superstizione[295]. Ma senza violare la santità della sua promessa, senza eccitare i timori de' Pagani, l'artificioso Monarca con lenti e cauti passi avanzavasi a distrugger l'irregolare e cadente edifizio del politeismo. Gli atti parziali di severità, che secondo le occasioni esercitava, quantunque segretamente provenissero da uno zelo Cristiano, eran coloriti dai più bei pretesti di giustizia e di pubblico bene; e mentre Costantino tendeva a rovinare i fondamenti dell'antica religione, pareva che ne riformasse gli abusi. Ad esempio dei suoi più saggi predecessori condannò sotto le più rigorose pene le occulte ed empie arti della divinazione, che risveglia le vane speranze ed alle volte i rei tentativi di quelli, che son malcontenti della presente lor condizione. Fu imposto un ignominioso silenzio agli oracoli, ch'erano stati pubblicamente convinti di frode e falsità; furono aboliti gli effeminati Sacerdoti del Nilo; e Costantino eseguì l'uffizio di Censore Romano, allorchè diede ordine che si demolissero i diversi tempj della Fenicia, nei quali si praticava ogni sorta di prostituzione pubblicamente in onore di Venere.[296]. L'Imperial città di Costantinopoli fu in certo modo innalzata a spese de' ricchi tempj della Grecia e dell'Asia, e adornata delle loro spoglie; si confiscarono i beni sacri; si trasportaron con rozza famigliarità le statue degli Dei e degli Eroi in mezzo ad un Popolo, che le risguardava come oggetti non di adorazione, ma di curiosità; si restituì alla circolazione l'argento e l'oro; ed i Magistrati, i Vescovi, e gli Eunuchi profittarono della fortunata occasione di soddisfare nel tempo stesso lo zelo, l'avarizia e lo sdegno. Ma tali depredazioni si ristrinsero ad una piccola parte del Mondo Romano; e le Province da lungo tempo erano assuefatte a soffrire la medesima sacrilega rapacità dalla tirannia di Principi e di Proconsoli, contro i quali non potea nascer sospetto veruno di tendere a sovvertire la religione stabilita[297].
I figli di Costantino calcaron le vestigia del loro padre con più zelo e con minor discrezione. Si moltiplicarono appoco appoco i pretesti dell'oppressione e della rapina[298]; fu accordata ogni sorta di condiscendenza all'illegittima condotta dei Cristiani; qualunque dubbio fu interpretato in disfavore del Paganesimo; e la demolizione de' tempj fu celebrata come uno dei più prosperi avvenimenti del regno di Costante e di Costanzo[299]. È scritto il nome di quest'ultimo in fronte ad una breve legge, che avrebbe potuto render superflua qualunque posteriore proibizione. «Vogliamo che in tutti i luoghi ed in tutte le città immediatamente si chiudano i tempj, o siano diligentemente guardati, affinchè nessuno possa far male. Vogliamo ancora, che tutti i nostri sudditi si astengano da' Sacrifizj. Se alcuno fosse reo di tal atto, provi la spada della vendetta; e dopo la morte i suoi beni siano confiscati a vantaggio del Pubblico. Estendiamo le stesse pene a' Governatori delle Province, se trascureranno di punire i delinquenti»[300]. Ma vi è la più forte ragione di credere, che questo formidabil editto o fosse scritto senza esser pubblicato, o fosse pubblicato senza essere eseguito. L'evidenza dei fatti ed i monumenti, che tuttavia sussistono di bronzo e di marmo, continuano a provare il pubblico esercizio del Culto Pagano in tutto il regno de' figli di Costantino. Tanto nell'Oriente quanto nell'Occidente, sì nelle città che nella campagna si rispettava, o almeno si risparmiava un gran numero di tempj; e la devota moltitudine tuttavia godeva il lusso dei sacrifizj, delle feste e delle processioni per la permissione o per la connivenza del Governo. Circa quattro anni dopo la pretesa data di quel sanguinoso editto, Costanzo visitò i tempj di Roma; e viene commendata da un oratore Pagano la decenza del suo contegno, come un esempio degno dell'imitazione dei successivi Principi. Quell'Imperatore (dice Simmaco) «tollerò che restassero intatti i privilegi delle Vestali; diede le dignità Sacerdotali a' nobili di Roma; concesse la solita prestazione per le spese dei pubblici riti e sacrifizj; e quantunque avesse abbracciato una religione diversa, non tentò mai di spogliar l'Impero del sacro culto dell'antichità»[301]. Il Senato pretendeva sempre di consacrare con solenni decreti la divina memoria dei suoi Sovrani, e Costantino medesimo fu dopo la sua morte associato a quegli Dei, che esso avea rinunziati e insultati in vita. Il titolo, le insegne, e le prerogative di Pontefice Massimo, che s'erano istituite da Numa ed assunte da Augusto, s'accettarono senza esitare da sette Imperatori Cristiani, che venivano investiti di un'autorità più assoluta sulla religione da essi abbandonata, che su quella che professavano[302].
Le divisioni fra i Cristiani sospesero la rovina del Paganesimo[303]; e la guerra sacra, contro gl'Infedeli con minor vigore fu proseguita da Principi e da Vescovi, che erano più immediatamente sbigottiti dal male e dal pericolo della ribellione domestica. Si sarebbe potuta giustificare l'estirpazione dell'idolatria[304] coi principj già stabiliti d'intolleranza; ma le contrarie Sette, che a vicenda regnavano nella Corte Imperiale, temevano di alienare da loro, e forse d'esacerbare gli animi di una forte, sebbene decadente fazione. Militava allora in favore del Cristianesimo ogni motivo di autorità e di moda, d'interesse e di ragione; ma dovettero passare due o tre generazioni, prima che fosse universalmente sentita la sua vittoriosa influenza. La religione, che per sì lungo tempo e recentemente avea dominato nell'Impero Romano, era sempre venerata da molti, meno attaccati invero alle opinioni speculative che all'antico uso. Erano indifferentemente concessi gli onori dello Stato e dell'esercito a tutti i sudditi di Costantino e di Costanzo; ed una parte considerabile di cognizioni, di ricchezze e di valore trovavasi tuttora impegnata in servizio del politeismo. Nasceva da cause molto diverse la superstizione del Senatore e del Villano, del Poeta e del Filosofo; ma con ugual divozione si univano tutti nei tempj degli Dei. Era insensibilmente provocato il loro zelo dall'insultante trionfo d'una Setta proscritta; e si ravvivavan le loro speranze dalla ben fondata fiducia, che l'erede presuntivo dell'Impero, giovane e valoroso Eroe, che avea liberato la Gallia dalle armi dei Barbari, avesse abbracciato segretamente la religione dei suoi maggiori.