I trattati di pace venivano accompagnati e sostenuti dalle più vigorose preparazioni per la guerra. L'esercito, che Giuliano teneva pronto per agire immediatamente, fu reclutato ed accresciuto da' disordini de' tempi. La crudel persecuzione del partito di Magnenzio aveva riempito la Gallia di numerose truppe di banditi, e di ladri. Questi volentieri accettaron l'offerta d'un generale perdono da un Principe del quale potevan fidarsi, si sottomisero al rigore della militar disciplina, e non ritennero che un odio implacabile contro la persona e il governo di Costanzo[321]. Subito che la stagione permise d'entrare in campagna, egli comparve alla testa delle sue legioni; gettò un ponte sul Reno nelle vicinanze di Cleves; e si preparò a gastigar la perfidia degli Attuarj, tribù di Franchi, i quali supponevano di poter devastare impunemente le frontiere d'un Impero diviso. La difficoltà, e la gloria di quest'impresa consisteva in una faticosa marcia; e Giuliano ebbe vinto, subito che gli riuscì di penetrare in un luogo che gli antecedenti Principi avevano stimato inaccessibile. Dopo d'aver concessa la pace a' Barbari, l'Imperatore visitò diligentemente le fortificazioni lungo il Reno da Cleves a Basilea; esaminò con particolar attenzione i territorj, che avea ricuperati dalle mani degli Alemanni, passò per Besanzone[322], che aveva molto sofferto dal lor furore, e fissò il suo principal quartiere a Vienna per il seguente inverno. Fu migliorata e fortificata la frontiera della Gallia con nuove fortificazioni; e Giuliano aveva qualche speranza, che i Germani, da esso tante volto soggiogati, potessero in assenza di lui esser tenuti a freno dal terror del suo nome. Vadomair[323] era l'unico Principe degli Alemanni, ch'egli stimava o temeva; e mentre l'astuto Barbaro affettava d'osservar la fede de' trattati, il progresso delle sue armi minacciava lo Stato d'una inopportuna, e pericolosa guerra. La politica di Giuliano condiscese a sorprendere il Principe degli Alemanni con le sue proprie arti; e Vadomair, che sotto il carattere d'amico aveva incautamente accettato un invito da' Governatori Romani, fu arrestato nel mezzo del convito, e mandato prigioniero nel cuor della Spagna. Avanti che i Barbari fosser rinvenuti dalla lor sorpresa, l'Imperatore comparve armato sulle sponde del Reno, ed attraversato un'altra volta il fiume, rinnovò le profonde impressioni di terrore e di rispetto, che si eran già fatte da quattro precedenti spedizioni[324].

Gli Ambasciatori di Giuliano avevano avuto l'ordine d'eseguire colla massima diligenza l'importante lor commissione. Ma nel passar che fecero per l'Italia e l'Illirico fur trattenuti dalle tediose ed affettate dilazioni de' Governatori delle Province; furon condotti a lente giornate da Costantinopoli a Cesarea in Cappadocia; e quando finalmente vennero ammessi alla presenza di Costanzo, trovarono ch'egli avea già concepito da' dispacci de' suoi Uffiziali la più svantaggiosa opinione della condotta di Giuliano e dell'esercito Gallico. Si ascoltarono le lettere con impazienza; i tremanti Ambasciatori furono licenziati con ira e disprezzo; e gli sguardi, i gesti, ed il furioso linguaggio del Monarca esprimevano il disordine dell'animo suo. Il domestico vincolo, che avrebbe potuto riconciliare il fratello e il marito d'Elena, di fresco erasi sciolto per la morte di quella Principessa, di cui la gravidanza era stata più volte infruttuosa, ed alla fine riuscille fatale[325]. L'Imperatrice Eusebia avea conservato fino all'ultimo momento della sua vita il tenero, ed anche geloso affetto, che concepito avea per Giuliano; e la dolce di lei autorità avrebbe potuto moderare lo sdegno d'un Principe, che, dopo la morte di quella, s'era abbandonato alle proprie passioni, ed alle arti de' suoi eunuchi. Ma il timore d'una straniera invasione l'obbligò a sospendere il gastigo d'un nemico domestico; continuò la sua marcia verso i confini della Persia, e stimò sufficiente l'indicare le condizioni, che avrebber potuto render Giuliano ed i suoi rei seguaci, degni della clemenza dell'offeso loro Sovrano. Egli esigeva, che il presuntuoso Cesare espressamente rinunziasse il nome e la dignità d'Augusto, che ricevuto avea da' ribelli; che discendesse all'antico suo posto di limitato e dipendente ministro; che rimettesse le forze dello Stato, e dell'armata nelle mani degli Uffiziali, ch'erano deputati dalla Corte Imperiale; e che affidasse la propria salute alle assicurazioni di perdono, che si portavano da Epitteto, Vescovo Gallico, ed uno degli Arriani favoriti di Costanzo. Inutilmente si consumarono varj mesi in una negoziazione, che si trattava alla distanza di tremila miglia tra Parigi ed Antiochia; e quando Giuliano s'accorse, che il suo moderato e rispettoso contegno non serviva che ad irritare l'orgoglio d'un implacabil nemico, arditamente risolse di commetter la sua vita e il suo stato alla sorte d'una guerra civile. Diede una pubblica, e militar udienza al Questore Leonas; fu letta la superba lettera di Costanzo all'attenta moltitudine; e Giuliano si protestò con la più adulante deferenza, ch'egli era pronto a dimettere il titolo d'Augusto, se poteva ottenere il consenso di quelli ch'ei riguardava come autori della sua elevazione. La timida proposizione impetuosamente fu rigettata, e da ogni parte del campo nel tempo stesso rimbombarono queste acclamazioni «Giuliano Augusto, continua a regnare per l'autorità dell'esercito, del popolo e della Repubblica, che hai salvata», onde spaventato rimase il pallido Ambasciator di Costanzo. In seguito fu letta una parte della lettera, in cui l'Imperatore accusava l'ingratitudine di Giuliano, ch'esso aveva insignito dell'onor della porpora; che aveva educato con tanta cura, e tenerezza; che aveva difeso nella sua infanzia, quando ei restò un orfano senza soccorso; «Orfano!» interruppe Giuliano, che giustificava la propria causa nel tempo che soddisfaceva le sue passioni; «L'assassino di mia famiglia mi rinfaccia che io rimasi orfano? Egli mi spinge a vendicar quelle ingiurie, che lungamente ho procurato di porre in obblio». Fu licenziata l'assemblea; e Leonas, che s'era difficilmente difeso dal furor popolare, fu mandato al suo Signore con una lettera, in cui Giuliano esprimeva co' tratti della più veemente eloquenza i sentimenti d'ira, d'odio, e di disprezzo, ch'erano stati soppressi ed inveleniti dalla dissimulazione di venti anni. Dopo questa ambasceria, che si potè risguardare come il segno d'una irreconciliabile guerra, Giuliano, che poche settimane avanti avea celebrato la festa Cristiana dell'Epifania[326], fece una pubblica dichiarazione ch'egli commetteva la cura della sua salvezza ai Numi immortali; e così rinunziò pubblicamente alla religione, ugualmente che all'amicizia di Costanzo[327].

La situazione di Giuliano richiedeva una vigorosa, ed immediata risoluzione. Egli aveva scoperto per mezzo di lettere intercettate, che l'avversario, sacrificando l'interesse dello Stato a quello del Monarca, aveva di nuovo eccitato i Barbari ad invader le Province dell'Occidente. La disposizione di due magazzini, stabiliti uno sulle sponde del lago di Costanza, l'altro a piè delle Alpi Cozie, pareva che indicasse la marcia di due armate; e la grandezza di que' magazzini, ciascheduno de' quali conteneva seicentomila sacca di grano, o piuttosto farina[328], era una minacciante prova della forza, e del numero de' nemici che si preparavano a circondarla. Ma le legioni Imperiali erano sempre nelle distanti Province dell'Asia; il Danubio era guardato debolmente, e se Giuliano con una repentina invasione riusciva ad occupare le importanti Province dell'Illirico, poteva sperare che sarebbe corso a' suoi stendardi un popolo di soldati, e che le ricche miniere d'oro e d'argento che v'erano, avrebbero contribuito alle spese della guerra civile. Propose quest'audace impresa all'assemblea de' soldati; inspirò loro una giusta fiducia nel Generale ed in se stessi; e gli esortò a mantenere la propria riputazione di esser terribili a' nemici, moderati verso i propri concittadini, ed ubbidienti a' loro Uffiziali. L'animoso di lui discorso fu ricevuto con le più alte acclamazioni, e le medesime truppe, che avean prese le armi contro Costanzo, quando intimò loro di abbandonare la Gallia, ora dichiarano allegramente che avrebber seguitato Giuliano fino alle ultime estremità dell'Europa o dell'Asia. Fu dato loro il giuramento di fedeltà; ed i soldati, facendo strepito con gli scudi, e ponendosi la punta delle spade nude alla gola, si obbligarono con le più orride imprecazioni al servizio d'un Capitano, ch'essi celebravano come il liberator della Gallia ed il vincitor de' Germani[329]. A tal solenne obbligazione, che pareva dettata dall'affetto più che dal dovere, non si oppose che il solo Nebridio, ch'era stato ammesso all'Uffizio di Prefetto del Pretorio. Il fedele Ministro, solo e senz'aiuto, sostenne i diritti di Costanzo in mezzo ad un'armata e fervida moltitudine, al furor della quale poco mancò, che non restasse onorevolmente, ma invano sacrificato. Dopo che un colpo di spada gli ebbe troncata una mano, egli abbracciò le ginocchia del Principe, che aveva offeso. Giuliano cuoprì il Prefetto col suo manto Imperiale, e difendendolo dal zelo de' suoi seguaci, lo mandò alla propria casa con minor rispetto di quello ch'era forse dovuto alla virtù d'un nemico[330]. Il sublime posto di Nebridio fu dato a Sallustio; e le Province di Gallia, che allora si trovavan libere dall'intollerabile oppression delle tasse, goderono dell'equa e dolce amministrazione dell'amico di Giuliano, a cui permettevasi di praticar quelle virtù, che aveva instillato nell'animo del suo allievo[331].

Le speranze di Giuliano dipendevano assai meno dal numero delle truppe, che dalla celerità de' suoi movimenti. Nell'esecuzione d'un'ardita intrapresa, pose in opera ogni precauzione che suggerir potea la prudenza; e dove questa non poteva più accompagnare i suoi passi, affidò l'evento al valore, ed alla fortuna. Egli riunì, e divise il suo esercito[332] nelle vicinanze di Basilea. Ad un corpo di diecimila uomini, sotto il comando di Nevitta Generale di cavalleria, fu ordinato d'avanzarsi verso le parti mediterranee della Rezia e del Norico. Una simil divisione di truppe, sotto gli ordini di Giovio e di Giovino, si preparò a seguitare l'obbliquo corso delle pubbliche strade per le Alpi ed i confini settentrionali d'Italia. Le istruzioni pei Generali eran concepite con energia e precisione: di affrettare cioè la lor marcia in chiuse e serrate colonne, che secondo la disposizione del luogo potessero facilmente cangiarsi in qualunque ordine di battaglia; d'assicurarsi dalle sorprese notturne per mezzo di forti posti, e di vigilanti sentinelle; di prevenire la resistenza coll'inaspettato loro arrivo; e mediante la repentina partenza, eluder le osservazioni; di spargere una grande opinione delle loro forze, ed il terror del suo nome; e di riunirsi al loro Sovrano sotto le mura di Sirmio. Per se Giuliano avea riservato la parte dell'opera più straordinaria, e difficile. Scelse tremila bravi ed attivi volontari, e risolvè, come loro condottiero, di togliere ad essi qualunque speranza di ritirata. Alla testa di questa fedele truppa, senza timore gettossi nell'interno della Marciana, o sia della Foresta Nera, che nasconde la sorgente del Danubio[333], e per molti giorni restò incognito al Mondo il destin di Giuliano. Mediante la segretezza della sua marcia, e per la diligenza e vigore con cui operò, vinse ogni ostacolo; proseguì a viva forza il suo viaggio per monti e paludi, occupò i ponti, passò a nuoto i fiumi, non traviando mai dal retto suo corso[334], senz'avvertire se traversava territorj di Romani o di Barbari; e finalmente sboccò fra Vienna, e Ratisbona, in quel luogo appunto dove avea disegnato d'imbarcar le sue truppe sul Danubio. Mediante un ben concertato stratagemma, s'impossessò d'una flotta di legni leggieri[335], che ivi si trovava sulle ancore; l'assicurò di grosse provvisioni, sufficienti a saziare il non delicato e vorace appetito d'un esercito Gallico; ed arditamente s'abbandonò al corso del Danubio. Gli sforzi de' suoi marinari, che faticavano con diligenza continua, e la stabil costanza d'un vento favorevole, fecero progredir la sua flotta più di seicento miglia in undici giorni[336]; ed aveva già sbarcate le sue truppe a Bologna, distante non più di diciannove miglia da Sirmio, avanti che i nemici avessero alcuna certa notizia, ch'egli avea lasciate le rive del Reno. Nel corso di questa lunga e rapida navigazione l'animo di Giuliano era fisso nell'oggetto della sua intrapresa; e quantunque accettasse le deputazioni di alcune città, che s'affrettavano ad acquistare il merito d'una pronta sommissione, passò davanti alle fortezze nemiche situate lungo il fiume, senza cedere alla tentazione di segnalare un vano ed inopportuno valore. Le sponde del Danubio da una parte e dall'altra erano coronate di spettatori, che ammiravan la pompa militare, prevedevano l'importanza del fatto, e spargevan per le vicine regioni la fama d'un giovin Eroe, che s'avanzava con una velocità più che mortale alla testa delle innumerabili forze d'Occidente. Luciliano, che col grado di Generale di cavalleria comandava la milizia dell'Illirico, rimase agitato e perplesso dalle dubbiose relazioni, ch'ei non poteva nè rigettare, nè credere. Avea egli prese alcune lente ed irresolute misure ad oggetto di levar truppe, quando fu sorpreso da Dagalaifo, attivo Uffiziale, che Giuliano, appena sbarcato a Bologna, avea spedito avanti con qualche corpo d'infanteria leggiera. Il Generale prigioniero, incerto della vita o della morte, fu posto in fretta sopra un cavallo, e condotto alla presenza di Giuliano, che l'alzò cortesemente da terra, e sgombrò il terrore e la sorpresa, che sembrava avessero instupidite le sue potenze. Ma tosto che Luciliano ebbe ripreso lo spirito, dimostrò la sua mancanza di discernimento col pretendere d'ammonire il suo vincitore per essersi temerariamente arrischiato con un pugno di soldati ad esporre la sua persona in mezzo a' nemici. «Riserva coteste timide rimostranze al tuo Signore Costanzo», replicò con un sorriso di disprezzo Giuliano, «quando io ti ho dato a baciare la mia porpora, ti ho ricevuto come un supplichevole, non come un consigliero». Sapendo che il solo successo era quello che giustificar poteva il suo tentativo, e che il solo ardire poteva dominar sull'evento, immediatamente s'avanzò alla testa di tremila soldati ad attaccar la più forte e più popolata città delle Province Illiriche. Entrato nel lungo sobborgo di Sirmio, fu ricevuto dalle liete acclamazioni dell'esercito e del popolo, che coronato di fiori, e tenendo in mano fiaccole accese, conduceva all'Imperial sua residenza il proprio già riconosciuto Sovrano. Furono destinati due giorni alla pubblica gioia, che celebrossi co' giuochi del Circo; ma il terzo giorno di buon mattino Giuliano mosse ad occupare lo stretto passo di Succi nelle angustie del monte Emo, che posto quasi in mezzo fra Sirmio e Costantinopoli, separa fra loro le Province di Tracia e di Dacia, mediante una dirupata discesa verso la prima, ed un dolce declivo dalla parte dell'altra[337]. Fu affidata la difesa di questo importante luogo al bravo Nevitta, il quale non meno che i Generali della divisione Italiana, aveva con buon successo eseguito il piano della marcia e l'unione, che il loro Principe sì saviamente avea divisata[338].

L'omaggio, che ottenne Giuliano dal timore o dalla inclinazione del Popolo, s'estese molto al di là dell'immediato effetto delle sue armi[339]. S'amministravan le Prefetture d'Italia e d'Illirico da Tauro e da Florenzio, che univano quest'importante uffizio ai vani onori del consolato; e siccome que' Magistrati precipitosamente si ritirarono alla Corte d'Asia, Giuliano, che sempre non potea raffrenar la leggerezza del suo naturale, notò la lor fuga coll'aggiungere in tutti gli atti di quell'anno a' nomi de' due Consoli il titolo di fuggitivi. Le Province, che si trovarono abbandonate da' primi lor Magistrati, riconobber l'autorità di un Imperatore, che conciliando le qualità di soldato con quelle di filosofo, era ugualmente ammirato nei campi del Danubio, e nelle Città della Grecia. Dal suo palazzo, o piuttosto da' suoi generali quartieri di Sirmio e di Naisso, mandò alle principali Città dell'Impero un'elaborata apologia della sua condotta; pubblicò i segreti dispacci di Costanzo; e chiese il giudizio del genere umano fra due competitori, l'uno de' quali aveva espulsi, e l'altro chiamati i Barbari[340]. Giuliano, il cui animo era profondamente sensibile alla taccia d'ingratitudine, tendeva a conservare con gli argomenti, non meno che colle armi, la superiorità della sua causa, e ad esser eccellente non solo nell'arti della guerra, ma anche in quelle di scrivere. Sembra che la sua lettera al Senato ed al Popolo d'Atene[341] fosse dettata da un elegante entusiasmo, che gli faceva sottometter le proprie azioni e i motivi di esse a' degenerati Ateniesi de' suoi tempi, con quell'umile deferenza con cui avrebbe arringato, al tempo d'Aristide, avanti il Tribunale dell'Areopago. La sua richiesta al Senato di Roma, al quale tuttavia permettevasi di conferire i titoli dell'Imperial potestà, fu coerente alla forma d'una spirante Repubblica. S'intimò un'assemblea da Tertullo, Prefetto della Città; vi si lesse l'epistola di Giuliano; e siccome si vedeva, ch'egli era padrone d'Italia, i suoi diritti furono ammessi senza che alcun dissentisse. Con minor soddisfazione ascoltossi la sua indiretta censura delle innovazioni di Costantino, e l'appassionata invettiva contro i vizi di Costanzo, ed il Senato, come se Giuliano fosse stato presente, tutto insieme esclamò: «Rispettate, di grazia, l'Autore della vostra fortuna»[342]: artificiosa espressione, che si poteva interpretar differentemente secondo la sorte della guerra, o come una viril disapprovazione dell'ingratitudine dell'usurpatore, o come un'adulante confessione, che quel solo atto, di tanto vantaggio allo Stato, dovea servire a purgare tutti i difetti di Costanzo.

Immediatamente fu data notizia della marcia e del rapido progresso di Giuliano al suo rivale, che, mediante la ritirata di Sapore, aveva ottenuto qualche respiro dalla guerra Persiana. Mascherando l'angustia dell'animo suo coll'apparenza del disprezzo, Costanzo dichiarò la sua intenzione di tornare in Europa, e dar la caccia a Giuliano; giacchè non parlò mai di tal militare spedizione, che come d'una partita di caccia[343]. Nel campo di Gerapoli in Siria comunicò questo disegno all'esercito: toccò di volo la colpa e la temerità del Cesare, ed osò assicurare i soldati, che se gli ammutinati Galli ardivano di venir loro incontro nel campo, sarebbero stati incapaci di sostenere l'ardor de' lor occhi, e l'irresistibile forza de' loro clamori d'attacco. Si fece applauso militare al discorso dell'Imperatore; e Teodoto, Presidente del consiglio di Gerapoli, fece istanza con lacrime d'adulazione che la sua città venisse adornata del capo del soggiogato ribelle[344]. Fu spedito in carri di posta uno scelto distaccamento per assicurare, se fosse stato possibile, il passo di Succi; le reclute, i cavalli, le armi, ed i magazzini, che s'erano preparati contro Sapore, si applicarono all'uso della guerra civile, e le domestiche vittorie di Costanzo inspiravano a' suoi partigiani la più certa sicurezza di buon successo. Il notaro Gaudenzio aveva occupato in suo nome le Province dell'Affrica; fu intercettata la sussistenza di Roma; e s'accrebbe la strettezza di Giuliano per un inaspettato accidente, che avrebbe potuto produrre conseguenze fatali. Giuliano aveva accettato la sommissione di due legioni e d'una coorte d'arcieri, ch'erano di guarnigione a Sirmio; ma ebbe con ragione sospetto della fedeltà di quelle truppe, ch'erano state distinte dall'Imperatore; e fu creduto espediente, sotto pretesto che la frontiera di Gallia era esposta, d'allontanarle dalla scena più importante d'azione. Essi avanzarono con ripugnanza fino a' confini dell'Italia; ma temendo la lunghezza del viaggio e la barbara ferocia de' Germani, risolvettero, instigati da uno de' loro Tribuni, di fermarsi ad Aquileia, e d'innalzar sulle mura di quella inespugnabil città le bandiere di Costanzo. La vigilanza di Giuliano vide nel tempo stesso e l'estensione del male, e la necessità d'applicarvi un immediato rimedio. Giovino dunque ebbe l'ordine di condurre indietro una parte dell'esercito in Italia, e speditamente fu posto l'assedio ad Aquileia e proseguito con vigore. Ma i legionari, che pareva avessero scosso il giogo della disciplina, regolarono la difesa della piazza con perseveranza e sapere; invitarono il rimanente dell'Italia ad imitar l'esempio del coraggio e della fedeltà loro; e minacciarono d'impedire la ritirata di Giuliano, se mai si fosse trovato nella necessità di cedere al numero superiore delle armate di' Oriente[345].

Ma l'umanità di Giuliano fu liberata dalla crudele alternativa, di cui esso pateticamente dolevasi, di distrugger cioè, o d'esser distrutto; e l'opportuna morte di Costanzo risparmiò all'Impero le calamità della guerra civile. L'approssimarsi dell'inverno non potè ritenere il Monarca in Antiochia; ed i suoi favoriti non ardirono d'opporsi al suo desiderio di vendetta. Una lenta febbre, che forse fu cagionata dall'agitazione del suo spirito, s'accrebbe per le fatiche del viaggio; e Costanzo fu obbligato a fermarsi nella piccola Città di Mopsucrene, dodici miglia sopra Tarso, dove spirò dopo una breve malattia nel quarantesimo quinto anno della sua età, e nel ventesimo quarto anno del regno[346]. Si è pienamente spiegato nella precedente narrazione de' fatti, sì civili che ecclesiastici, il suo genuino carattere, ch'era composto d'orgoglio e di debolezza, di superstizione e di crudeltà. Il lungo abuso che fece del potere, lo rendè un oggetto considerabile agli occhi de' suoi contemporanei; ma siccome il solo merito personale può meritar la notizia della posterità, così l'ultimo tra' figli di Costantino può licenziarsi dal Mondo con l'osservazione ch'egli ereditò i difetti senza ereditare l'abilità del padre. Si dice, che Costanzo, avanti di spirare, nominasse per suo successore Giuliano; nè sembra impossibile, che l'ansiosa di lui premura per la sorte di una giovine e tenera moglie ch'ei lasciava gravida, potesse prevalere negli ultimi suoi momenti alle più aspre passioni della vendetta, e dell'odio. Eusebio ed i suoi rei compagni fecero un vano tentativo di prolungare il regno degli Eunuchi, mediante l'elezione d'un altro Imperatore, ma si rigettaron con disdegno i loro intrighi da un esercito, che allora abborriva il pensiero della discordia civile; e furono subito spediti due uffiziali d'alto grado ad assicurar Giuliano, che ogni spada nell'impero si sarebbe adoprata in servigio di lui. Furono prevenuti da questo fortunato accidente i militari disegni di quel Principe, che avea formato tre differenti attacchi contro la Tracia, e senza spargere il sangue de' suoi concittadini, egli evitò i pericoli d'un dubbioso combattimento, ed acquistò i vantaggi d'una compita vittoria. Impaziente di visitare il luogo della sua nascita, e la nuova Capitale dell'Impero, s'avanzò da Naisso per le montagne dell'Emo, e le città della Tracia. Quando giunse in Eraclea, alla distanza di sessanta miglia, tutta Costantinopoli uscì ad incontrarlo; ed egli fece il trionfale suo ingresso fra le rispettose acclamazioni de' soldati, del popolo, e del Senato. Una moltitudine innumerabile s'affollò intorno ad esso con ardente rispetto; e forse restò sorpresa quando vide la piccola statura, ed il semplice abito d'un Eroe, che nella sua inesperta gioventù aveva vinto i Barbari della Germania, e allora aveva traversato con un prospero corso tutto il continente d'Europa, da' lidi del mare Atlantico fino a quelli del Bosforo[347]. Pochi giorni dopo, allorchè fu sbarcato nel porto il corpo del defunto Imperatore, i sudditi di Giuliano applaudirono alla reale, o affettata umanità del loro Sovrano. A piedi, senza diadema, e vestito a lutto, egli accompagnò il funerale fino alla Chiesa de' santi Apostoli, dove fu depositato il cadavere; e se possono interpretarsi questi segni di rispetto, come un tributo fatto in riguardo di se stesso alla nascita ed alla dignità dell'Imperial suo cugino, le lacrime di Giuliano protestarono al Mondo ch'egli aveva dimenticato le ingiurie, e si rammentava solo delle obbligazioni, che professava a Costanzo[348]. Appena le legioni d'Aquileia furono assicurate della morte dell'Imperatore, aprirono le porte della città, e, col sacrifizio de' loro colpevoli Capi, ottennero un facil perdono dalla prudenza, o dalla mansuetudine di Giuliano, che nel trentesimo secondo anno della sua età acquistò l'intero possesso del Romano Impero[349].

La filosofia aveva insegnato a Giuliano a paragonare fra loro i vantaggi dell'azione e del ritiro; ma l'elevatezza della sua nascita, e gli accidenti della sua vita non gli lasciarono mai la libertà della scelta. Può essere ch'egli sinceramente avrebbe preferito i boschi dell'Accademia, o la società d'Atene; ma fu costretto a principio dalla volontà, ed in seguito dall'ingiustizia di Costanzo ad esporre la sua persona e la sua fama a' pericoli dell'Imperiale grandezza, ed a farsi mallevadore al Mondo ed alla posterità della felicità di milioni di uomini[350]. Giuliano rifletteva con terrore a quell'osservazione del suo maestro Platone[351] che il governo de' nostri armenti e de' nostri greggi si commette ad enti d'una specie superiore ad essi; e che la condotta delle nazioni meriterebbe, e richiederebbe le celesti facoltà degli Dei, o de' Genj. Da questo principio a ragione concludeva, che l'uomo il qual pretende di regnare, aspirar dovrebbe alla perfezione della natura divina; che dovrebbe purgare il suo spirito da ogni parte mortale e terrestre, estinguere i suoi appetiti, illuminar l'intelletto, regolar le passioni, e soggiogare la selvaggia fiera, che, secondo la viva metafora d'Aristotile[352], rare volte manca di salire il trono d'un despota. Il trono di Giuliano, che dalla morte di Costanzo fu stabilito sopra una indipendente base, era la sede della ragione, della virtù, e forse della vanità. Ei disprezzava gli onori, rinunziava a' piaceri, ed eseguiva con assidua diligenza i doveri dell'alto suo posto; e pochi vi sarebbero stati tra' suoi sudditi che avessero acconsentito ad alleggerirlo del peso del diadema, se fossero stati costretti a sottoporre il lor tempo e le loro azioni a quelle rigorose leggi, che il filosofico Imperatore imponeva a se stesso. Uno de' suoi più intimi amici[353], che aveva spesso partecipato della frugale semplicità di sua mensa ha osservato che il suo parco e leggiero cibo (ch'era per ordinario di vegetabili) lasciavagli lo spirito e il corpo sempre libero e attivo per eseguire le varie ed importanti incumbenze d'Autore, di Pontefice, di Magistrato, di Generale, e di Principe. In uno stesso giorno dava udienza a più Ambasciatori, e scriveva o dettava un gran numero di lettere a' Generali, ai Magistrati civili, a' suoi privati amici, ed alla diverse città de' suoi Stati. Ascoltava le suppliche che s'erano ricevute, considerava il soggetto della domanda, e indicava le sue intenzioni più rapidamente di quel che se ne potesse prender memoria dalla diligenza de' suoi segretari. Godeva tal flessibilità nel pensare, e tal fermezza d'attenzione, che impiegar poteva la mano a scrivere, l'orecchio ad udire, e la voce a dettare; e seguitare nel tempo stesso tre differenti serie d'idee, senza esitazione e senz'errore. Mentre i suoi ministri dormivano, il Principe agilmente passava da un lavoro all'altro; e dopo un frettoloso pranzo, ritiravasi nella sua libreria, finchè i pubblici affari, che aveva fissati per la sera, lo ritraessero dal proseguire i suoi studi. La cena dell'Imperatore era sempre di minor sostanza del primo cibo; il suo sonno non veniva mai ottenebrato da' fumi dell'indigestione; ed eccettuato il breve intervallo d'un matrimonio, che fu effetto della politica piuttosto che dell'amore, il casto Giuliano non divise mai il proprio letto con femminil compagnia[354]. Egli veniva presto svegliato dall'entrar che facevano i nuovi segretari, che avevan dormito il giorno avanti, ed i suoi servi eran obbligati a vegliare a vicenda, mentre l'instancabile padrone appena lor permetteva altro sollievo che quello di cangiare le occupazioni. Il zio di Giuliano, il fratello, ed il cugino, suoi antecessori, s'abbandonavano al puerile lor gusto per li giuochi del Circo sotto lo specioso pretesto di compiacere alle inclinazioni del Popolo; e spesso restavano la maggior parte del giorno come oziosi spettatori, e come facienti una parte dello splendido spettacolo, fintantochè non fosse compito l'ordinario giro di ventiquattro corse[355]. Nelle feste solenni, Giuliano, che sentiva e confessava un insolito disamore per questi frivoli divertimenti, condiscendeva a comparire nel Circo; e dopo aver gettato un non curante sguardo su cinque o sei corse, tosto si ritirava coll'impazienza d'un filosofo, che risguardava come perduto ogni momento, che non fosse consacrato al vantaggio del Pubblico, od al miglioramento del suo spirito[356]. Mediante quest'avarizia di tempo, sembra che prolungasse la breve durata del suo Regno; e se le date fossero stabilite con minor certezza, ricuseremmo di credere, che non passassero più di sedici mesi fra la morte di Costanzo, e la partenza del suo successore per la guerra Persiana. La diligenza dell'Istorico ha potuto sol conservarci le azioni di Giuliano; ma quella de' suoi voluminosi scritti, che tuttora sussiste, è un monumento dell'applicazione ugualmente che del genio dell'Imperatore. Il Misopogon, i Cesari, varie delle sue orazioni, e la sua elaborata opera contro la religione Cristiana furon composti nelle lunghe notti dei due inverni che passò, il primo a Costantinopoli, ed il secondo in Antiochia.

La riforma della Corte Imperiale fu uno de' primi, e più necessari atti del governo di Giuliano[357]. Appena entrato nel Palazzo di Costantinopoli, ebbe occasione di servirsi d'un barbiere. Gli si presentò subito un uffiziale, magnificamente vestito; «Ho bisogno d'un barbiere (esclamò il Principe con affettata sorpresa) non d'un ricevitor generale di Finanze[358]». Dimandò a quest'uomo quanto gli rendesse il suo impiego; ed intese, che oltre un grosso salario, ed alcuni valutabili incerti, godeva una quotidiana prestazione per venti servi, ed altrettanti cavalli. Eran distribuiti, ne' varj uffizj di lusso, mille barbieri, mille coppieri, mille cuochi; e il numero degli Eunuchi non poteva paragonarsi che agl'insetti d'un giorno d'estate[359]. Il Monarca che abbandonava a' suoi sudditi la superiorità nel merito, e nella virtù, si distingueva mediante l'oppressiva magnificenza degli abiti, della tavola, degli edifizi, e del suo seguito. I superbi palazzi, eretti da Costantino e da' suoi figli, eran ornati di molti marmi di varj colori, e di finimenti d'oro massiccio. Si procuravano i cibi più squisiti per soddisfare la loro vanità piuttosto che il gusto: uccelli delle più remote regioni, pesci de' mari più distanti, frutti fuori delle stagioni lor naturali, rose d'inverno, e nevi d'estate[360]. La spesa della domestica turba del palazzo sorpassava quella delle legioni; eppure la minima parte di tal dispendiosa moltitudine serviva all'uso, o allo splendore del Trono. Veniva infamato il Monarca, ed offeso il popolo dall'instituzione e dalla vendita d'un numero infinito di oscuri impieghi, ed anche di semplice titolo, ed i più indegni tra gli uomini potevan acquistare il privilegio d'esser mantenuti, senza bisogno di lavorare, dalle pubbliche rendite. Le spoglie d'una enorme famiglia, l'ampiezza delle mancie e degl'incerti, che ben presto si pretendevano come legittimamente dovuti; e i doni ch'estorcevan da quelli, che ne temevano l'inimicizia, e ne sollecitavano il favore, facean presto arricchire questi orgogliosi servi. Essi abusavano della presente fortuna, senza riflettere alla passata o futura lor condizione; e la rapace venalità di costoro non poteva uguagliarsi che dalla stravaganza delle loro dissipazioni. Le vesti di seta che usavano, erano ricamate d'oro, le mense loro servite con delicatezza e con profusione; le case che fabbricavano per loro uso, avrebber occupato l'intiero fondo d'un antico Console; ed i più onorevoli Cittadini eran costretti a smontare da' loro cavalli e rispettosamente salutare un Eunuco, che avessero incontrato nella pubblica strada. Il lusso del palazzo eccitò il disprezzo e lo sdegno di Giuliano, che ordinariamente dormiva sulla terra, che cedeva con ripugnanza a' bisogni indispensabili della natura, e che faceva consister la sua vanità non già in emulare, ma in disprezzar la pompa reale. Mediante la total estirpazione d'un male, che veniva magnificato anche oltre i suoi veri confini, egli era impaziente di sollevare le angustie, e di quietare i romori del popolo, che tollera con minor dispiacere il peso delle tasse, quando è convinto che i frutti della propria industria s'impiegano in servizio dello Stato. Ma nell'esecuzione di quest'opera salutare, viene accusato Giuliano d'aver proceduto con troppa fretta, e con inconsiderato rigore. Con un solo editto ridusse il palazzo di Costantinopoli ad un immenso deserto, ed ignominiosamente licenziò l'intiero treno degli schiavi, e dei dipendenti[361], senza fare alcuna giusta, o almeno benefica eccezione in favor dell'età, de' servigi, della povertà, e de' fedeli domestici della Famiglia Imperiale. Tale in fatti era l'indole di Giuliano, che rare volte si rammentava di quella fondamental massima d'Aristotile, che la vera virtù si trova in egual distanza fra gli opposti vizi. Lo splendido ed effeminato vestir degli Asiatici, i ricci ed il liscio, le collane e gli anelli che parevan tanto ridicoli nella persona di Costantino, furono costantemente rigettati dal filosofico di lui successore. Ma Giuliano, insieme colle superfluità, affettava di non curare neppur la decenza del vestire; e pareva che si facesse un pregio di trascurar le leggi della pulizia. In un'opera satirica, destinata per comparire al pubblico, l'Imperatore decanta con piacere, ed eziandio con vanità la lunghezza dello sue ugne, ed il color d'inchiostro delle sue mani; dichiara, che sebbene la maggior parte del suo corpo fosse coperta di peli, l'uso del rasoio era limitato al solo suo capo; e vanta con visibile compiacenza l'irsuta, e popolata[362] barba, ch'egli ad esempio de' Greci filosofi amava teneramente. Se Giuliano consultato avesse i puri dettami della ragione, il primo Magistrato de' Romani avrebbe deriso l'affettazione di Diogene egualmente che quella di Dario.

Ma sarebbe restata imperfetta l'opera della pubblica riforma, se Giuliano soltanto avesse corretto gli abusi, senza punire i delitti del regno del suo predecessore. «Noi siamo adesso maravigliosamente liberati» dic'egli in una lettera famigliare ad uno de' suoi intimi amici «dalle fauci voraci dell'Idra[363]. Io non intendo d'applicar quest'epiteto al mio fratello Costanzo. Esso non è più; possa la terra esser leggiera sopra il suo capo! Ma gli artificiosi e crudeli suoi favoriti procuravano d'ingannare e di inasprire un Principe, di cui non può lodarsi la natural dolcezza senza qualche sforzo d'adulazione. Ciò nonostante non è mia intenzione, che anche questi uomini vengan oppressi; sono essi accusati, e goderanno il vantaggio d'un giusto imparziale processo». Per dirigere quest'esame, Giuliano deputò sei Giudici del più alto grado nello Stato, o nell'esercito; e siccome desiderava d'evitar la taccia di condannare i suoi personali nemici, stabilì a Calcedonia sulla parte Asiatica del Bosforo quel tribunale straordinario; e diede a' Commissari un assoluto potere di pronunziare, e d'eseguire la lor sentenza definitiva senza dilazione e senz'appello. S'esercitò l'uffizio di presidente dal venerabil Prefetto Orientale, secondo Sallustio[364]. Le sue virtù gli conciliaron la stima dei Greci sofisti, e de' Vescovi Cristiani. Fu egli assistito dall'eloquente Mammertino[365], uno de' Consoli eletti, di cui altamente si celebra il merito dalla dubbiosa testimonianza del suo proprio applauso. Ma il sapere civile de' due Magistrati fu contrabbilanciato dalla feroce violenza de' quattro Generali Nevitta, Agilone, Giovino ed Arbezione. Quest'ultimo, che il Pubblico avrebbe veduto con minor maraviglia a' cancelli, che sul tribunale, si supponeva che avesse il segreto della commissione. Circondavano il Tribunale gli armati ed ardenti Capitani delle bande Gioviana, ed Erculea; ed i Giudici eran dominati a vicenda dalle leggi della giustizia, e da' clamori della fazione[366].