Ma il devoto Filosofo, che sinceramente abbracciava, e caldamente incoraggiava la superstizione del popolo, a se stesso riservava il privilegio di una libera interpretazione; e passava in silenzio dal piè dell'altare all'interior santuario del Tempio. La stravaganza della Greca mitologia proclamava con chiara ed intelligibile voce, che il pio investigatore invece di scandalizzarsi, o soddisfarsi del senso letterale, dovesse diligentemente esplorar la occulta sapienza che s'era nascosta dalla prudenza dell'Antichità sotto la maschera della favola e della follia[404]. I Filosofi della scuola Platonica[405], Plotino, Porfirio, ed il divino Jamblico erano ammirati come i più dotti maestri di quest'allegorica scienza, che cercava di mitigare, e di render coerenti le deformi fattezze del Paganesimo. Giuliano medesimo, che fu diretto nella misteriosa ricerca da Edesio, venerabile successore di Jamblico, aspirava al possesso d'un tesoro, che (se dee credersi alle sue solenni asserzioni) egli stimava molto più dell'Impero del Mondo[406]. In fatti era un tesoro che traeva il suo valore solo dall'opinione; ed ogni artefice che si lusingava d'aver estratto il prezioso metallo dalle scorie che lo circondavano, avea un egual diritto di dargli la figura ed il nome, che più piaceva alla sua particolar fantasia. La favola d'Ati e di Cibele s'era già spiegata da Porfirio; ma le sue fatiche non servirono che ad animar la pietosa industria di Giuliano, che inventò e pubblicò la nuova sua allegoria di quella mistica ed antica favola. Questa libertà d'interpretazione, che parea soddisfare l'orgoglio de' Platonici, manifestò la vanità di lor arte. Senza un noioso ragguaglio, il moderno lettore formar non si potrebbe una giusta idea delle strane allusioni, delle forzate etimologie, delle solenni inezie e dell'impenetrabile oscurità di que' Savi, che si protestavan di rivelare il sistema dell'Universo. Siccome le tradizioni della mitologia Pagana si riferirono in varie maniere, i sacri interpreti erano in libertà di scegliere le circostanze più convenienti; ed interpretando essi una cifra arbitraria, da ogni favola potevan trarre ogni senso che si adattasse al lor favorito sistema di religione e di filosofia. La lasciva figura d'una Venere nuda riducevasi alla scoperta di qualche precetto morale o di qualche fisica verità; e la castrazione di Ati spiegava la rivoluzione del sole fra' tropici, e la separazione dell'anima umana dal vizio e dall'errore[407].

Sembra che il sistema Teologico di Giuliano contenesse i sublimi ed importanti principj della religion naturale. Ma siccome la fede, che non è fondata sulla rivelazione, dee rimaner priva d'ogni stabile sicurezza, il discepolo di Platone imprudentemente ricadde nell'abitudine della volgar superstizione: e pare che si confondessero insieme l'idea popolare e la filosofica della Divinità nella pratica, negli scritti ed eziandio nello spirito di Giuliano[408]. Riconosceva e adorava il pio Imperatore l'Eterna Causa dell'Universo, alla quale attribuiva tutte le perfezioni, d'un'infinita natura, invisibile agli occhi, ed inaccessibile all'intelletto de' deboli mortali. Il supremo Dio, secondo lui, avea creato, o piuttosto, nel linguaggio Platonico, avea generato la successiva serie dogli spiriti dipendenti, degli Dei, de' demonj, degli eroi e degli uomini; ed ogni ente, che immediatamente traeva la propria esistenza dalla Prima Cagione, riceveva inerente a sè il dono dell'immortalità. Affinchè sì prezioso vantaggio non cadesse sopra indegni soggetti, il Creatore affidato aveva all'abilità ed al potere degl'inferiori Dei l'incumbenza di formare il corpo umano, e d'ordinar la bell'armonia de' regni animale, vegetabile e minerale. Alla condotta di tali divini Ministri commise il governo temporale di questo basso Mondo; ma l'imperfetta loro amministrazione non va esente dalla discordia o dall'errore. Si dividon fra loro la terra ed i suoi abitanti, e si posson distintamente rintracciare i caratteri di Marte o di Minerva, di Mercurio o di Venere nelle leggi e ne' costumi de' particolari loro devoti. Finchè le immortali nostre anime sono confinate in una prigione mortale, è nostro interesse e dovere di sollecitare il favore, ed allontanar l'ira delle potestà celesti, l'orgoglio delle quali si compiace della divozione degli uomini; e può supporsi, che le loro parti più grosse ricevan qualche nutrimento dal fumo de' sacrifizi[409]. Gli Dei minori potevano alle volte condiscendere ad animare le statue, e ad abitare i tempj dedicati al lor culto. Potevano accidentalmente visitare la terra, ma i Cieli erano il proprio trono, ed il simbolo della lor gloria. L'ordine invariabile del sole, della luna, e delle stelle fu precipitosamente ammesso da Giuliano come una prova della eterna loro durata; e tal eternità era una sufficiente contrassegno, ch'essi eran l'opera non già d'una Divinità inferiore, ma del Re onnipotente. Nel sistema de' Platonici, il Mondo visibile era una figura dell'invisibile. I corpi celesti essendo animati da uno spirito divino, si potevan considerare come gli oggetti più degni del Culto religioso. Il Sole, di cui la lieta influenza penetra e sostien l'universo, giustamente esigeva l'adorazione degli uomini, come lo splendido rappresentante del Logos, viva, ragionevole e benefica immagine del Padre intellettuale[410].

In ogni tempo si supplisce alla mancanza d'una genuina inspirazione colle forti illusioni dell'entusiasmo e colle comiche arti dell'impostura. Se, al tempo di Giuliano, queste arti non si fossero praticate che da' sacerdoti Pagani per sostenere una causa spirante, si potrebbe forse usar qualche indulgenza all'interesse ed all'abitudine del carattere sacerdotale. Ma può esser soggetto di sorpresa e di scandalo, il vedere che i Filosofi stessi contribuissero ad ingannar la superstiziosa credulità dell'uman genere[411], e che fossero sostenuti i misteri Greci dalla magia o teurgia de' moderni Platonici. Essi arrogantemente pretendevano di sconvolger l'ordine della natura, d'esplorare i segreti del futuro, di comandare agli spiriti inferiori, di goder della vista e della conversazion degli Dei superiori; e sciogliendo l'anima da' materiali suoi vincoli, di riunir quell'immortal particella allo Spirito infinito e divino.

La devota e coraggiosa curiosità di Giuliano tentò i filosofi colla speranza d'una facil conquista; che, attesa la situazione del giovane loro proselito, poteva produrre le più importanti conseguenze[412]. Giuliano apprese i primi rudimenti delle dottrine Platoniche dalla bocca d'Esedio, che avea fissato a Pergamo la perseguitata e vagabonda sua scuola. Ma siccome la decadente forza di quel venerabile Savio non era corrispondente all'ardore, alla diligenza ed alla rapida penetrazione dello scolare, due de' suoi più dotti discepoli, Crisante ed Eusebio, supplirono, secondo il proprio desiderio di lui, all'attempato loro maestro. Sembra che questi filosofi avesser già preparate e si fosser distribuite le respettive lor parti; ed artificiosamente procurarono per mezzo di oscuri cenni e di affettate dispute d'eccitare le impazienti speranze dell'aspirante, finattanto che lo consegnarono al loro compagno Massimo, il più ardito ed il più abile maestro della scienza teurgica. Dalle sue mani Giuliano fu segretamente iniziato in Efeso, nel ventesim'anno della sua età. La permanenza, ch'ei fece in Atene, confermò questa non naturale alleanza di filosofia e di superstizione. Egli ottenne il privilegio d'esser solennemente iniziato a' Misteri d'Eleusi, che nella general decadenza del Culto della Grecia ritenevan qualche vestigio della primiera lor santità; e tale fu lo zelo di Giuliano, che in seguito invitò il Pontefice Eleusino alla Corte della Gallia, pel solo fine di perfezionare mercè di sacrifizi e di riti la grand'opera di sua santificazione. Poichè tali ceremonie si facevano in profonde caverne e nel silenzio della notte, e che la discretezza dell'iniziato conservò l'inviolabil segreto dei Misteri, io non pretenderò di descrivere gli orridi suoni o le apparizioni di fuoco, che si presentarono a' sensi o all'immaginazione del credulo aspirante[413], insino a che non comparvero le visioni di conforto e di cognizione in una fiamma di celeste luce[414]. Nelle caverne d'Efeso e d'Eleusi la mente di Giuliano fu penetrata da un sincero, profondo ed inalterabil entusiasmo; quantunque dimostrasse alle volte le vicende della pia frode e dell'ipocrisia, che osservar si possono, o almen sospettarsi ne' caratteri de' più scrupolosi fanatici. Fino da quel momento esso consacrò la sua vita al servizio degli Dei, e mentre pareva che le occupazioni della guerra, del governo e dello studio richiedessero tutto il suo tempo, era invariabilmente riservata una certa porzione dell'ore della notte per l'esercizio della privata sua devozione. La temperanza, che adornava i rigorosi costumi del soldato e del filosofo, era accompagnata da varie frivole e strette regole di religiosa astinenza; e Giuliano, in onore di Pane e di Mercurio, d'Ecate o d'Iside, in certi giorni s'asteneva dall'uso di alcuni particolari cibi, che avrebber potuto dispiacere alle sue tutelari Divinità. Per mezzo di questi volontari digiuni egli preparava i sensi e l'intelletto alle frequenti e famigliari visite, colle quali veniva onorato dai celesti Poteri. Non ostante il modesto silenzio di Giuliano medesimo, possiamo apprendere dall'oratore Libanio, suo fedele amico, ch'egli viveva in perpetuo commercio con gli Dei e con le Dee; ch'essi discendevano in terra per godere la conversazione dell'eroe lor favorito; che interrompevan gentilmente i suoi sonni toccandogli la mano o i capelli; che l'avvertivano di ogni imminente pericolo, e lo dirigevano con la loro infallibil sapienza in ogni azione della sua vita; e che aveva egli acquistato un'intima cognizione sì grande de' celesti suoi ospiti, che facilmente distingueva la voce di Giove da quella di Minerva, e la figura di Apollo da quella d'Ercole[415]. Tali visioni, o nel sonno o nella vigilia, che sono gli effetti ordinari dell'astinenza e del fanatismo, abbasserebbero quasi l'Imperatore al livello d'un monaco Egizio. Ma le inutili vite d'Antonio e di Panomio si consumarono in queste vane occupazioni, laddove Giuliano potea dal sogno della superstizione passare ad armarsi per la battaglia, e dopo aver vinto in campo i nemici di Roma, tranquillamente ritirarsi nella sua tenda a dettare savie e salutari leggi a un Impero, od a secondare il suo genio in eleganti ricerche di letteratura e di filosofia.

L'importante segreto dell'apostasia di Giuliano era affidato alla fedeltà degl'iniziati, co' quali era egli unito pe' sacri vincoli dell'amicizia e della religione[416]. Cautamente spargevasi questo piacevol rumore fra' seguaci dell'antico culto, e la futura grandezza di lui divenne l'oggetto delle speranze, delle preghiere e delle predizioni de' Pagani in ogni Provincia dell'Impero. Dallo zelo e dalle virtù del loro reale proselito, essi ansiosamente aspettavano la medicina d'ogni male e la restaurazione d'ogni bene, ed invece di disapprovare l'ardore de' loro pii desiderj, Giuliano ingenuamente confessava d'esser ambizioso di giugnere a tal situazione da poter esser utile alla sua patria ed alla sua religione. Ma questa religione medesima si guardava con occhio nemico dal successore di Costantino, le capricciose passioni del quale alternativamente salvarono e minacciaron la vita di Giuliano. Eran severamente proibite le arti magiche e divinatorie sotto un governo dispotico, ch'era portato a temerle; e sebbene a' Pagani fosse di mala voglia permesso l'esercizio della loro superstizione, il grado di Giuliano l'avrebbe eccettuato dalla general tolleranza. L'apostata presto divenne l'erede presuntivo della Monarchia, e la sua morte solamente avrebbe potuto quietare le apprensioni de' Cristiani[417]. Ma il giovane Principe, che aspirava alla gloria d'eroe piuttosto che a quella di martire, provvide alla propria salvezza col mascherar la sua religione, e l'indulgente natura del politeismo gli permetteva d'unire ad esso il Culto pubblico d'una Setta, che internamente spregiava. Libanio ha risguardato l'ipocrisia del suo amico, come un soggetto non di censura, ma di lode. «Siccome le Statue degli Dei (dice quell'oratore) che sono state contaminate con lordure, vengono poste di nuovo in magnifici tempj; così la bellezza della verità era collocata nella mente di Giuliano, poscia che fu essa purificata dagli errori e dalle follie della sua educazione. Aveva mutato i sentimenti; ma siccome sarebbe stato pericoloso il manifestarli, continuò nell'istessa condotta. Molto diverso dall'asino di Esopo, che si cuoprì con la pelle d'un leone, il nostro leone fu costretto a nascondersi sotto la pelle d'un asino: e mentre abbracciava i dettami della ragione, dovè ubbidire alle leggi della prudenza e della necessità[418]». La dissimulazione di Giuliano durò più di dieci anni, dalla sua segreta iniziazione in Efeso fino al principio della guerra civile, allorchè si dichiarò nell'istesso tempo implacabil nemico di Cristo e di Costanzo. Questo stato di violenza potè contribuire ad avvalorar la sua devozione; ed appena egli avea soddisfatto all'obbligo d'assistere, nelle feste solenni, all'assemblee de' Cristiani, tornava coll'impazienza d'un amante ad ardere il libero e volontario incenso nelle domestiche sue cappelle di Giove e di Mercurio. Ma ogni atto di dissimulazione dee riuscir penoso per un animo ingenuo, ond'è che la professione del Cristianesimo accrebbe l'avversion di Giuliano verso una religione, che opprimeva la libertà di sua mente, e lo costringeva a tenere un contegno ripugnante alla sincerità ed al coraggio, che sono gli attributi più nobili della natura umana.

Potè l'inclinazione di Giuliano fargli preferire gli Dei d'Omero e degli Scipioni alla nuova fede, che il suo zio avea stabilito nel Romano Impero, e nella quale s'era egli santificato col sacramento del Battesimo. Ma come a filosofo, gl'incumbeva di giustificare il proprio dissenso dal Cristianesimo, ch'era sostenuto dal numero de' convertiti, dalla catena delle profezie, dallo splendor de' miracoli e dal peso della evidenza. L'elaborata opera[419], ch'egli compose in mezzo a' preparativi della guerra Persiana, conteneva la sostanza di quegli argomenti, ch'esso avea lungamente meditati nell'animo. Ne trascrisse, e ce ne conservò alcuni frammenti il veemente Cirillo d'Alessandria[420] suo nemico; e questi presentano una mistura ben singolare d'ingegno e di dottrina, di arte sofistica e di fanatismo. L'eleganza dello stile ed il grado dell'autore conciliarono a questi scritti l'attenzione del pubblico[421]; e nella lista de' nemici del Cristianesimo fu cancellato il celebre nome di Porfirio dal merito o dalla riputazione maggiore di Giuliano. Gli animi de' Fedeli furono o sedotti, o scandalizzati, o commossi a timore; ed i Pagani, che alle volte ardivano di impegnarsi in una disputa disuguale, trassero dalle popolari opere del loro Imperial Missionario un inesausto sussidio di fallaci obbiezioni. Ma nel continuo proseguimento di tali teologici studj, l'Imperator de' Romani contrasse gl'illiberali pregiudizi e le passioni d'un teologo polemico. Si credè irrevocabilmente obbligato a sostenere e propagare le sue religiose opinioni; e nel tempo stesso che segretamente applaudiva la forza e destrezza con cui maneggiava le armi della controversia, era tentato a diffidare della sincerità, o a disprezzare l'ingegno dei suoi antagonisti, che ostinatamente resistevano alla forza della ragione e dell'eloquenza.

I Cristiani, che vedevano con orrore e con isdegno l'apostasia di Giuliano, avevano molto più a temere dalla sua potenza che da' suoi argomenti. I Pagani, che erano consapevoli del fervente suo zelo, aspettavano forse con impazienza, che immediatamente s'accendesser le fiamme della persecuzione contro i nemici degli Dei; e che l'ingegnosa malizia di Giuliano inventasse crudeli e raffinate maniere di morti e di tormenti, che non si fosser conosciute dal rozzo ed inesperto furore de' suoi predecessori. Ma, in apparenza, deluse rimasero le speranze ugualmente che i timori delle religiose fazioni, dalla prudente umanità di un Principe[422], che aveva a cuore la sua fama, la pubblica pace e i diritti del genere umano. Istruito dall'istoria e dalla riflessione, Giuliano era persuaso che se i mali del corpo si possono qualche volta curare con una salutevol violenza, nè il ferro nè il fuoco valgono a sradicar dalla mente l'erronee opinioni. Può strascinarsi la ripugnante vittima a piè dell'altare; ma il cuore sempre abborrisce e disapprova il sacrilego atto della mano. La religiosa ostinazione s'indura e si esacerba per l'oppressione; e tosto che la persecuzione cessa, quelli che hanno ceduto, ricevono il perdono come penitenti, e quelli che han resistito, vengono onorati come martiri e santi. Se Giuliano avesse adottato l'infruttuosa crudeltà di Diocleziano e de' suoi colleghi, sentiva bene che avrebbe infamato la sua memoria col nome di tiranno, ed avrebbe accresciute nuove glorie alla Chiesa Cattolica, che avea tratto forza ed aumento dalla severità de' Magistrati Pagani. Mosso da questi motivi, e temendo di turbare il riposo d'un regno non ancora ben fermo, Giuliano sorprese il Mondo con un editto non indegno d'un politico o d'un filosofo. Egli estese a tutti gli abitanti del Mondo Romano i benefizi d'una libera ed ugual tolleranza; e l'unico aggravio, che impose a' Cristiani, fu di privarli del potere di tormentare gli altri sudditi, a' quali davano gli odiosi titoli d'idolatri e di eretici. Ai Pagani si diede graziosamente permissione, o piuttosto un ordine d'aprire tutti i lor tempj[423]; e furono ad un tratto liberati dalle leggi oppressive e dalle arbitrarie vessazioni, che avevan sofferto sotto il regno di Costantino e de' suoi figli. Nel medesimo tempo i Vescovi e Cherici, ch'erano stati banditi dall'Arriano Monarca, furon richiamati dall'esiglio, e restituiti alle respettive lor Chiese, i Donatisti, i Novaziani, i Macedoniani, gli Eunomiani, e quelli che con miglior fortuna aderivano alla dottrina del Concilio Niceno ebbero una sorte medesima. Giuliano che intendeva e derideva le lor teologiche dispute, invitò alla reggia i Capi delle Sette contrarie per poter godere il piacevole spettacolo de' loro furiosi conflitti. Il clamor della controversia qualche volta eccitò l'Imperatore a gridare: «Uditemi; i Franchi e gli Alemanni mi hanno ascoltato»; ma presto conobbe, che allora trattava con nemici più ostinati ed implacabili, e quantunque impiegasse la forza dell'eloquenza a persuaderli di vivere in concordia, o almeno in pace, avanti di licenziarli dalla sua presenza restò perfettamente convinto, ch'ei non aveva che temere dall'unione de' Cristiani. L'imparziale Ammiano attribuì quest'affettata clemenza al desiderio di fomentar l'interne divisioni della Chiesa, ed infatti l'insidioso disegno di sottominare il Cristianesimo era inseparabilmente connesso con lo zelo che Giuliano professava, di restaurar l'antica religion dell'Impero[424].

Appena salito sul Trono, secondo il costume de' suoi predecessori, assunse il carattere di Pontefice Massimo non solo come il più onorevole titolo della grandezza Imperiale, ma eziandio come un sacro ed importante uffizio, i doveri del quale era egli risoluto d'eseguire con pia diligenza. Poichè gli affari dello Stato impedivano all'Imperatore d'unirsi ogni giorno negli atti di pubblica devozione co' suoi sudditi, dedicò una cappella domestica al Sole suo Dio tutelare; i suoi giardini eran pieni di statue e di altari degli Dei; ed ogni appartamento del Palazzo avea l'apparenza d'un magnifico tempio. Ogni mattina ei salutava il padre della luce con un sacrifizio; si spargeva il sangue d'un'altra vittima nel momento, in cui il Sole cadeva sotto l'orizzonte; e la Luna, le Stelle ed i Genj della notte ricevevano i lor respettivi ed opportuni onori dall'instancabile devozione di Giuliano. Nelle feste solenni regolarmente visitava il tempio del Dio o della Dea, a cui quel giorno era particolarmente dedicato, e procurava d'eccitar la religione de' Magistrati e del Popolo coll'esempio del suo proprio zelo. Invece di sostener l'alto stato d'un Monarca, distinto dallo splendor della porpora, e circondato dagli aurei scudi delle sue guardie, Giuliano con rispettoso ardore s'esercitava ne' minimi uffizi che appartenevano al culto degli Dei. In mezzo alla sacra ma licenziosa folla di Sacerdoti, d'inferiori ministri e di femmine danzanti, ch'erano addette al servizio del tempio, l'occupazione dell'Imperatore era quella di portar le legna, di soffiar nel fuoco, di prendere il coltello, d'uccider la vittima, e ponendo le sanguinose sue mani nelle viscere dello spirante animale, di tirar fuori il cuore o il fegato per leggervi, con la consumata abilità d'un aruspice, gl'immaginari segni degli eventi futuri. I più savj fra' Pagani censuravano tale stravagante superstizione, che affettava di disprezzare i ritegni della prudenza e del decoro. Nel regno d'un Principe, che praticava le rigide massime d'economia, la spesa del Culto religioso consumava una gran parte dell'entrata; si trasportava continuamente una quantità de' più rari e più begli uccelli da remoti paesi per ucciderli sugli altari degli Dei; frequentemente si sacrificavano da Giuliano cento bovi nel medesimo giorno; e presto si sparse un detto scherzoso fra il popolo, che se tornava dalla guerra di Persia colla vittoria, la razza del bestiame cornuto insensibilmente sarebbesi estinta. Pure questa spesa può sembrare di niun conto, qualora si paragoni con gli splendidi donativi, che offerti furono dalle mani dell'Imperatore, o per ordine di lui, a tutti i luoghi celebri di devozione nel Mondo Romano; e con le somme concesse per restaurare ed ornare gli antichi tempj, che avevan sofferto o la tacita decadenza del tempo, o le recenti ingiurie dello zelo Cristiano. Incoraggiate dall'esempio, dall'esortazione e dalla liberalità del pio loro Sovrano, le città e le famiglie ripresero la pratica delle trascurate lor ceremonie. «Ogni parte del Mondo (esclama Libanio con devoto trasporto) spiegava il trionfo della Religione, il grato prospetto di altari ardenti e di uccise vittime, il fumo dell'incenso; ed un solenne ordine di Sacerdoti e di Profeti senza timore e senza pericolo. S'udivan sulla cima delle più alte montagne il suono delle preci e della musica, ed il medesimo bove serviva di sacrifizio agli Dei, e di cena pe' lieti loro devoti[425]

Ma il genio e la potenza di Giuliano non furono sufficienti per l'impresa di restaurare una religione, ch'era mancante di principj teologici, di precetti morali e d'ecclesiastica disciplina; che tendeva rapidamente alla decadenza ed allo scioglimento; e che non era suscettibile d'alcuna solida o stabile riforma. La giurisdizione del Pontefice Massimo, dopo che specialmente quell'uffizio erasi unito all'Imperial dignità, s'estendeva a tutto l'Impero Romano. Giuliano elesse per suoi vicarj nelle diverse Province i Sacerdoti e Filosofi, che stimò più idonei a cooperare all'esecuzione del suo gran disegno; e le sue lettere pastorali[426], s'è permesso d'usare tal nome, tuttora presentano una prova molto curiosa de' suoi desiderj e disegni. Egli ordinò che in ogni città l'ordin Sacerdotale venisse composto, senza distinzione alcuna di nascita o di ricchezze, da quelle persone che fossero le più cospicue pel loro amore verso gli Dei e verso gli uomini. «Se i medesimi (continua) son rei di qualche scandaloso delitto potranno esser censurati o degradati dal Pontefice superiore; ma fintanto che ritengono il loro grado, hanno diritto al rispetto de' Magistrati e del Popolo. Posson dimostrare la lor umiltà nella schiettezza delle domestiche vesti e la dignità nella pompa delle sacre. Quando son chiamati, secondo l'ordine, ad uffiziare avanti all'altare, non dovrebbero pel determinato numero di giorni partirsi dal recinto del tempio; nè soffrir dovrebbero, che passasse un sol giorno senza le preghiere ed il sacrifizio che son obbligati ad offerire per la prosperità dello Stato e degl'individui. L'esercizio delle sacre loro funzioni esige un'immacolata purità sì di mente che di corpo; ed anche allorchè son fuori del tempio, nelle occupazioni della vita comune, incombe loro l'obbligo di sorpassare in decenza e in virtù gli altri loro concittadini. Il Sacerdote degli Dei non dovrebbe mai vedersi ne' teatri o nelle taverne. La sua conversazione dovrebbe esser casta, il suo cibo temperato, i suoi amici d'onesta riputazione; e se qualche volta si fa vedere nel Foro o nel Palazzo, non dovrebbe comparirvi che come avvocato di quelli che hanno chiesto in vano giustizia o pietà. I suoi studj dovrebbero esser coerenti alla santità della sua professione. Le novelle licenziose, le commedie e le satire dovrebbero esser bandite dalla sua libreria, che solo dovrebbe esser composta di scritti storici e filosofici; di storia fondata sulla verità, e di filosofia connessa con la religione. L'empie opinioni degli Epicurei e degli Scettici meritano il suo abborrimento e disprezzo[427]; ma dovrebbe diligentemente studiare i sistemi di Pitagora, di Platone e degli Stoici, che insegnano concordemente, che vi sono gli Dei; che il Mondo è governato dalla lor providenza; che la lor bontà è la sorgente d'ogni bene temporale; e che hanno essi preparato per l'anima umana uno stato futuro di premio o di pena». L'Imperial Pontefice inculca ne' più persuasivi termini i doveri della beneficenza e dell'ospitalità; esorta l'inferiore suo clero a raccomandare la pratica universale di queste virtù; promette d'assister la loro indigenza col tesoro pubblico; e dichiarasi risoluto di stabilire degli ospedali in ogni città, ne' quali potesse il povero esser ricevuto senz'alcuna odiosa distinzione di religione o di patria. Giuliano vedeva con invidia i savj ed umani regolamenti della Chiesa, ed assai francamente confessa l'intenzione che aveva di spogliare i Cristiani dell'applauso e del vantaggio, ch'essi aveano acquistato mediante la pratica esclusiva della carità e della beneficenza[428]. Il medesimo spirito d'imitazione potè disporre l'Imperatore ad adottare varie istituzioni ecclesiastiche, l'uso ed importanza delle quali confermavasi dal buon successo de' suoi nemici. Ma se si fossero realizzati questi immaginari divisamenti di riforma, tal imperfetta e forzata copia sarebbe stata meno giovevole al Paganesimo che onorevole pe' Cristiani[429]. I Gentili, che pacificamente seguivano i costumi de' loro maggiori, restarono piuttosto sorpresi che edificati dall'introduzione di usi stranieri; e nel breve periodo del suo regno Giuliano ebbe frequenti occasioni di dolersi della mancanza di fervore del suo partito[430].

L'entusiasmo di Giuliano gli facea risguardar gli amici di Giove come suoi personali amici e fratelli; e quantunque trascurasse con parzial disprezzo il merito della costanza Cristiana, ammirava e premiava la nobil perseveranza di que' Gentili, che preferito avevano il favor degli Dei a quello dell'Imperatore[431]. Se oltre la religione coltivavano anche la letteratura de' Greci acquistavano un diritto maggiore all'amicizia di Giuliano, che poneva le Muse nel numero delle sue Divinità tutelari. Nella religione, ch'egli aveva abbracciato, eran quasi sinonimo pietà ed erudizione[432]; e una folla di poeti, di retori, e di filosofi correva alla Corte Imperiale ad occupare i posti vacanti dei Vescovi che avean sedotto la credulità di Costanzo. Il suo successore stimava i vincoli dell'iniziazione molto più sacri di quelli della consanguineità, scelse i più favoriti fra' savj, ch'eran profondamente periti nelle occulte scienze della magia e della divinazione; ed ogn'impostore, che pretendea di rivelare i segreti futuri, era sicuro di godere l'accesso agli onori ed alle ricchezze[433]. Fra' filosofi, Massimo ottenne il grado più eminente nell'amicizia del suo reale discepolo, che ad esso comunicava con intera confidenza le sue azioni, i sentimenti ed i religiosi disegni che aveva nel tempo che restava sospesa la guerra civile[434]. Tosto che Giuliano ebbe preso possesso del palazzo di Costantinopoli, mandò un onorevole e pressante invito a Massimo, che in quel tempo dimorava a Sardi nella Lidia con Crisantio, suo compagno nell'arte e negli studi. Il prudente e superstizioso Crisantio ricusò d'intraprendere un viaggio che appariva, secondo le regole della divinazione, in un aspetto il più minaccioso e maligno; ma il compagno, ch'era d'un fanatismo di tempra più ardita, persistè nelle interrogazioni fintanto che non ebbe estorto dagli Dei un apparente consenso a' suoi desiderj ed a quelli dell'Imperatore. Il viaggio di Massimo per le città dell'Asia spiegava il trionfo della filosofica vanità; ed i Magistrati gareggiavan fra loro negli onori che preparavano per ricever l'amico del loro Sovrano. Giuliano, al momento che seppe l'arrivo di Massimo, recitava un'orazione in Senato; immediatamente interruppe il discorso, corse ad incontrarlo, e dopo un tenero abbraccio lo condusse per mano in mezzo dell'assemblea, dove pubblicamente confessò i vantaggi, che aveva tratti dall'istruzioni del filosofo. Massimo[435], che presto acquistò la confidenza di Giuliano, ed influiva ne' suoi consigli, fu insensibilmente corrotto dalle tentazioni d'una Corte. Il suo vestire divenne più splendido, il suo portamento più altero, e sotto un altro regno fu esposto all'odiosa investigazione de' mezzi, co' quali il discepolo di Platone aveva accumulato, nella breve durata del suo favore, una molto scandalosa quantità di ricchezze. Dagli altri Filosofi e Sofisti, che furono invitati alla Corte Imperiale o dalla scelta di Giuliano o dal buon successo di Massimo, ben pochi furono capaci di conservare la loro innocenza o riputazione[436]. I generosi doni di danaro, di terre e di case non furono sufficienti a saziare la rapace loro avarizia; ed era giustamente eccitato lo sdegno del popolo dalla rimembranza dell'abbietta lor povertà e delle disinteressate loro proteste. Non potè sempre ingannarsi la penetrazion di Giuliano; ma ei non voleva avvilire il carattere di quelli, i talenti de' quali meritavano la sua stima; voleva evitare la doppia taccia d'imprudenza e d'incostanza; e temeva d'abbassare, agli occhi de' profani, l'onor delle lettere e della religione[437].