A. D. 313
III. L'editto di Milano assicurò le rendite ugualmente che la pace alla Chiesa[101]. Non solo i Cristiani ricuperaron le terre e le case, delle quali erano stati spogliati per causa della persecuzione di Diocleziano, ma eziandio acquistarono un pieno diritto a posseder tutti i beni che avevano fin allora goduti per connivenza de' Magistrati. Poscia che il Cristianesimo divenne la religione dell'Imperatore e dell'Impero, il Clero nazionale potea pretendere un decente ed onorevole mantenimento; e la paga d'una tassa annuale avrebbe potuto liberare il popolo dal più opprimente tributo, che la superstizione impone a' suoi devoti. Ma siccome colla prosperità della Chiesa ne crescevano anche i bisogni e le spese, così il ceto Ecclesiastico veniva sempre aiutato ed arricchito dalle volontarie obblazioni de' Fedeli. Otto anni dopo l'editto di Milano, Costantino concesse a tutti i suoi sudditi la libera ed universal facoltà di lasciare i loro beni alla Santa Chiesa Cattolica[102]; e la devota loro liberalità, che nel corso delle lor vite era tenuta in freno dal lusso o dall'avarizia, scorreva senza ritegno nell'ora della morte. I Cristiani ricchi venivano incoraggiati dall'esempio del loro Sovrano. Un assoluto Monarca, che è ricco senza patrimonio, può esser caritatevole senza merito, e Costantino credè troppo facilmente di poter acquistar il favore del Clero col mantenere gli oziosi a spese dell'industria, e col distribuire fra' Santi le ricchezze della Repubblica. Lo stesso corriere, che portò in Affrica il capo di Massenzio, forse portò anche una lettera per Ceciliano Vescovo di Cartagine. L'Imperatore in essa gli fa sapere, che i tesorieri della Provincia hanno l'ordine di pagare nelle sue mani la somma di tremila folli, o diciottomila lire sterline, e di soddisfare le ulteriori sue richieste per sollievo delle Chiese dell'Affrica, della Numidia e della Mauritania[103]. Cresceva la liberalità di Costantino in proporzione appunto della sua fede e de' suoi vizi. Egli assegnò in ogni città una regolar quantità di grano per servir di fondo alla carità Ecclesiastica, e le persone di ambidue i sessi, che abbracciavano la vita Monastica, divenivano i favoriti speciali del Sovrano. I tempj Cristiani d'Antiochia, d'Alessandria, di Gerusalemme, di Costantinopoli ec. dimostrano l'ostentata pietà di un Principe, ambizioso nella sua vecchiezza d'uguagliare le opere perfette dell'Antichità[104]. La forma di questi religiosi edifici era semplice e bislunga, quantunque potessero alle volte sorgere in figura di cupola, ed alle volte dividersi in forma di croce. Il legname per lo più era di cedri del Libano; il tetto era coperto di tegoli, forse di rame dorato; le mura, le colonne, ed il pavimento erano incrostati di varie sorti di marmi. Eran profusamente consacrati al servizio dell'Altare i più preziosi ornati d'oro e d'argento, di seta e di gemme; e tale speciosa magnificenza era sostenuta dalla solida e perpetua base di stabili possessioni. Nella spazio di due secoli, dal regno di Costantino fino a quello di Giustiniano, i frequenti ed inalienabili donativi de' Principi e del Popolo arricchirono le mille ottocento Chiese dell'Impero. Può ragionevolmente assegnarsi un'annuale rendita di seicento lire sterline a que' Vescovi ch'erano in mezzo tra i ricchi ed i poveri[105], ma insensibilmente s'accrebbe la lor ricchezza insieme con la dignità e coll'opulenza delle città ch'essi governavano. Un autentico ma imperfetto[106] catalogo di rendite specifica varie case, botteghe, giardini e fondi, che appartenevano alle tre Romane Basiliche di S. Pietro, di S. Paolo e di S. Gio. Laterano nelle Province dell'Italia, dell'Affrica e dell'Oriente. Questi producevano, oltre la riserva d'una quantità d'olio, di lino, di carta, d'aromati ec., un'annuale entrata di ventiduemila aurei, o dodicimila lire sterline. Al tempo di Costantino e di Giustiniano, i Vescovi non godevan più l'intera fiducia del Clero e del Popolo, e forse non la meritavano. I beni Ecclesiastici di ciascheduna Diocesi furon divisi in quattro parti, che dovevan servire per uso respettivamente del Vescovo stesso, del suo clero inferiore, de' poveri e del Culto pubblico; e fu più volte rigorosamente represso l'abuso di questa sacra amministrazione[107]. Il patrimonio della Chiesa era sempre sottoposto a tutte le pubbliche imposizioni dello Stato[108]. Il Clero di Roma, di Alessandria, di Tessalonica ec. potè chiedere ed ottenere alcune particolari esenzioni; ma il figliuolo di Costantino resistè con vigore al tentativo, non per anche opportuno, del gran Concilio di Rimini, che aspirava alla libertà universale[109].
IV. Il Clero Latino, che eresse il proprio tribunale sulle rovine del Gius civile e comune, ha modestamente riconosciuto come un dono di Costantino[110] quell'indipendente giurisdizione, che fu il frutto del tempo, del caso, e della propria sua industria. Ma la liberalità degli Imperatori Cristiani aveva già insignito il carattere Sacerdotale di certe legali prerogative, che lo assicuravano e lo nobilitavano[111]. Primieramente sotto un governo dispotico i Vescovi erano i soli che godessero e mantenessero l'inestimabile privilegio di non esser giudicati che da' loro pari; ed anche nelle accuse capitali i soli giudici della loro reità od innocenza erano i loro fratelli adunati in un Sinodo. Un tribunale di questa sorte, a meno che non fosse acceso da un odio personale, o da discordia religiosa, poteva esser favorevole o anche parziale all'ordine de' Sacerdoti: ma Costantino era persuaso[112] che l'impunità segreta sarebbe stata meno perniciosa del pubblico scandalo, ed il Concilio Niceno restò edificato da quella sua pubblica dichiarazione, che s'egli avesse sorpreso un Vescovo in adulterio, avrebbe gettato il proprio imperial manto sopra del reo. In secondo luogo, la domestica giurisdizione de' Vescovi era nel tempo stesso un privilegio ed un freno dell'ordine Ecclesiastico, le cause civili del quale potevano decentemente sottrarsi alla cognizione d'un giudice secolare. Le minori loro colpe non erano esposte alla vergogna d'un pubblico processo o gastigo; e s'imponeva dal moderato rigore de' Vescovi quella specie di mite correzione, che i teneri figli posson ricevere da' loro padri o istruttori. Ma se il cherico diveniva reo d'alcun delitto, che non si potesse abbastanza purgare colla degradazione dal posto onorevole e vantaggioso che aveva in quell'ora, il Magistrato Romano, senza riguardo veruno all'Ecclesiastiche immunità, adoperava la spada della giustizia. In terzo luogo, venne da una positiva legge ratificato l'arbitrio de' Vescovi, e fu ordinato a' Giudici d'eseguire senza dilazione o appello i decreti Episcopali, la validità de' quali non si era sin allora appoggiata che al consenso delle parti. La conversione de' Magistrati medesimi e di tutto l'Impero potè appoco appoco allontanare i timori e gli scrupoli dei Cristiani. Ma essi ricorrevan sempre al tribunale dei Vescovi, de' quali stimavano l'integrità e la dottrina; ed il venerabile Agostino aveva la soddisfazione di dolersi che venivano continuamente interrotte le sue spirituali funzioni dall'odioso travaglio di decidere il diritto o il possesso d'argento e d'oro, di terreni e di bestiami. In quarto luogo, fu trasferito l'antico privilegio del Santuario a' Tempj Cristiani, e dalla generosa pietà di Teodosio il Giovane esteso a' recinti de' luoghi sacri[113]. Era permesso a' supplichevoli fuggitivi, ed anche rei, d'implorar la giustizia o la misericordia della Divinità e de' suoi Ministri. Veniva sospesa la dura violenza del dispotismo dalla dolce interposizione della Chiesa; e si potevano proteggere le vite ed i beni de' sudditi più cospicui dalla mediazione del Vescovo.
V. Il Vescovo era il perpetuo censore de' costumi del suo popolo. La disciplina della penitenza era disposta in un sistema di giurisprudenza canonica[114], che definiva esattamente il dovere della confessione pubblica o privata, le regole delle prove, i gradi delle colpe, e la misura delle pene. Era impossibile eseguire questa censura spirituale, se il Pontefice Cristiano, che puniva le oscure colpe della moltitudine, avesse rispettato i vizi cospicui ed i delitti distruttivi del Magistrato; ma pure era impossibile attaccare la condotta di questo senza sindacare l'amministrazione del governo civile. Alcune considerazioni di religione di fedeltà, o di timore proteggevano le sacre persone degl'Imperatori dallo zelo o risentimento de' Vescovi; ma questi arditamente censuravano e scomunicavano i Tiranni subordinati, che non erano insigniti della maestà della porpora. S. Atanasio scomunicò uno de' Ministri d'Egitto, e l'interdetto, ch'egli pronunziò dell'acqua e del fuoco, fu solennemente trasmesso alle Chiese della Cappadocia[115]. Al tempo di Teodosio il Giovane, il colto ed eloquente Sinesio, uno de' discendenti d'Ercole[116], occupava la sede Episcopale di Tolemaide vicino alle rovine dell'antica Cirene[117], ed il Vescovo filosofo sosteneva con dignità il carattere che aveva ricevuto con ripugnanza[118]. Egli vinse il presidente Andronico, mostro della Libia, che abusava dell'autorità d'un uffizio venale, inventava modi nuovi di rapina e di tortura, ed aggravava il delitto dell'oppressione con quello del sacrilegio[119]. Dopo un vano tentativo di ridurre il superbo Magistrato, mediante una dolce e religiosa ammonizione, Sinesio procede a pronunziare l'ultima sentenza della giustizia Ecclesiastica[120], che condanna Andronico co' suoi compagni e le loro famiglie all'esecrazione della terra e del cielo. Gl'impenitenti peccatori, più crudeli di Falaride e di Sennacherib, più dannosi della guerra, della peste o d'un nuvolo di locuste, son privati del nome e de' privilegi di Cristiani, della partecipazione de' Sacramenti e della speranza del Paradiso. Il Vescovo esorta il Clero, i Magistrati ed il Popolo a rinunziare a qualunque commercio co' nemici di Cristo, ad escluderli dalle proprie case o mense, ed a negar loro i comuni uffici della vita ed i convenienti riti della sepoltura. La Chiesa di Tolemaide, oscura e per quanto sembra poco autorevole, manda questa dichiarazione a tutte le altre Chiese del Mondo sue sorelle, dichiarando che qualunque profano rigetterà i suoi decreti, sarà partecipe del delitto e della punizione d'Andronico e degli empi seguaci di lui. Tali spirituali terrori acquistaron forza da una destra rappresentanza alla Corte di Bisanzio; il Presidente implorò tremando la pietà della Chiesa; e il discendente d'Ercole ebbe il piacere d'alzar da terra un prostrato Tiranno[121]. Tali principj ed esempi appoco appoco preparavano il trionfo de' Pontefici Romani, che han posto il piede sul collo dei Re.
VI. Ogni Governo popolare ha provato gli effetti d'una rozza o artificiale eloquenza. Il naturale più freddo viene animato, e la ragione più soda vien mossa dalla rapida comunicazione dell'impeto che prevale; ed ogni uditore si trova spinto dalle sue proprie passioni, e da quelle della moltitudine che lo circonda. La rovina della libertà civile aveva fatto tacere i Demagoghi d'Atene ed i Tribuni di Roma: non s'era introdotto ne' templi dell'antichità il costume di predicare, che par che formi una parte considerabile della devozione Cristiana, e le orecchie de' Monarchi non erano mai state tocche dall'aspro suono della popolar eloquenza, finattanto che i pulpiti dell'Impero furon pieni di sacri Oratori, che godevano alcuni vantaggi incogniti a' profani loro predecessori[122]. Agli argomenti ed alla rettorica del Tribuno immediatamente si opponevano con uguali armi abili e risoluti antagonisti; e la causa della verità e della ragione poteva trarre per accidente qualche vantaggio dal conflitto delle contrarie passioni. Il Vescovo o qualche distinto Prete, al quale aveva esso cautamente delegata la facoltà di predicare, parlava, senza rischio d'esser interrotto o contraddetto, ad una sommessa moltitudine, le cui menti erano già disposte e convinte dalle venerande ceremonie della religione. Era tanto stretta la subordinazione della Chiesa Cattolica, che nel tempo stesso potevan partire da cento pulpiti dell'Italia o dell'Egitto suoni concertati nella medesima forma, qualora essi fossero diretti[123] dalla mano maestra del Primate Romano o Alessandrino. Il disegno di tale instituzione era lodevole, ma i frutti non furono sempre salutari. I predicatori raccomandavano la pratica de' doveri sociali; ma esaltavano la perfezione della virtù Monastica, ch'è penosa per gli individui ed inutile pel genere umano. Le lor caritatevoli esortazioni dimostravano una segreta brama che fosse affidato al Clero il maneggio de' beni de' Fedeli per benefizio de' poveri. Le più sublimi rappresentazioni degli attributi e delle leggi di Dio venivano contaminate da una vana mistura di metafisiche sottigliezze, di riti puerili e di supposti miracoli; e col più fervido zelo si diffondevano sul merito religioso di detestar gli avversari della Chiesa, e di ubbidirne i ministri. Quando l'eresia o lo scisma turbava la pubblica pace, i sacri oratori suonavan la tromba della discordia e forse della sedizione. Per mezzo de' misteri si rendeva perplesso l'intelletto degli uditori; se ne infiammavano le passioni colle invettive; ed essi uscivano da' tempj Cristiani d'Antiochia o d'Alessandria, preparati o a soffrire o a dare il martirio. Nelle veementi declamazioni de' Vescovi Latini si vede chiaramente la corruzione del gusto e della lingua; ma le composizioni di Gregorio o di Grisostomo si son paragonate a' modelli più splendidi dell'Attica o almeno dell'Asiatica eloquenza[124].
A. D. 314-325
VII. I rappresentanti della Repubblica Cristiana ogni anno adunavansi regolarmente nella primavera e nell'autunno; e questi Sinodi sparsero lo spirito della disciplina e legislazione Ecclesiastica per le centoventi Province del Mondo Romano[125]. L'Arcivescovo o il Metropolitano era dalle leggi autorizzato a convocare i Vescovi suffraganei alla sua Provincia, ad invigilare sulla lor condotta, a sostenerne i diritti, a dichiararne la fede, e ad esaminare il merito de' candidati, che venivano eletti dal Clero e dal Popolo, per supplire alla vacanza del collegio Episcopale. I Primati di Roma, d'Alessandria, d'Antiochia, di Cartagine, ed in seguito di Costantinopoli, che godevano una giurisdizione più ampia, adunavano le numerose assemblee de' Vescovi lor dipendenti. Ma era una prerogativa propria del solo Imperatore la convocazione de' Sinodi grandi e straordinari. Ogni volta che le occorrenze della Chiesa richiedevano si venisse a tal passo decisivo, egli mandava una perentoria intimazione a' Vescovi o ai Deputati di ciascheduna Provincia, coll'ordine opportuno per l'uso de' cavalli pubblici, o con assegnamenti convenienti per le spese del loro viaggio. Ne' primi tempi, allorchè Costantino era protettore piuttosto che proselito del Cristianesimo, egli rimise la controversia Affricana al Concilio d'Arles, in cui si trovarono come fratelli ed amici i Vescovi di Yorck, di Treveri, di Milano, e di Cartagine per dibattere nel nativo loro linguaggio il comune interesse della Chiesa Latina e Occidentale[126]. Undici anni dopo, a Nicea nella Bitinia, fu convocata una più celebre e numerosa assemblea, per estinguere con definitiva sentenza le sottili dispute ch'erano insorte nell'Egitto sopra la Trinità. Trecento diciotto Vescovi obbedirono all'intimazione dell'indulgente loro Signore; gli Ecclesiastici di ogni specie, setta o nome, vennero computati fino a duemila quarantotto persone[127]; i Greci vi comparvero personalmente, ed il consenso de' Latini fu espresso da' Legati del Romano Pontefice. Le sessioni, che durarono circa due mesi, frequentemente furon onorate dalla presenza dell'Imperatore. Lasciando esso le guardie alla porta, sedeva (colla permissione del Concilio) sopra una piccola sedia nel mezzo dell'assemblea. Costantino ascoltava con pazienza e parlava modestamente; e nel mentre che influiva sulle discussioni, protestava umilmente, ch'egli era il ministro non il giudice de' successori degli Apostoli, ch'erano stati stabiliti come Sacerdoti e come Dii sulla terra[128]. Tal profonda venerazione d'un assoluto Monarca verso un debole disarmato congresso di propri sudditi, non si può paragonare che al rispetto con cui si trattava il Senato da' Principi Romani, che adottarono la politica d'Augusto. Nello spazio di cinquant'anni, uno spettator filosofico delle umane vicende avrebbe potuto confrontar Tacito nel Senato di Roma, e Costantino nel Concilio di Nicea. Tanto i Padri del Campidoglio, quanto quelli della Chiesa eran degenerati dalle virtù de' lor fondatori; ma siccome i Vescovi avevan gettate radici più profonde nella pubblica opinione, così sostennero con più decente orgoglio la lor dignità, ed alle volte si opposero con virile spirito alle brame del loro Sovrano. Il progresso del tempo e della superstizione ha cancellato la memoria della debolezza, della passione e dell'ignoranza, che oscurava quegli Ecclesiastici Sinodi, ed il Mondo Cattolico si è concordemente sottomesso[129] agl'infallibili decreti de' generali Concilj[130].
CAPITOLO XXI.
Eresia perseguitata. Scisma de' Donatisti. Controversia Arriana. Atanasio. Stato della Chiesa e dell'Impero, turbato sotto Costantino ed i suoi figli. Tolleranza del Paganesimo.