Con qual fronte poi osa il Sig. Gibbon di decantare nei due partiti tanta uniformità di costumi, di zelo, di dottrina e di fede? I Donatisti rovesciavano gli altari, o li purgavano come contaminati da quei che si dicevan Cattolici: frangevano i sacri vasi e li fondevano, infierivano contro i vivi e contro i defunti, gettavano il Crisma per le finestre, ed ai cani la Sacratissima Eucaristia, come attestano i Padri sopra lodati, ed espone il medesimo Sig. Gibbon[202]. Ora dove si legge che fossero somiglianti costumi nel partito Cattolico? Qui si chiedono al Sig. Gibbon testimonianze da stare a confronto con quelle di Ottato e di Agostino. Ma non allegandone, e non potendone allegare veruna: qual concetto formerete del vostro Gibbon? E per riguardo alla dottrina e alla fede non erano i Donatisti quei soli, che ribattezzando negavano l'efficacia del battesimo amministrato fuor della vera Chiesa contro i decreti dei Concili di Arles[203] e di Nicea[204]? E non riputavano una meretrice la Chiesa Cattolica, pretendendo che la vera ed immacolata fosse riconcentrata nella fazion di Donato, e pronunziando nel tempo medesimo la condanna della loro eresia con quelle solenni parole liturgiche, con cui dicevano di offerire il Sacrificio per l'unica Chiesa, la quale è sparsa per tutta la terra? Ommetto, che Donato il Cartaginese era Arriano di sentimento, perchè la moltitudine dei Donatisti non vi aderiva[205]: essendo assai manifesto e per le cose già dette e per essere stati refrattari i Donatisti ad ambedue le legittime Potestà, il Sacerdozio e l'Impero, aver eglino avuto una Fede ed una Dottrina molto diversa da quella dei loro avversari.
Avendo il Sig. Gibbon intrapresa in qualche modo la difesa dei Donatisti, con quanta ragione però già l'avete veduto: credete voi che ei volesse abbandonare la causa dei Novaziani? Pensate: essa è la migliore del Mondo, perciocchè ortodossa era la loro fede e sol dissentivano dalla Chiesa in alcuni articoli di disciplina, i quali forse non erano essenziali per la salute. A dir vero, sulle prime, Novaziano si contentò di dolersi, che in Roma i caduti si ricevessero alla Comunione con soverchia facilità, e questo potè passare per uno zelo di disciplina[206], ed anche sedurre alcuni Santi allor prigionieri per la fede. Ma quindi ed egli, e molto più apertamente i seguaci di lui[207] unirono allo scisma l'eresia negando alla Chiesa la potestà di riconciliare i caduti in tempo di persecuzione per qualsivoglia penitenza che essi facessero contro le generali ed illimitate espressioni di Gesù Cristo[208], e condannando le seconde nozze per modo da dichiarare adultere quelle vedove che si rimaritavano, come se avesser preteso di saperne più di S. Paolo[209], dice S. Agostino, ed avere una dottrina più pura di quella degli Apostoli. Senza che io mi dilunghi a noverare gli altri errori dei Novaziani ed intorno all'assoluzione dei peccati gravi commessi dopo il battesimo stesso, al culto delle reliquie, il Canone VIII. del I. Concilio Niceno basta per sè solo a distruggere affatto la loro pretesa Ortodossia. Haec autem prae omnibus eos, (Cioè i Novaziani, i quali avevano assunto l'orgoglioso nome di Catari) convenit profiteri, quod Catholicae et Apostolicae Ecclesiae Dogmata suscipiant et sequantur, idest et bigamis se communicare, et his qui in persecutione prolapsi sunt. Non ho avuto difficoltà ad allegare l'autorità di un Concilio, primieramente perchè il mio disegno scrivendo è di premunir voi, che vi gloriate di esser Cattolici contro gli errori del Sig. Gibbon; ed in secondo luogo perchè egli per quanto ironicamente possa chiamarne infallibili i Decreti, trattandosi dei generali pur si confessa ben soddisfatto dell'articolo Concile nella Enciclopedia e ne cita ancor esso le decisioni, quando gli torna in acconcio. Sarebbe pure stato considerabile in uno storico giudizioso e sincero, che ne avesse allegata alcuna per confermare, che la superstizione de' tempi abbia insensibilmente moltiplicati gli ordini, giacchè nella Chiesa Romana oltre il carattere Episcopale se n'è stabilito il numero di sette, tra i quali però i quattro minori son presentemente ridotti a vuoti ed inutili titoli. Per altro pur troppo è giusta riguardo a molte Chiese particolari quest'ultima riflessione: comecchè dai Padri Tridentini[210] fosse fatta ai Vescovi una gravissima esortazione, ed un positivo comando, che nelle sacre funzioni si rendessero attivi i Chierici dal Diacono fino all'Ostiario. Ma questo istesso dimostra, che la Chiesa universale rappresentata da quel sacro Consesso, contro l'avviso del Sig. Gibbon è persuasa che tutti questi Ordini, benchè sia forse soverchio il numero degli Ordinati, non sono un parto della superstizione. Erano forse tempi di superstizione i primi tre secoli della Chiesa e l'età degli Apostoli? Or di quei tempi appunto gloriosissimi per Santa Chiesa s'introdussero questi ordini per sentimento del medesimo S. Concilio: Sanctorum Ordinum a Diaconatu ad Ostiariatus functiones ab Apostolorum temporibus in Ecclesia laudabiliter receptae in usum juxta Sacros Canones revocentur. Non ignoravano quei venerabili Padri, che fino dalla metà del terzo secolo Cornelio R. Pontefice scrivendo a Fabio Antiocheno[211] numera sette Suddiaconi, 42. Accoliti, e tra Esorcisti, Lettori, ed Ostiari 52: e che S. Ignazio Patriarca antichissimo di Antiochia scrive in una lettera: saluto Sanctum Presbyterium, saluto Sacros Diaconos, saluto Subdiaconos, Lectores, Exorcistas... Li vedevano rammentati nel quarto secolo dai Concili Laodiceno e Cartaginese come cosa già da gran tempo stabilita, e per conseguenza eran convinti, che non per superstizione tali Ordini sunt adjecti, ma bensì propter utilitatem ministerii, quod propter multitudinem credentium per alteros postea impleri debere necessitas flagitavit[212].
Ciò che finora io sono andato divisando, benchè di volo, può, cred'io, bastare a convincervi, che il Sig. Gibbon dà per indubitati alcuni fatti di Storia Ecclesiastica, che se non son falsi, sono almen dubbi ed indecisi, e che per l'opposto i meglio autenticati e più certi o niega od oscura sempre a danno ed avvilimento del partito Cattolico. Leggetelo con attenzione, e troverete altri esempi per confermare la verità della mia asserzione.
LETTERA III.
Chi ha del Vangelo la stranissima idea, che esso apra un infinito prospetto d'invisibili mondi, e spieghi la misteriosa essenza della Divinità, la quale abitando in mezzo ad una luce inaccessibile noi viatori non possiam vedere che di riflesso ed in enimma, non dee recar maraviglia se mal conosca e sfiguri i Dommi della nostra SS. Religione quantunque fondamentali. Tal è il Sig. Gibbon. Primieramente è suo disegno l'inculcare, che quello, che dai Cristiani si crede del Divin Verbo, altro non è se non se un Domma già maravigliosamente annunziato da Platone anzi il fondamental principio della Teologia di quel Filosofo: il quale però non si stabilì sufficientemente, come una verità, o trovossi in stato di restar sempre confuso con le filosofiche visioni dell'Accademia ... finchè il nome, ed i divini attributi del Logos non furono confermati dalla celeste penna dell'ultimo e del più sublime fra gli Evangelisti.
Secondariamente si lusinga nella controversia Arriana di andare seguendo il progresso della ragione e della Fede, dell'errore e della passione in un modo da farsi credere uno storico, il quale tiri rispettosamente il velo del Santuario (p. 90.).
Nella presente lettera farò alcune riflessioni su questi due punti: e riguardo al λογος, asserisco I. che il Domma Cristiano del Divin Verbo non è maravigliosamente annunziato da Platone, e che verisimilmente neppure il nome λογος è stato preso da lui[213]. II. Che prima dell'Evangelo di S. Giovanni per divina rivelazione era stato scoperto al Mondo il sorprendente segreto, che il λογος, che era con Dio, fu dal principio, che era Dio ec. Si era incarnato ec.
Esaminando senza prevenzione le opere di Platone egli è ben difficile, per non dire impossibile, il persuadersi, che esso distinguesse l'idea, il λογος dal sommo Dio. Infatti in quel libro, in cui riferisce ciò che egli aveva appreso da Timeo Locrese, Pitagorico illustre, fissando che due son le cagioni di tutte le cose, stabilisce, che di quelle, le quali si fanno secondo la ragione ella è una mente Νὸον μἐν των κατὰ λογον γιγνομενων, la quale chiamasi Dio, è cagione delle cagioni θέον τε ὀνομαὶσερ θαι, ἀρχην τε τὦν ἀρχὦν, e che questo Dio è un Essere improdotto ed immutabile ed intelligibile esemplare di quante cose soggiacciono a mutazione καὶ τὸ μὲνεὶμεν αγενατον τε καὶ ἀχινάτον... νοατον τε καὶ παραδεῖγμα τὸν γεννωμένων, όπὸσα ὲν μετὰβολα ἑντε e per fine questa mente, questa Idea, questo Dio, questo Esemplare non stassi ozioso ma tien la ragione di maschio, e di padre ὥ τό μέν ἓιδος λόγος εχει ἆρρενος τε καί πὰτρος. Fin qui adunque non sembra aver neppur sospettato Platone, che l'Idea, il Verbo, od il λὸγος si distingua da Dio Sovrano. Indi prosegue a dire, che prima della disposizione dei Cieli fatta λὸγω altro non vi era che Idea, materia: ma che ο Φὲος δημιῦργος Iddio sommo Artefice: ordinò la seconda, sottoponendola a certe determinate leggi. Se adunque il Cielo od il Mondo secondo quel Filosofo è formato λὸγω, e questo λὸγος è l'idea ίδεα, e l'idea, la quale esso chiama in appresso, intelligibile essenza... ed esemplare, che in sè contiene tutti gli animali intellegibili τὰν νοητὰν ουσιὰν… καί τὸ παρὰδειγμα περὶεχον πὰντα τὰ νοατὰξῶα ὲν ὰυτῶ, e l'Idea, io dico non è punto distinta da Dio; si rende manifesto, che Platone non fa distinzione alcuna tra il Logos, e Dio.
Il Dialogo intitolato il Timeo, in cui più diffusamente si espongono i pensamenti di quel filosofo conferma ciò che abbbiamo veduto finora. E come non vedere che il Logos non è una persona distinta da Dio, ma o il raziocinio di lui λυγισμος θεοῦ[214] o la Idea, la Nozione, il pensiero di Dio ἔξ οὔν λόγου καί διάνοιας θεου ec.[215] è infine Dio stesso che avendo pensata λογισαμένος, e che per tal pensiero, o ragione διὰ τόν λογισμον τὸν δὲ[216] formò l'Universo?