A. 455

La morte d'Ezio e di Valentiniano aveva allentato i vincoli, che tenevano i Barbari della Gallia in pace e subordinazione. La costa marittima era infestata dai Sassoni; gli Alemanni ed i Franchi si avanzarono dal Reno alla Senna; e l'ambizione de' Goti pareva che meditasse più estese e permanenti conquiste. L'Imperator Massimo si liberò, mediante una giudiziosa scelta, dal peso di queste distanti cure; fece tacere le sollecitazioni de' suoi amici, diede orecchio alla voce della fama, e promosse uno straniero al comando generale delle milizie nella Gallia. Avito[787], ch'era lo straniero, il merito di cui fu sì nobilmente premiato, discendeva da una ricca ed onorevol famiglia nella diocesi dell'Alvergna. Le vicende di que' tempi lo spinsero ad abbracciare con uguale ardore la professione militare, e civile; e l'instancabile giovane congiunse gli studi della letteratura e della giurisprudenza coll'esercizio delle armi, e della caccia. Impiegò lodevolmente trent'anni della sua vita nel servizio pubblico; dimostrò alternativamente i suoi talenti nella guerra e nella negoziazione; ed il soldato di Ezio, dopo aver eseguito le più importanti ambasciate, fu innalzato al posto di Prefetto del Pretorio della Gallia. O sia che il merito d'Avito eccitasse l'invidia, o che la sua moderazione desiderasse riposo, tranquillamente si ritirò ad una terra, ch'ei possedeva nelle vicinanze di Clermont. Un copioso torrente, che nasceva dalla montagna, e si gettava precipitosamente in un'alta e schiumosa cascata, scaricava le sue acque in un lago di circa due miglia in lunghezza, e la villa era piacevolmente situata sul margine di esso. I bagni, i portici, gli appartamenti d'estate e d'inverno erano adattati a' disegni del lusso e del comodo: e l'addiacente campagna somministrava i vari prospetti di boschi, di pasture, e di prati[788]. Nella sua ritirata, nella quale Avito passava il tempo co' libri, ne' divertimenti campestri, nella pratica dell'agricoltura, e nella conversazione degli amici[789], ricevè il diploma Imperiale, che lo dichiarava Generale della cavalleria e dell'infanteria della Gallia. Preso ch'egli ebbe il comando militare, i Barbari sospesero il lor furore; e di qualsivoglia sorta fossero i mezzi ch'ei potè impiegare, o le concessioni che potè esser costretto a fare, il Popolo godè il vantaggio dell'attuale tranquillità. Ma il destino della Gallia dipendeva da' Visigoti; ed il Generale Romano, meno sollecito della sua dignità che del pubblico bene, non isdegnò d'andare a Tolosa col carattere d'Ambasciatore. Esso fu ricevuto con cortese ospitalità da Teodorico Re dei Goti; ma mentre Avito gettava i fondamenti d'una stabile alleanza con quella potente nazione, fu sorpreso dalla notizia, che l'Imperator Massimo era stato ucciso, e Roma saccheggiata da' Vandali. Un trono vacante, ch'egli poteva occupare senza delitto o pericolo, tentò la sua ambizione[790]; ed i Visigoti facilmente s'indussero a sostenere la sua pretensione col loro irresistibile voto. Essi amavano la persona d'Avito, rispettavano le sue virtù, e non erano insensibili al vantaggio non meno che all'onore di dare un Imperatore all'Occidente. Approssimavasi allora il tempo, in cui si teneva in Arles l'annuale assemblea delle sette Province; la presenza di Teodorico e dei marziali fratelli potè forse influire nelle loro deliberazioni; ma la scelta loro doveva naturalmente inclinare verso il più illustre de' lor naturali. Avito, dopo una decente resistenza, accettò da' rappresentanti della Gallia il Diadema Imperiale; e fu ratificata la sua elezione dalle acclamazioni de' Barbari e de' Provinciali. Si richiese, e si ottenne il formal consenso di Marciano Imperatore dell'Oriente: ma il Senato, Roma e l'Italia, quantunque umiliati dalle recenti loro calamità, si sottoposero con segreta ripugnanza alla presunzione del Gallico usurpatore.

A. 453-466

Teodorico, al quale Avito era debitor della porpora, aveva acquistato lo scettro Gotico mediante l'uccisione di Torrismondo suo fratello maggiore; e giustificò questo atroce fatto col disegno, che il suo predecessore avea formato, di violare la sua confederazione coll'Impero[791]. Tal delitto potè forse non essere incompatibile con le virtù d'un Barbaro; ma le maniere di Teodorico erano gentili ed umane, e la posterità può rimirar senza terrore la pittura originale d'un Re Goto, che Sidonio aveva ben esaminato nelle ore della pacifica e sociale conversazione. In una lettera scritta dalla Corte di Tolosa, l'Oratore soddisfa la curiosità d'un suo amico con la seguente descrizione[792]. «Per la maestà del suo aspetto imporrebbe Teodorico riverenza anche a quelli, che non ne conoscessero il merito; e quantunque sia nato Principe, il suo merito servirebbe a sublimarlo anche da privato. Esso è di statura piuttosto mediocre, il suo corpo sembra piuttosto pieno che grasso, e nelle proporzionate sue membra l'agilità si unisce alla forza muscolare[793]. Se si esamina la sua faccia, vi si osserva una spaziosa fronte, larghi e folti sopraccigli, un naso aquilino, tenui labbra, una regolar serie di bianchi denti, ed una bella carnagione, che arrossisce più spesso per modestia, che per isdegno. Si può precisamente indicare l'ordinaria distribuzione del suo tempo, essendo questa esposta alla pubblica vista. Avanti lo spuntar del giorno si porta con un piccolo seguito alla sua cappella domestica, dove si dice la messa da' ministri Arriani; ma quelli, che pretendono d'interpretare i segreti suoi sentimenti risguardano quest'assidua devozione, come un effetto d'abitudine e di politica. Il resto della mattina s'impiega nell'amministrazione del regno. Il suo Tribunale è circondato da alcuni ufiziali militari di decente aspetto e portamento: la rumorosa turba delle sue guardie Barbare occupa la sala dell'udienza; ma non è permesso loro di stare dentro i veli o le cortine, che tolgono la camera del consiglio agli occhi volgari. Vengono l'uno dopo l'altro introdotti gli ambasciatori delle nazioni. Teodorico ascolta con attenzione, risponde loro con discreta brevità, e secondo la natura degli affari pronunzia, o differisce la decisiva sua risoluzione. Circa le otto ore (all'ora seconda) si alza dal suo trono, e va al tesoro, o alla scuderia. Se gli piace di andare a caccia, o d'esercitarsi a cavallo, un giovane favorito gli porta l'arco; ma quando è trovata la fiera, lo tende con le proprie mani, e rade volte sbaglia il colpo: come Re, sdegna di portar le armi in tale ignobile occupazione; ma come soldato, si vergognerebbe di ricevere da altri alcun servigio militare a cui potesse supplir da se stesso. Ordinariamente il suo pranzo non è diverso da quello de' privati; ma ogni sabato, sono invitate molte onorevoli persone alla mensa reale, che in queste occasioni viene imbandita coll'eleganza della Grecia, coll'abbondanza della Gallia, e col buon ordine ed esattezza dell'Italia[794]. I piatti d'oro e d'argento son meno osservabili pel loro peso, che per la lucentezza e pel curioso lavoro: vien soddisfatto il gusto, senza che vi sia bisogno di estraneo e dispendioso lusso; la grandezza ed il numero de' bicchieri si regola con una rigorosa coerenza alle leggi della temperanza; ed il rispettoso silenzio, che vi si osserva, non è interrotto che da una grave ed istruttiva conversazione. Dopo desinare, Teodorico talvolta prende un poco di riposo; e tosto che si sveglia, chiede la tavola e i dadi, incoraggisce i suoi amici a dimenticare la maestà reale, e si compiace quando essi liberamente esprimono le passioni, che s'eccitano dagli accidenti del giuoco. In quest'esercizio, che esso ama come un'immagine della guerra, alternativamente fa prova di ardore, di abilità, di pazienza e di buon umore. Ride, se perde; ed è modesto e tace, se vince. Pure, non ostante quest'apparente indifferenza, i suoi cortigiani prendono i momenti della Vittoria per chiedere qualche favore; ed io stesso, nelle mie conversazioni col Re, ho ottenuto qualche vantaggio dalle mie perdite[795]. Circa l'ora nona (alle tre dopo mezzo giorno) si riprende il corso degli affari, e dura di continuo fin dopo il tramontar del sole, ed allora il segno della cena reale serve per licenziare la stanca folla de' supplichevoli e de litiganti. Alla cena, ch'è molto famigliare, sono ammessi talvolta de' buffoni e de' pantomimi per divertire, non per offendere la compagnia co' ridicoli loro detti; ma sono rigorosamente bandite le cantatrici, e la musica molle ed effeminata, essendo solo graditi agli orecchi di Teodorico que' suoni marziali, ch'eccitano lo spirito ad operar valorosamente. Ei si alza da tavola; e sono immediatamente poste le guardie notturne alle porte del tesoro, del palazzo e degli appartamenti segreti».

A. 456

Il Re de' Visigoti nell'atto d'incoraggiare Avito a prender la porpora, gli offrì la sua persona, e le sue forze, come un soldato fedele della Repubblica[796]. I fatti di Teodorico tosto convinsero il Mondo, ch'egli non avea degenerato dal guerriero valore de' suoi antenati. Dopo lo stabilimento de' Goti nell'Aquitania, ed il passaggio de' Vandali nell'Affrica, gli Svevi, che avevano stabilito il loro regno nella Gallicia, aspiravano alla conquista della Spagna e minacciavano d'estinguere i deboli residui della potenza Romana. I Provinciali di Cartagena e di Tarragona, molestati da un'ostile invasione, rappresentarono i danni che soffrivano, e le loro apprensioni. Fu spedito il Conte Frontone in nome dell'Imperatore Avito con vantaggiose offerte di pace e d'alleanza, e Teodorico v'interpose la valevole sua mediazione, dichiarando, che qualora il Re degli Svevi, suo cognato, immediatamente non si ritirasse, egli sarebbe stato costretto a prender le armi in difesa della giustizia e di Roma. «Digli (rispose il superbo Rechiario) che io non curo la sua amicizia, nè le sue armi, e che anzi proverò in breve, se ardirà d'aspettare la mia venuta sotto le mura di Tolosa». Una tal disfida mosse Teodorico a prevenire gli audaci disegni del suo nemico: passò i Pirenei alla testa de' Visigoti; i Franchi, ed i Borgognoni militavano sotto le sue bandiere; e quantunque si professasse fedele servo d'Avito, stipulò particolarmente per se medesimo, e pei suoi successori l'assoluto possesso delle conquiste Ispaniche. Le due armate, o piuttosto le due nazioni s'incontrarono sulle rive del fiume Urbico, alla distanza di circa dodici miglia da Astorga; e parve, che la vittoria decisiva de' Goti estirpasse per un tempo il nome ed il regno degli Svevi. Dal campo di battaglia, Teodorico avanzossi verso Braga, loro Metropoli, che conservava tuttavia le splendide tracce dell'antico suo commercio e della sua dignità[797]. Il suo ingresso nella medesima non fu macchiato di sangue, ed i Goti rispettarono la castità delle donne, specialmente delle sacre vergini: ma la maggior parte del Clero e del Popolo cadde in ischiavitù, e fino le chiese e gli altari restaron confusi nell'universale saccheggio. L'infelice Re degli Svevi era fuggito ad uno de' porti dell'Oceano; ma l'ostinazione de' venti s'oppose alla sua fuga; fu dato in mano dell'implacabile suo rivale; e Rechiario, che non desiderava, nè aspettava mercede, ricevè con viril costanza la morte, ch'egli trovandosi nelle medesime circostanze, probabilmente avrebbe dato al nemico. Dopo tal sanguinoso sacrifizio alla politica o allo sdegno, Teodorico portò le vittoriose sue armi fino a Merida, città principale della Lusitania, senza incontrar resistenza veruna a riserva del miracoloso potere di S. Eulalia; ma fu arrestato nella carriera de' suoi successi, e richiamato dalla Spagna, prima di poter provvedere alla sicurezza delle sue conquiste. Nella ritirata, ch'ei fece verso i Pirenei, vendicò le sue perdite contro il paese pel quale passò, e nel saccheggio di Pollenzia e d'Astorga si dimostrò infedele alleato, non meno che crudele nemico. Mentre il Re de' Visigoti combatteva e vinceva in nome d'Avito, il regno d'Avito era già terminato; e tanto l'onore, che l'interesse di Teodorico restarono altamente lesi per la disgrazia d'un amico, ch'esso avea collocato sul trono dell'Impero occidentale[798].

A. 456

Le vive sollecitazioni del Senato e del Popolo persuasero l'Imperatore Avito a fissare la sua residenza in Roma, e ad accettare il consolato per l'anno venturo. Il primo giorno di Gennaio, Sidonio Apollinare, genero di lui, celebrò le sue lodi in un panegirico di seicento versi; ma questa composizione, quantunque fosse premiata con una statua di bronzo[799], sembra che contenga una ben piccola parte sì d'ingegno, che di verità. Il Poeta, se pure è permesso di avvilire tal sacro nome, esagera i meriti d'un Sovrano, e d'un padre; e la sua profezia d'un lungo e glorioso regno fu tosto contraddetta dal fatto. Avito, in un tempo in cui la dignità Imperiale riducevasi ad una preminenza di travagli e di pericoli, si abbandonò ai piaceri della mollezza Italiana: l'età non aveva estinto in esso le amorose inclinazioni; e viene accusato di avere insultato con indiscreta ed incivile derisione i mariti di quelle ch'egli aveva sedotte, o violate[800]. Ma i Romani non eran disposti nè a scusare i suoi difetti, nè a riconoscere le sue virtù. Le varie parti dell'Impero si alienavano l'una dall'altra ogni giorno più; e lo straniero della Gallia era l'oggetto dell'odio e del disprezzo popolare. Il Senato sostenne il legittimo suo diritto nell'elezione dell'Imperatore; e la sua autorità, che in principio era derivata dall'antica costituzione ricevè nuova forza dall'attual debolezza d'una decadente Monarchia. Pure anche una tal Monarchia avrebbe potuto resistere a' voti d'un inerme Senato, se la malcontentezza di questo non fosse stata sostenuta, e forse instigata dal Conte Ricimero, uno de' principali comandanti delle truppe Barbare, che formavano la difesa militare d'Italia. La madre di Ricimero era figlia di Vallia Re de' Visigoti; ma dal lato del padre discendeva dalla nazione degli Svevi[801]. Dalle disgrazie de' suoi nazionali potè forse inasprirsi l'orgoglio, o il patriottismo di esso; ed ubbidiva con ripugnanza ad un Imperatore, nell'inalzamento del quale egli non era stato consultato. I suoi fedeli ed importanti servigi contro il comun nemico lo renderono sempre più formidabile[802]; e dopo aver distrutto sulle coste della Corsica una flotta de' Vandali composta di sessanta galere, tornò Ricimero in trionfo col titolo di Liberator dell'Italia. Egli scelse questo momento per significare ad Avito, che il suo regno era giunto a fine; e il debole Imperatore, distante da' Goti suoi alleati, fu costretto dopo una breve ed inefficace contesa a dimetter la porpora. La clemenza però, o il disprezzo di Ricimero[803] gli permise di passare dal trono al più desiderabile posto di Vescovo di Piacenza: ma lo sdegno del Senato non era ancor soddisfatto; e la sua inflessibil severità pronunziò contro di lui la sentenza di morte. Esso fuggì verso le alpi coll'umile speranza non già d'armare i Visigoti in sua difesa, ma d'assicurare la propria persona ed i suoi tesori nel santuario di Giuliano, uno de' santi tutelari dell'Alvergna[804]. La malattia o la mano del carnefice l'arrestò per viaggio; ed il suo corpo fu decentemente trasportato a Brivas o Brioude nella sua nativa Provincia, e riposò a' piedi del suo santo avvocato[805]. Avito non lasciò che una figlia, moglie di Sidonio Apollinare, il quale ereditò il patrimonio del suocero, dolendosi nel tempo stesso, che fossero svanite le sue pubbliche e private speranze. Il suo rammarico l'indusse ad unirsi, o almeno ad appoggiar le misure d'un partito ribelle nella Gallia; ed il Poeta era caduto in qualche mancanza, che dovè poi espiare con un altro tributo d'adulazione verso il nuovo Imperatore[806].

A. 457

Il successore d'Avito presenta la gradita scoperta d'un carattere grande ed eroico, quale sorge alle volte in un secolo degenerato per sostenere l'onor della specie umana. L'Imperator Maioriano ha meritato le lodi de' suoi contemporanei, e della posterità; e si possono rappresentar queste lodi, con le forti espressioni d'un giudizioso e disinteressato Istorico, il quale racconta: «ch'egli era cortese verso i suoi sudditi; terribile verso i nemici; e che superava in ogni virtù tutti i suoi antecessori, che regnato avevano sopra i Romani[807]». Tale testimonianza può almeno giustificare il panegirico di Sidonio; e noi possiamo assicurarci, che sebbene l'ossequioso oratore avrebbe adulato con uguale zelo il Principe anche più indegno; pure in quest'occasione il merito straordinario del suo Eroe lo fece restar dentro i limiti della verità[808]. Maioriano traeva il suo nome dall'avo materno, che sotto il regno di Teodosio il Grande avea comandato le truppe della frontiera Illirica. Ei diede la sua figlia per moglie al padre di Maioriano, rispettabile ufiziale, che amministrava le rendite della Gallia con abilità e giustizia, e generosamente preferì l'amicizia d'Ezio alle seducenti offerte d'una Corte insidiosa. Il futuro Imperatore suo figlio, che fu educato nella professione delle armi, dimostrò dalla prima sua gioventù un intrepido coraggio, un prematuro sapere, ed una liberalità illimitata in una tenue fortuna. Seguitò le bandiere d'Ezio, contribuì a' suoi successi, partecipò, e talvolta ecclissò la sua gloria, ed eccitò finalmente la gelosia del Patrizio, o piuttosto della sua moglie, che lo costrinse a ritirarsi dalla milizia[809]. Dopo la morte d'Ezio, Maioriano fu richiamato e promosso; e l'intima sua connessione col Conte Ricimero, fu l'immediato passo, che lo fece salire sul trono dell'Impero occidentale. Nella vacanza, che successe alla deposizione d'Avito, l'ambizioso Barbaro, la cui nascita l'escludeva dall'Imperial dignità, governò l'Italia col titolo di Patrizio; diede all'amico il cospicuo posto di Generale della cavalleria e dell'infanteria; e dopo lo spazio di alcuni mesi, acconsentì all'unanime desiderio de' Romani, de' quali erasi Maioriano conciliato il favore, mediante una recente vittoria riportata contro gli Alemanni[810]. Fu esso investito della porpora a Ravenna; e la lettera, che indirizzò al Senato, è la più acconcia ad esprimere la sua situazione ed i suoi sentimenti: «La vostra elezione, Padri conscritti, e l'ordine dell'esercito più valoroso mi hanno creato vostro Imperatore[811]. La Divinità propizia diriga e favorisca i consigli ed i successi della mia amministrazione al vostro vantaggio ed alla pubblica salute. Quanto a me, io non vi aspirava, ma mi son sottomesso a regnare; nè avrei soddisfatto al dovere di Cittadino, se avessi ricusato con bassa ingratitudine, per amore del proprio comodo, di sostenere il peso di quelle fatiche, che mi erano imposte dalla Repubblica. Assistete dunque il Principe, che avete fatto; prendete parte a' doveri, che mi avete ingiunti, e possano le nostre comuni operazioni promuovere la felicità d'un Impero, che ho ricevuto dalle vostre mani. Assicuratevi, che a' nostri tempi la giustizia ripiglierà l'antico suo vigore, e la virtù diventerà non solo innocente, ma meritoria. Nessuno abbia timore delle delazioni[812], eccettuati gli autori medesimi di esse, che io come suddito ho sempre condannato, e come Principe punirò severamente. La nostra propria vigilanza, e quella del Patrizio Ricimero, nostro padre, regolerà tutti gli affari militari, e provvederà alla salute del Mondo Romano, che ho salvato da' nemici stranieri e domestici[813]. Voi conoscete adesso quali sono le massime del mio governo: potete confidare nel fedele amore, e nelle sincere proteste d'un Principe, ch'è stato già compagno della vostra vita e de' vostri pericoli, che tuttavia si gloria del nome di Senatore, e che ansiosamente desidero, non vi dobbiate mai pentire del giudizio, che pronunziato avete in suo favore». Un Imperatore, il quale in mezzo alle rovine del Mondo Romano faceva risorgere quell'antico linguaggio della legge e della libertà, che avrebbe potuto esser proprio di Trajano, doveva trarre dal proprio suo cuore sentimenti sì generosi; mentre non poteva prenderli nè da' costumi del suo secolo, nè dall'esempio de' suoi predecessori[814].