STORIA
DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO


CAPITOLO XXXVII.

Origine, progresso ed effetti della vita monastica. Conversione de' Barbari al Cristianesimo, ed all'Arrianismo. Persecuzione de' Vandali nell'Affrica. Estinzione dell'Arrianismo fra' Barbari.

L'inseparabile connessione degli affari civili ed ecclesiastici mi ha dato motivo ed aiuto a riferire il progresso, le persecuzioni, lo stabilimento, le divisioni, il pieno trionfo e la successiva corruzione del Cristianesimo. Ma ho differito o bella posta l'esame di due religiosi avvenimenti, di conseguenza nello studio della natura umana, ed importanti nella decadenza e rovina del Romano Impero, cioè I. l'istituzione della vita monastica[1]; e II. la conversione de' Barbari Settentrionali.

I. La prosperità e la pace introdusse la distinzione fra' Cristiani volgari, e gli Ascetici[2]. La coscienza della moltitudine si contentava d'una larga ed imperfetta pratica di Religione. Il Principe o il Magistrato, il Soldato o il Mercante conciliarono il fervido loro zelo, e l'implicita fede loro coll'esercizio della propria professione, con la cura de' loro interessi, e colla condiscendenza delle passioni: ma gli Ascetici, che volevan osservare i rigorosi precetti dell'Evangelo, e talvolta ne abusavano, furono eccitati da quel selvaggio entusiasmo, che rappresenta l'uomo come un delinquente, e Dio come un tiranno. Essi rinunziarono seriamente agli affari, ed a' piaceri del secolo; rigettarono l'uso del vino, della carne e del matrimonio; gastigarono il proprio corpo, mortificarono le loro passioni, ed abbracciarono una vita di miseria come un prezzo dell'eterna felicità. Nel tempo di Costantino gli Ascetici fuggivano da un Mondo profano e degenerato, ad una perpetua solitudine o società religiosa. Come i primi Cristiani di Gerusalemme[3] rinunziarono l'uso o la proprietà de' loro beni temporali; fondarono delle comunità regolari di persone del medesimo sesso, e d'uniforme disposizione; e presero i nomi d'Eremiti, di Monaci e di Anacoreti, esprimenti la solitaria lor vita in un deserto naturale, o artificiale. Essi acquistaron ben presto il rispetto del Mondo, che disprezzavano; e si fece il più alto applauso a questa Divina Filosofia[4], che sorpassava, senza l'aiuto della scienza o della ragione, le laboriose virtù delle scuole Greche. In vero i Monaci potevan contendere con gli Stoici nel disprezzo della fortuna, del dolore, e della morte; si rinnovò nella servile lor disciplina il silenzio, e la sommissione de' Pittagorici; e sdegnarono con una fermezza uguale a quella de' Cinici stessi ogni formalità, e decenza della civil società. Ma i seguaci di tal divina filosofia aspiravano ad imitare un modello più puro, o più perfetto. Seguitavano le vestigia de' Profeti, che si erano ritirati nel deserto[5]; e fecero risorgere la vita devota, e contemplativa, che si era introdotta dagli Esseni, nella Palestina e nell'Egitto. L'occhio filosofico di Plinio aveva osservato con sorpresa un Popolo solitario, che abitava fra le palme vicino al Mar Morto, che sussisteva senza danaro, si propagava senza donne, e traeva dal disgusto e dal pentimento dell'uman genere, un perpetuo rinforzo di volontari associati[6].

A. 305

L'Egitto, fecondo padre di superstizione, somministrò il primo esempio della vita monastica. Antonio[7], inculto[8] giovane delle parti più basse della Tebaide, distribuì il suo patrimonio[9], abbandonò la propria famiglia, e la casa nativa, e compì la sua monastica penitenza con originale ed intrepido fanatismo. Dopo un lungo e penoso noviziato fra' sepolcri, e in una torre rovinata, s'avanzò arditamente nel deserto per tre giornate di cammino all'oriente del Nilo; scoprì un luogo solitario, che aveva i vantaggi dell'ombra e dell'acqua, e fermò l'ultima sua dimora sul monte Colzim, vicino al Mar Rosso, dove un antico monastero tuttavia conserva il nome, e la memoria del Santo[10]. La curiosa devozione de' Cristiani lo seguitò fino al deserto; e quando fu costretto a comparire in Alessandria in faccia al Mondo, sostenne la sua fama con dignità, e discretezza. Ei godè l'amicizia d'Atanasio, di cui approvò la dottrina; e l'Egizio abitator delle selve rispettosamente evitò un rispettoso invito dell'Imperator Costantino. Il venerabile Patriarca (poichè Antonio giunse all'età di centocinque anni) vide la numerosa progenie, che si era formata, seguitando l'esempio e le lezioni di esso. Le prolifiche colonie de' Monaci si moltiplicarono con rapido progresso nelle arene della Libia, su' massi della Tebaide, e nelle città del Nilo. Al mezzodì d'Alessandria, la montagna ed il vicino deserto di Nitria eran popolati da cinquemila Anacoreti; ed il viaggiatore può tuttavia investigar le rovine di cinquanta monasteri, che furono fondati su quello sterile suolo da' discepoli d'Antonio[11]. Nella Tebaide Superiore fu occupata la vacante Isola di Tabenna[12] da Pacomio, e da millequattrocento dei suoi confratelli. Questo Santo Abbate fondò successivamente nove Monasteri di uomini, ed uno di donne; e la festa di Pasqua riuniva tal volta cinquantamila religiose persone, che seguivano l'Angelica sua regola di disciplina[13]. La grande e popolata città d'Ossirinco, la sede dell'Ortodossia cristiana, avea destinato i tempj, i pubblici edifizi, e fino le mura a pii e caritatevoli usi; ed il Vescovo, che poteva predicare in dodici chiese, contò diecimila maschi, e ventimila femmine della professione monastica[14]. Gli Egizi, che si gloriavano di tal maravigliosa rivoluzione, eran disposti a sperare ed a credere, che il numero de' Monaci fosse uguale al resto del Popolo[15]; e la posterità potrebbe ripetere quel detto, che fu anticamente applicato agli animali sacri del medesimo paese, cioè, che in Egitto era meno difficile di trovare un Dio, che un uomo.