Se la fede di Teodora non fosse stata infetta d'eresia, l'esemplare sua devozione l'avrebbe potuta purgare, nell'opinione dei suoi contemporanei, dai vizi d'orgoglio, di avarizia e di crudeltà. Se però essa influì a calmare l'intollerante furore dell'Imperatore, il presente secolo accorderà qualche merito, alla sua religione, e molta indulgenza agli speculativi suoi errori[480]. Fu inserito il nome di Teodora con uguale onore in tutte le pie e caritatevoli fondazioni di Giustiniano, e può attribuirsi la più benefica istituzione del suo Regno alla simpatia dell'Imperatrice verso le sue meno fortunate sorelle, ch'erano state sedotte o costrette ad abbracciar la prostituzione. Un Palazzo, che era sulla parte Asiatica del Bosforo, fu convertito in un comodo e spazioso Monastero, e fu assegnato un generoso mantenimento a cinquecento donne che si erano raccolte dalle strade e da' postriboli di Costantinopoli. In questo sicuro e santo ritiro, venivano esse condannate ad una perpetua clausura, e la disperazione di alcune, che si gettarono in mare, si perdeva nella gratitudine delle penitenti, ch'erano state salvate dalla colpa e dalla miseria mediante la generosa loro benefattrice[481]. Giustiniano medesimo celebra la prudenza di Teodora; e le sue Leggi si attribuiscono ai savi consigli della sua rispettabilissima moglie, ch'egli dice d'aver ricevuto come un dono della divinità[482]. Si manifestò il suo coraggio in mezzo al tumulto del Popolo, ed a terrori della Corte. Una prova della sua castità, dopo che unissi a Giustiniano è il silenzio degl'implacabili di lei nemici; e quantunque la figlia d Acacio potesse esser sazia d'amore si dee non ostante far qualche applauso alla fermezza del suo spirito, che potè sacrificare il piacere e l'abitudine, al più forte sentimento del dovere o dell'interesse. I desiderj e le preghiere di Teodora non poterono mai ottenere la grazia di un figlio legittimo, e seppellì una bambina, unica prole del suo matrimonio[483]. Ciò non ostante il suo dominio fu durevole ed assoluto; si conservò essa, o coll'arte o col merito, l'affetto di Giustiniano; e le apparenti lor dissensioni riusciron sempre fatali a' Cortigiani, che le credetter sincere. Se n'era forse indebolita la salute per la dissolutezza della gioventù; ma essa fu sempre delicata, e fu consigliata da' Medici a far uso de' Bagni caldi Pitj. Fu accompagnata l'Imperatrice in questo viaggio dal Prefetto del Pretorio, dal gran Tesoriere, da più Conti e Patrizi, e da uno splendido seguito di quattromila serventi: risarcite furono le pubbliche strade; si eresse un palazzo per riceverla; e nel passar che fece per la Bitinia distribuì generose limosine alle Chiese, a' Monasteri ed agli Spedali, affinchè implorassero dal Cielo il ristabilimento della sua salute[484]. Finalmente l'anno ventesimo quarto del suo matrimonio e ventesimo secondo del suo Regno fu consumata da un cancro[485]; e ne fu pianta l'irreparabile perdita dal marito, che in luogo d'una teatral prostituta avrebbe potuto scegliere la più pura e la più nobil donzella d'Oriente[486].

II. Possiamo osservare una differenza essenziale fra i giuochi dell'antichità: i più nobili presso i Greci erano attori, e presso i Romani semplici spettatori. Era lo stadio Olimpico aperto all'opulenza, al merito, ed all'ambizione; e se i Candidati erano in grado di contare sulla loro personal perizia ed attività, seguir potevano le traccie di Diomede e di Menelao, guidando i propri loro cavalli nella rapida corsa[487]. Si lasciavan partire nel medesimo istante dieci, venti, quaranta cocchi; una corona di foglie era il premio del vincitore, e se ne celebrava la fama, insieme con quella della sua famiglia, e della sua Patria in canzoni liriche, più durevoli de' monumenti di bronzo e di marmo. Ma un Senatore, o anche un puro Cittadino consapevole della sua dignità, si sarebbe vergognato d'esporre la sua persona o i suoi cavalli nel Circo di Roma. Si rappresentavano i giuochi a spese della Repubblica, de' Magistrati, o degl'Imperatori, e se ne abbandonavan le redini a mani servili; e se i profitti d'un favorito cocchiere talvolta superavano quelli d'un Avvocato, ciò dee riguardarsi come l'effetto di una popolare stravaganza, e come il più alto sforzo d'una ignobile professione. Il corso, nella sua prima origine, consisteva nella semplice contesa di due cocchi, i direttori de' quali si distinguevano con livree bianche e rosse; in seguito vi furono aggiunti due altri colori, cioè il verde e l'azzurro: e siccome si replicavano le corse venticinque volte, così cento cocchi contribuivano in un giorno alla pompa del Circo. Ben presto le quattro fazioni furono stabilite legittimamente, e si trasse una misteriosa origine dei capricciosi loro colori dalle varie apparenze della Natura nelle quattro stagioni dell'anno, vale a dire dall'infuocato sirio dell'estate, dalle nevi dell'inverno, dalle cupe ombre dell'autunno, e dalla piacevol verzura della primavera[488]. Un altra interpretazione preferiva gli elementi alle stagioni, e supponevasi, che la contesa del Verde e dell'Azzurro rappresentasse il conflitto della terra e del mare. Le respettive loro vittorie annunziavano o un'abbondante raccolta o una prospera navigazione, e la gara che quindi nasceva fra gli agricoltori ed i marinari, era un poco meno assurda che quel cieco ardore del Popolo Romano, che sacrificava le proprie vite e sostanze al colore, che ciascun avea scelto. I più savi Principi sdegnarono e tollerarono tal follìa; ma si videro scritti i nomi di Caligola, di Nerone, di Vitellio, di Vero, di Commodo, di Caracalla, e d'Elagabalo nelle fazioni Verde o Azzurra del Circo; essi ne frequentavano le stalle, applaudivano a quelli, che le favorivano, ne punivano gli antagonisti, e meritavano la stima della plebaglia, mediante la naturale o affettata imitazione de' loro costumi. Continuarono le sanguinose e tumultuarie contese a disturbar le pubbliche feste fino all'ultima età degli spettatori di Roma; e Teodorico, per un motivo di giustizia o d'affezione, interpose la sua autorità per proteggere i Verdi contro la violenza d'un Console e Patrizio, ch'era fortemente appassionato per la fazione Azzurra del Circo[489].

Costantinopoli adottò le follìe, non già le virtù dell'antica Roma, e le stesse fazioni, che avevano agitato il Circo, infierirono con maggior furore nell'Ippodromo. Sotto il Regno d'Anastasio fu infiammata questa popolar frenesia dallo zelo religioso, ed i Verdi, che avevano proditoriamente nascosto delle pietre e de' coltelli in alcune paniere di frutti, uccisero in occasione d'una solenne festa tremila degli Azzurri loro avversari[490]. Dalla Capitale si sparse questa peste nelle Province e Città dell'Oriente, e la giocosa distinzione de' due colori produsse due forti ed irreconciliabili partiti, che scossero i fondamenti d'un debol governo[491]. Le dissensioni popolari fondate sopra gl'interessi più serj ed i più santi pretesti, hanno appena potuto uguagliare l'ostinazione di una ludicra discordia, che attaccò la pace delle famiglie, divise fra loro gli amici e i fratelli, e tentò fino le donne, quantunque di rado si vedessero nel Circo, ad abbracciare le inclinazioni de' loro amanti, o a contraddire i desiderj de' loro mariti. Si calpestava ogni legge divina ed umana, e purchè prevalesse il partito, pareva, che i delusi di lui seguaci non curassero nè la privata nè la pubblica calamità. Si ravvivò in Antiochia ed a Costantinopoli la licenza senza la libertà della Democrazia, ed ogni candidato per conseguir gli onori civili o ecclesiastici avea bisogno d'esser sostenuto da una fazione. Ai Verdi imputossi un segreto affetto alla famiglia, o alla setta d'Anastasio; ma gli Azzurri erano fervidamente attaccati alla causa della Ortodossia e di Giustiniano[492], ed il grato loro protettore sostenne per più di cinque anni i disordini di una fazione, i periodici tumulti della quale inondarono il Palazzo, il Senato, e le Capitali d'Oriente. Gli Azzurri, divenuti insolenti per il Real favore, affettavano d'incuter terrore mediante un abito particolare ed all'uso de' Barbari, con i capelli lunghi, con le maniche strette, e con le ampie vesti degli Unni, con un passo orgoglioso, ed una voce sonora. Il giorno celavano essi i loro pugnali a due tagli, ma la notte arditamente si adunavano armati, e intraprendevano in numerose truppe, qualunque atto di violenza e di rapina. I loro avversari della fazion Verde, o anche i cittadini innocenti venivano spogliati, e spesso uccisi da questi notturni ladroni, ed era pericoloso il portar de' bottoni o delle fibbie d'oro, o l'andare ad un'ora tarda per le strade di una pacifica Capitale. Eccitato quel fiero spirito dall'impunità giunse fino a violare la sicurezza delle case private; e s'adoperava il fuoco per facilitare l'attacco, o nascondere i delitti di questi, faziosi. Non v'era luogo immune o salvo dalle loro depredazioni; per soddisfar la propria avarizia o vendetta profondevano il sangue degl'innocenti, erano contaminate le Chiese e gli altari da atroci omicidj, e solevan vantarsi quegli assassini, che avevano la destrezza di far sempre una ferita mortale ad ogni colpo delle loro armi. La dissoluta gioventù di Costantinopoli adottò l'azzura insegna del disordine; tacevan le leggi, ed erano rilassati i legami della Società: i creditori venivan costretti a consegnar le loro obbligazioni; i giudici a rivocare le loro sentenze; i padroni a manomettere i loro schiavi; i padri a supplire alle stravaganze de' figli; le nobili matrone eran prostituite alla libidine dei loro servi; i bei garzoni erano strappati dalle braccia dei lor genitori, e le mogli, a meno che non preferissero una morte volontaria, venivano stuprate alla presenza de' loro mariti[493]. La disperazione de' Verdi, ch'erano perseguitati dai loro nemici, ed abbandonati da' Magistrati, s'arrogò il diritto della difesa, e forse della rappresaglia; ma quelli, che sopravvivevano al combattimento, eran tratti al supplizio, e gl'infelici fuggitivi, rifuggendosi ne' boschi e nelle caverne, infierivano senza misericordia contro la società, da cui erano stati cacciati. Que' Ministri dei Tribunali, che avevano il coraggio di punire i delitti, e di non curar lo sdegno degli Azzurri, divenivano le vittime dell'indiscreto loro zelo: un Prefetto di Costantinopoli fuggì per asilo al santo Sepolcro, un Conte dell'Oriente fu ignominiosamente frustato, ed un Governatore di Cilicia fu per ordine di Teodora impiccato sulla tomba di due assassini, ch'esso avea condannati per l'omicidio del suo palafreniere, e per un temerario attacco della propria sua vita[494]. Un candidato, che aspira a pervenire a' posti più alti, può esser tentato a fabbricare sulla pubblica confusione la sua grandezza; ma è interesse non meno che dovere d'un Sovrano il mantenere l'autorità delle Leggi. Il primo Editto di Giustiniano, che fu spesso ripetuto, e qualche volta solo eseguito, annunziava la ferma sua risoluzione di sostener l'innocente, e di gastigare il colpevole di qualunque denominazione e colore si fossero. Pure la bilancia della giustizia era sempre inclinata in favore della fazione azzurra dalla segreta affezione, dall'abitudine, e da' timori dell'Imperatore; la sua equità, dopo un apparente contrasto, sottomettevasi senza ripugnanza alle implacabili passioni di Teodora, e l'Imperatrice non dimenticò mai, nè perdonò le ingiurie della commediante. La proclamazione d'uguale e rigorosa giustizia fatta nell'avvenimento al trono di Giustino il Giovane indirettamente condannò la parzialità del precedente Governo: «O Azzurri, non v'è più Giustiniano! Verdi, egli è sempre vivo[495]».

A. 532

L'odio, che avevan fra loro le due fazioni, e la loro momentanea riconciliazione suscitò un tumulto, che ridusse quasi Costantinopoli in cenere. Giustiniano celebrò nel quinto anno del suo Regno la solennità degl'Idi di Gennaio: furono i giuochi continuamente disturbati dal clamoroso malcontento de' Verdi; fino alla ventesima seconda corsa l'Imperatore mantenne la tacita sua gravità; ma cedendo finalmente all'impazienza condiscese a tenere in brusca maniera, e mediante la voce d'un banditore il dialogo più singolare[496] che mai si facesse fra un Principe ed i suoi sudditi. Le prime querele furono rispettose e modeste; accusarono essi i subordinati Ministri d'oppressione, ed espressero i lor desiderj per la lunga vita, e la vittoria dell'Imperatore. «Abbiate pazienza, e state attenti, o insolenti maledici, esclamò Giustiniano; tacete Giudei, Samaritani e Manichei». I Verdi tuttavia cercavano di risvegliar la sua compassione con queste voci: «Noi siamo poveri, siamo innocenti, siamo ingiuriati, non osiamo di andar per le strade: si usa una general persecuzione contro il nostro nome e colore. Moriamo, o Imperatore, ma moriamo per ordine vostro, ed in vostro servizio». La rinnovazione però di parziali ed appassionate invettive degradò a' loro occhi la maestà della porpora; negarono essi l'omaggio ad un Principe, che ricusava di render giustizia al suo Popolo; si dolsero che fosse nato il Padre di Giustiniano, e ne infamarono il figlio coi nomi obbrobriosi di omicida, d'asino, e di spergiuro tiranno. «Non curate le vostre vite?» gridò lo sdegnato Monarca: gli Azzurri s'alzarono con furore dai loro posti; risuonarono gli ostili loro clamori nell'Ippodromo: ed i loro avversari, abbandonando l'ineguale contesa, sparsero il terrore e la disperazione per le strade di Costantinopoli. In questo pericoloso momento eran condotti per la Città sette notorj assassini di ambedue le fazioni, ch'erano stati condannati dal Prefetto, e quindi trasportati al luogo dell'esecuzione nel subborgo di Pera. Quattro di questi furono immediatamente decapitati, e fu impiccato il quinto: ma nel tempo che gli altri due soggiacevano alla medesima pena, si ruppe la fune, essi caddero vivi sul suolo, il popolaccio applaudì alla loro liberazione, ed usciti dal vicino loro convento i Monachi di S. Conone gli portarono in una barchetta al santuario della loro Chiesa[497]. Siccome uno di questi rei era del partito degli Azzurri, e l'altro de' Verdi, le due fazioni furono eccitate ugualmente dalla crudeltà del loro oppressore, o dall'ingratitudine del loro avvocato, e fu conclusa una breve tregua ad oggetto di liberare i prigionieri, e di soddisfare la propria vendetta. Fu ad un tratto bruciato il Palazzo del Prefetto, che si opponeva al sedizioso torrente, ne furono trucidati gli ufiziali e le guardie, si aprirono a forza le prigioni, e si restituì la libertà a quelli che non potevan farne uso, che per la pubblica distruzione. Un distaccamento militare, ch'era stato mandato in aiuto del Magistrato Civile, fu fieramente rispinto da una moltitudine armata, di cui continuamente cresceva il numero e l'arditezza; e gli Eruli, i più selvaggi tra' Barbari al servizio dell'Impero, rovesciarono i sacerdoti e le loro reliquie, che per un motivo di religione imprudentemente s'erano interposti per separare il sanguinoso conflitto. S'accrebbe il tumulto per tal sacrilegio: il Popolo combatteva con entusiasmo nella causa di Dio; le donne facevan piovere da' tetti e dalle finestre le pietre sopra i soldati, che scagliavano de' tizzoni accesi contro le case; e le varie fiamme, che si erano accese per le mani dei Cittadini e degli stranieri, si diffusero senza contrasto su tutta la Città. L'incendio comprese la cattedrale di S. Sofia, i Bagni di Zeusippo, una parte del Palazzo, dal primo ingresso fino all'altare di Marte, ed il lungo Portico, dal Palazzo fino al Foro di Costantino; restò consumato un vasto Spedale insieme con gli ammalati, che v'erano; si distrussero molte Chiese, e sontuosi Edifizi, e si perdè o si fuse un'immensa quantità d'oro e d'argento. I savi e ricchi Cittadini fuggirono da tali spettacoli d'orrore e di miserie sul Bosforo dalla parte dell'Asia, e per cinque giorni Costantinopoli rimase in preda delle fazioni, e la parola Nika, cioè vinci, che usavan per distintivo, ha dato il nome a questa memorabile sedizione[498].

Finattantochè furon divise le due fazioni, sembrava che tanto i trionfanti Azzurri, quanto i Verdi abbattuti riguardassero con la medesima indifferenza i disordini dello Stato. Ma in quest'occasione s'unirono a censurare la mal amministrazione della Giustizia e delle Finanze; i due Ministri, che n'erano responsabili, cioè l'artificioso Triboniano, ed il rapace Giovanni di Cappadocia, furono altamente accusati come gli autori della pubblica miseria. In tempo di pace non si sarebber curati i bisbigli del Popolo; ma quando la Città era in mezzo alle fiamme, si ascoltarono con rispetto, furono immediatamente deposti, sì il Questore, che il Prefetto, e furono a quelli sostituiti due Senatori d'irreprensibile integrità. Dopo questa popolar concessione, Giustiniano si portò all'Ippodromo a confessare i propri errori, e ad accettare il pentimento dei buoni suoi sudditi; ma questi non si fidarono delle sue proteste, sebbene pronunziate solennemente sopra i santi Vangeli; e l'Imperatore, sbigottito dalla lor diffidenza, precipitosamente si ritirò nella Fortezza del Palazzo. Allora imputossi l'ostinazione del tumulto ad una segreta ed ambiziosa cospirazione; e s'ebbe sospetto, che gl'insorgenti, specialmente i Verdi, fossero sostenuti con armi e danaro da due Patrizi Ipazio e Pompeo, i quali non potevano dimenticarsi con onore, nè ricordarsi con sicurezza di esser nipoti dell'Imperatore Anastasio. Capricciosamente ammessi alla confidenza del Monarca, quindi caduti in disgrazia, e dalla gelosa sua leggierezza ottenuto il perdono, si erano essi presentati come servi fedeli avanti al Trono; e per i cinque giorni del tumulto, ritenuti furono come ostaggi di grande importanza; ma finalmente prevalendo i timori di Giustiniano alla sua prudenza, egli risguardò i due fratelli come spie, e forse come assassini, e bruscamente comandò loro di partir dal Palazzo. Dopo una inutile rappresentanza, che l'ubbidire avrebbe potuto cagionare un involontario tradimento, si ritirarono alle loro case, e la mattina del sesto giorno Ipazio fu circondato e preso dal Popolo, che senza riguardo alla virtuosa di lui resistenza, ed alle lacrime della sua moglie, lo trasportò al Foro di Costantino, ed invece di diadema gli pose un ricco collare sul capo. Se l'usurpatore, che di poi allegò a suo favore il merito della sua resistenza, avesse seguitato il consiglio del Senato, ed eccitato il furor della moltitudine, il primo irresistibile sforzo di essa avrebbe oppresso o scacciato il suo tremante competitore. Il Palazzo di Costantinopoli aveva una libera comunicazione col mare; stavan pronti i vascelli agli scali de' giardini; e si era già presa la segreta risoluzione di condurre l'Imperatore con la sua famiglia e tesori in un luogo sicuro a qualche distanza dalla Capitale.

Giustiniano era perduto, se quella prostituta, che egli aveva tolto dal Teatro, non avesse rinunziato alla timidità, non meno che alle virtù del suo sesso. In mezzo ad un consiglio, dove trovavasi Belisario, la sola Teodora dimostrò il coraggio di un Eroe; ed ella sola senza paventare la futura sua odiosità, potè salvare l'Imperatore dall'imminente pericolo, e dagl'indegni di lui timori. «Quand'anche la fuga, disse la moglie di Giustiniano, fosse l'unico mezzo di salvarsi, pure io sdegnerei di fuggire. La morte è la condizione apposta alla nostra nascita; ma chi ha regnato non dovrebbe mai sopravvivere alla perdita della dignità, e del dominio. Io prego il Cielo, di non potere essere mai veduta, neppure un giorno, senza il diadema e la porpora; che io non possa più vedere la luce, quando cesserò d'essere salutata col nome di Regina. Se voi risolvete, o Cesare, di fuggire, avete de' tesori; ecco qua il mare, avete delle navi; ma tremate, che il desiderio della vita non v'esponga ad un miserabile esilio, e ad una ignominiosa morte. Quanto a me, approvo quell'antica massima, che il trono è un glorioso sepolcro». La fermezza d'una donna fece risorgere il coraggio di deliberare e d'agire, ed il coraggio ben presto scuopre i rimedi nella situazione anche più disperata. Quello di ravvivar l'animosità delle due fazioni fu un mezzo facile e decisivo; gli Azzurri restaron sorpresi della propria colpa e follìa nell'essersi lasciati indurre per un'ingiuria da nulla a cospirare con gl'implacabili loro nemici contro un grazioso e liberale benefattore; proclamarono essi di nuovo la maestà di Giustiniano, ed i Verdi restarono soli col loro novello Imperatore nell'Ippodromo. Era dubbiosa la fedeltà delle guardie; ma la militar forza di Giustiniano sostenevasi da tremila Veterani, che s'erano formati al valore, ed alla disciplina nelle guerre Persiane ed Illiriche. Sotto il comando di Belisario e di Mondo, marciarono questi con silenzio in due divisioni dal Palazzo; si fecero strada per oscuri e stretti sentieri a traverso di fiamme spiranti, e di cadenti edifizi, e spalancarono in un istesso tempo le due opposte porte dell'Ippodromo. In uno spazio sì angusto la moltitudine disordinata e sorpresa non fu capace di resistere ad un fermo e regolare attacco da due parti; gli Azzurri segnalarono il furore del loro pentimento; e si conta, che restassero uccise trentamila persone nella promiscua e crudele strage di quella giornata. Ipazio fu tratto giù dal suo trono, e condotto insieme col fratello Pompeo a' piedi dell'Imperatore: implorarono essi la sua clemenza; ma la lor colpa ora manifesta, l'innocenza incerta; e Giustiniano s'era troppo spaventato per dare il perdono. La mattina seguente i due Nipoti d'Anastasio con diciotto illustri complici, di condizione Patrizia o Consolare, furono privatamente posti a morte da' soldati; e ne furon gettati i corpi nel mare, distrutti i Palazzi, e confiscate le facoltà. L'Ippodromo stesso fu condannato per più anni ad un tristo silenzio: ma colla restaurazione de' giuochi, risorsero gli stessi disordini; e le fazioni degli Azzurri e de' Verdi continuarono ad affliggere il regno di Giustiniano, ed a turbar la tranquillità dell'Impero d Oriente[499].

III. Quest'Impero, dopo che Roma fu divenuta barbara, conteneva tuttavia le Nazioni ch'essa avea conquistate di là dall'Adriatico fino alle frontiere dell'Etiopia e della Persia. Giustiniano regnava sopra sessantaquattro Province, e novecento trentacinque Città[500]; i suoi dominj erano favoriti dalla natura coi vantaggi del suolo, della situazione e del clima; e si erano continuamente sparsi lungo le coste del Mediterraneo, e le rive del Nilo i raffinamenti dell'arte umana dall'antica Troia fino a Tebe d'Egitto. Abramo[501] aveva tratto sollievo dall'abbondanza ben nota dell'Egitto; il medesimo piccolo e popolato tratto di paese era tuttavia capace di somministrare ogni anno dugento sessantamila sacca di grano per uso di Costantinopoli[502], e la Capitale di Giustiniano riceveva le manifatture di Sidone, quindici secoli dopo ch'eransi le medesime rese celebri per i Poemi d'Omero[503]. Le annue forze della vegetazione in vece di restar esauste da duemila raccolte, si rinnovavano ed invigorivano per mezzo della buona cultura, del ricco ingrasso e dell'opportuno riposo. Le razze degli animali domestici s'erano infinitamente moltiplicate. Le piantagioni, le fabbriche e gl'istrumenti di lavoro e di lusso, che son più durevoli che la vita umana, s'erano accumulate per le cure di più successive generazioni. La tradizione conservava, e l'esperienza semplicizzava l'umile pratica delle arti; la società si arricchiva mediante la divisione de' lavori e la facilità del commercio; ed ogni Romano s'alloggiava, si vestiva, e sussisteva per l'industria di mille mani. Si è religiosamente attribuita agli Dei l'invenzione del filare e del tessere: in ogni tempo si sono abilmente lavorati molti prodotti animali e vegetabili, come crini, pelli, lana, lino, cotone ed alfine seta, per coprire o adornare il corpo umano; questi si tingevano con infusioni di durevoli colori, ed impiegavasi con successo il pennello a migliorare i lavori del tessitore. Nella scelta di que' colori[504], che imitano le bellezze della natura, li favoriva la libertà del gusto e della moda; ma la porpora carica[505] che i Fenicj estraevano da una conchiglia marina, era riservata alla sacra Persona ed al Palazzo dell'Imperatore; ed erano stabilite le pene di ribellione contro quegli ambiziosi sudditi, che ardivano usurpare la prerogativa del trono[506].

Non v'è bisogno di spiegare, che la seta[507] in origine proviene dalle viscere di un baco, e che forma l'aurea tomba, da cui sorge fuori un verme in figura di farfalla. Fino al regno di Giustiniano i bachi da seta, che si nutriscono delle foglie del gelso bianco, erano confinati alla China; quelli del pino, della quercia e del frassino eran comuni nelle foreste sì dell'Asia che dell'Europa; ma siccome la loro educazione è più difficile, ed il prodotto più incerto, erano generalmente trascurati, fuori che nella piccola Isola di Ceos presso le coste dell'Attica. Si fece del loro tessuto un tenue velo e questa manifattura di Ceos, che fu inventata da una donna per proprio uso, fu ammirata per lungo tempo tanto in Oriente, quanto a Roma. Per quanto possano trarsi delle induzioni dagli ornamenti de' Medi e degli Assiri, Virgilio è lo scrittore più antico che faccia espressamente menzione della soffice lana, che si traeva dagli alberi de' Seri o Chinesi[508]; e quest'errore di Storia Naturale, meno maraviglioso anche del vero, si venne appoco appoco a correggere dalla cognizione di quel prezioso Insetto, ch'è il primo artefice del lusso delle Nazioni. Questo raro ed elegante lusso fu criticato al tempo di Tiberio da' più gravi fra Romani, e Plinio con caricate, quantunque forti espressioni, ha condannato la sete del guadagno, che faceva esplorar gli ultimi confini della Terra per il pernicioso oggetto di esporre agli occhi di tutti le trasparenti matrone, e le vesti che denudavan le donne[509]. Un abito, che mostrava il contorno delle membra, ed il color della cute, potea soddisfare la vanità, o eccitare i desiderj; i drappi di seta che si tessevano fitti nella China, furono assai diradati dalle donne Fenicie, e si moltiplicarono i preziosi materiali mediante una tessitura più rara, e la mescolanza di fili di lino[510]. Dugento anni dopo il tempo di Plinio l'uso delle vesti di seta pura o anche mescolata era limitato al sesso femminile, finattantochè gli opulenti Cittadini di Roma e delle Province non si furono insensibilmente famigliarizzati coll'esempio d'Elagabalo, il primo che con quest'abito effemminato contaminasse la dignità d'un Imperatore e d'un uomo. Aureliano si doleva che si vendesse a Roma una libbra di seta per dodici oncie d'oro: ma ne crebbe l'abbondanza per causa delle richieste, e coll'abbondanza scemossene il prezzo. Se qualche volta l'accidente o il monopolio ne alzò il valore anche sopra quello indicato da Aureliano, in virtù delle medesime cause le manifatture di Tiro e di Berito furono altre volte costrette a contentarsi d'un nono di quell'eccessivo prezzo[511]. Fu creduta necessaria una Legge per distinguer l'abito de' commedianti da quello de' Senatori, e la massima parte della seta, che veniva dal natio suo Paese, si consumava da' sudditi di Giustiniano. Meglio però conoscevano essi una conchiglia del Mediterraneo chiamata il baco da seta di mare: quella fina lana, o pelame, con cui la madre della perla s'attacca agli scogli, presentemente si lavora più per curiosità che per uso; ed una veste formata di questa singolare materia era il dono che l'Imperator Romano faceva a' Satrapi dell'Armenia[512].