Verso quel tempo, in cui Pitagora inventò il nome di Filosofo, ebbe origine in Roma da Bruto il vecchio la libertà ed il Consolato. Nella presente Storia si sono a' suoi luoghi esposte le rivoluzioni dell'ufizio Consolare che può risguardarsi ne' successivi aspetti d'un corpo reale, d'un'ombra e d'un nome. I primi Magistrati della Repubblica erano stati eletti dal Popolo per esercitare nel Senato e nel Campo i diritti della pace e della guerra, che poi si trasferirono negl'Imperatori; ma la tradizione dell'antica dignità fu per lungo tempo rispettata da' Romani e da' Barbari. Un Istorico Goto applaudisce il Consolato di Teodorico quasi l'apice d'ogni temporal gloria e grandezza[602]; l'istesso Re d'Italia si congratula con quegli annui favoriti della fortuna, che godevano lo splendore senza le cure del Trono; ed in capo a mille anni si creavano tuttavia da' Sovrani di Roma e di Costantinopoli due Consoli al sol oggetto di dare una data all'anno ed una festa al Popolo. Ma le spese di questa festa, nelle quali l'opulento e vano titolare aspirava a sorpassare i suoi predecessori, appoco appoco s'accrebbero sino all'enorme somma di ottantamila lire sterline; i Senatori più saggi evitavano un inutile onore che portava seco la certa rovina delle loro Famiglie; ed a questa ripugnanza attribuirei le frequenti lacune che si trovano negli ultimi tempi de' Fasti consolari. I Predecessori di Giustiniano avevano sostenuto col pubblico tesoro la dignità de' candidati meno ricchi; ma l'avarizia di questo Principe antepose il meno dispendioso e più conveniente metodo dell'ammonizione e della regola[603]. Al numero di sette Processioni o spettacoli il suo Editto limitava le corse di cavalli e di cocchi, i divertimenti atletici, la musica ed i pantomimi del teatro, la caccia delle fiere; e piccole monete d'argento furono prudentemente sostituite alle medaglie d'oro che avevano sempr'eccitato il tumulto e l'ebrietà, quando venivano sparse a larga mano fra la plebe. Nonostanti queste precauzioni ed il suo proprio esempio, cessò finalmente la successione de' Consoli nell'anno decimo terzo di Giustiniano, il carattere dispotico del quale probabilmente gradì la tacita estinzione di un titolo, che rammentava a' Romani la antica lor libertà[604]. Pure tuttavia sussisteva il Consolato annuo nelle menti del Popolo; esso ansiosamente aspettava la pronta di lui restaurazione; applaudì alla graziosa condiscendenza de' successivi Principi, da' quali fu assunto nel primo anno del loro Regno; e passarono dopo la morte di Giustiniano tre secoli, prima che quell'antiquata dignità, ch'era stata già soppressa dall'uso, potesse abolirsi per Legge[605]. All'imperfetta maniera di distinguere ogni anno col nome d'un Magistrato, fu vantaggiosamente supplito con la data d'un'Era permanente: i Greci adottarono la creazione del Mondo, secondo la version de' Settanta[606], ed i Latini, dal Secolo di Carlo Magno in poi, hanno computato il lor tempo dalla nascita di Cristo[607].
CAPITOLO XLI.
Conquiste di Giustiniano in Occidente. Carattere, e prime campagne di Belisario. Esso invade e soggioga il Regno Vandalico in Affrica. Suo trionfo. Guerra Gotica. Ricupera la Sicilia, Napoli e Roma. Assedio di Roma fatto da' Goti. Ritirata, e perdite de' medesimi. Resa di Ravenna. Gloria di Belisario. Sua vergogna, e disgrazie domestiche.
A. 533
Quando Giustiniano salì sul trono, circa cinquant'anni dopo la caduta dell'Impero di Occidente, i Regni de' Goti e de' Vandali avevano acquistato un solido e, per quanto potrebbe sembrare, legittimo stabilimento sì in Europa, che in Affrica. I titoli che la vittoria Romana erasi attribuita, furono con ugual giustizia cancellati dalla spada de' Barbari; e la fortunata loro rapina trasse un più venerabil diritto dal tempo, dai trattati e da' giuramenti di fedeltà ripetuti già da due o tre generazioni di ubbidienti sudditi. L'esperienza ed il Cristianesimo avevan confutato la superstiziosa speranza, che Roma fosse fondata dagli Dei per regnare in perpetuo sulle Nazioni della Terra. Ma la superba pretensione di perpetuo ed invulnerabil dominio che i suoi soldati non poteron più sostenere fu costantemente difesa da' suoi Politici e Giureconsulti, le opinioni de' quali son talvolta risorte e si son propagate nelle moderne scuole di Giurisprudenza. Dopo che la stessa Roma fu spogliata della Porpora Imperiale, i Principi di Costantinopoli assunsero il solo e sacrato scettro della Monarchia; dimandarono come legittima loro eredità le Province, che erano state soggiogate da' Consoli o possedute da' Cesari; e debolmente aspiravano a liberare i fedeli lor sudditi d'Occidente dall'usurpazione degli Eretici e dei Barbari. A Giustiniano fu riservata in qualche parte l'esecuzione di questo splendido disegno. Per i primi cinque anni del suo Regno esso fece con ripugnanza una dispendiosa e svantaggiosa guerra contro i Persiani, finattantochè l'orgoglio non cedè all'ambizione di esso e comprò al prezzo di quattrocento quarantamila lire sterline una precaria tregua, che nel linguaggio di ambedue le Nazioni fu decorata col nome d'eterna pace. La sicurezza dell'Oriente lasciò l'Imperatore in libertà d'impiegar le sue forze contro i Vandali; e lo stato interno dell'Affrica somministrò un onorevol motivo, e promise un efficace aiuto alle armi Romane[608].
A. 525-534
Il Regno Affricano, secondo il testamento del suo Fondatore, era per retta linea pervenuto in Ilderico, maggiore in età fra' Principi Vandali. Una dolce indole fece inclinare il figlio d'un tiranno, ed il nipote d'un conquistatore a preferire i consigli di clemenza e di pace; ed il suo avvenimento al trono fu contrassegnato da un salutar editto, che restituì dugento Vescovi alle lor Chiese, e permise la libera professione del Simbolo Atanasiano[609]. Ma i Cattolici accettarono con fredda e passeggiera gratitudine un favore tanto inferiore alle lor pretensioni, e le virtù d'Ilderico offesero i pregiudizi de' suoi Nazionali. Il Clero Arriano cercò d'insinuare a' Vandali ch'egli aveva rinunziato alla fede de' suoi Maggiori, ed i soldati più altamente si dolsero, che avea degenerato dal coraggio di essi. Si sospettò ne' suoi Ambasciatori una segreta e vergognosa negoziazione alla Corte Bizantina: ed il suo Generale, che si chiamava l'Achille[610] de' Vandali, perdè una battaglia contro i nudi e indisciplinati Mori. Gelimero, a cui l'età, l'origine e la fama militare dava un apparente diritto alla successione, esacerbò il mal contento: ei prese col consenso della Nazione le redini del Governo; ed il suo sfortunato Sovrano senza neppure un combattimento, precipitò dal trono in una prigione, dove fu rigorosamente guardato insieme con un fedel Consigliere, ed il suo malveduto nipote, l'Achille de' Vandali. Ma l'indulgenza che Ilderico avea dimostrato a' suoi sudditi Cattolici, lo raccomandò efficacemente al favore di Giustiniano, che per vantaggio della propria setta, poteva ammettere l'uso e la giustizia della tolleranza religiosa. Mentre il nipote di Giustino era tuttavia privato, si fomentò la loro alleanza col vicendevol commercio di doni e di lettere; e l'Imperator Giustiniano sostenne la causa della dignità reale e dell'amicizia. Egli ammonì l'usurpatore in due successive ambascierie a pentirsi del suo tradimento o almeno ad astenersi da ogni ulteriore violenza che provocar potesse l'ira di Dio, e de' Romani; a rispettare le leggi della parentela e della successione; ed a lasciar, che un uomo vecchio ed infermo terminasse in pace i suoi giorni, o sul trono di Cartagine, o nel palazzo di Costantinopoli. Le passioni, ovvero la prudenza di Gelimero lo costrinsero a rigettar queste domande, che venivan fatte con calore nell'altiero tuono di minacce e di comandi, ed ei giustificò la sua ambizione in un linguaggio, che di rado tenevasi alla Corte di Bizanzio, allegando il diritto, che aveva un Popolo libero di rimuovere o di punire il suo principal Magistrato che avea mancato nell'esecuzione dell'ufizio Reale. Dopo questa inutile intimazione il prigioniero Monarca fu trattato con più rigore; al suo nipote furono levati gli occhi, ed il crudel Vandalo, confidando nella sua forza e distanza derideva le vane minacce, ed i lenti preparativi dell'Imperatore d'Oriente. Giustiniano dunque risolvè di liberare, o vendicare il suo amico; Gelimero di sostener la sua usurpazione; e la guerra, secondo l'uso delle Nazioni incivilite, fu preceduta dalle più solenni proteste, che ciascheduna delle parti desiderava sinceramente la pace.
La notizia d'una guerra Affricana non fu grata che alla vana ed oziosa plebaglia di Costantinopoli di cui la povertà l'esentava da' tributi, e la poltroneria ben di rado l'esponeva al servizio militare. Ma i Cittadini più savi, che dal passato giudicavano del futuro, riflettevano all'immensa perdita, sì di uomini che di danaro, dall'Impero sofferta nella spedizione di Basilisco. Le truppe che dopo cinque laboriose Campagne si erano richiamate dalle frontiere della Persia, temevano il mare, il clima e le armi d'un incognito nemico. I ministri delle Finanze calcolavano, per quanto eran suscettibili di calcolo, i bisogni d'una guerra nell'Affrica; le tasse, che bisognava trovare ed esigere per supplire ai tali esorbitanti bisogni; ed il pericolo che le proprie lor vite, o almeno i loro lucrosi impieghi non fossero responsabili della mancanza di ciò ch'era necessario. Giovanni di Cappadocia, mosso da tali cagioni del proprio interesse (giacchè non può sopra di lui cadere il sospetto d'alcuna sorte di zelo del pubblico bene), si avventurò ad opporsi in pieno consiglio alle inclinazioni del suo Signore. Confessò in vero, che una vittoria di tale importanza non potea mai comprarsi a troppo caro prezzo; ma ne rappresentò in un grave discorso le difficoltà certe, e l'incerto evento. «Se intraprendete, disse il Prefetto, l'assedio di Cartagine per terra, la distanza non è minore di cento quaranta giorni di cammino, e per mare bisogna che passi un intero anno[611], prima che voi possiate avere alcuna nuova della vostra flotta. Soggiogando l'Affrica, essa non potrebbe conservarsi senza la conquista anche della Sicilia, e dell'Italia. Il buon successo vi obbligherà a nuovi travagli; ed una sola disgrazia attirerà i Barbari nel cuore dell'esausto vostro Impero». Giustiniano sentì il peso di questo salutevol consiglio; restò confuso dall'insolita libertà di un ossequioso servo; e forse si sarebbe abbandonato il disegno di far quella guerra, se non si fosse ravvivato il suo coraggio da una voce, che fece tacere i dubbi della profana ragione: «Ho avuto una visione (gridò un artificioso o fanatico Vescovo d'Oriente): è volere del Cielo, o Imperatore, che non abbandoniate la vostra santa impresa di liberare la Chiesa Affricana. Il Dio degli Eserciti precederà le vostre bandiere, e dispergerà i vostri nemici che sono i nemici del suo Figlio». L'Imperatore potè facilmente tentarsi, ed i suoi consiglieri furon costretti a dar fede a questa opportuna rivelazione: ma essi trassero una più ragionevole speranza dalla rivolta, che gli aderenti di Ilderico o Atanasio avevano già eccitato a' confini della Monarchia Vandalica. Pudenzio, suddito affricano, aveva segretamente manifestato le sue fedeli intenzioni, ed un piccol soccorso militare fece tornar la Provincia di Tripoli all'ubbidienza de' Romani. Era stato affidato il Governo di Sardegna a Goda, valoroso Barbaro, che sospese il pagamento del tributo, negò di prestar omaggio all'usurpatore, e diede orecchio agli emissari di Giustiniano, che lo trovaron padrone di quella fertile Isola, alla testa delle sue guardie, e superbamente rivestito delle insegne Reali. Si diminuiron le forze dei Vandali dalla discordia e dal sospetto; e gli eserciti Romani furono animati dal coraggio di Belisario, uno di que' nomi eroici, che son cogniti ad ogni tempo e ad ogni Nazione.
A. 529-532