A. 533

Quest'infelice Monarca dopo la perdita della sua Capitale, s'applicò a raccogliere i residui d'un'armata dispersa, piuttosto che distrutta dalla precedente battaglia; e la speranza della preda tirò alcune truppe moresche alle bandiere di Gelimero. Ei s'accampò nelle campagne di Bulla in distanza di quattro giornate di cammino da Cartagine; insultò la Capitale, ch'ei privò dell'uso d'un acquedotto; propose un grosso premio per la testa d'ogni Romano; affettò di risparmiar le persone ed i beni degli Affricani suoi sudditi, e trattò segretamente co' settari Arriani e con gli Unni confederati. In queste circostanze la conquista della Sardegna non servì che ad aggravar le sue angustie: rifletteva col più profondo dolore, ch'egli avea consumato in quell'inutile intrapresa cinquemila delle sue più brave genti; e lesse con dispiacere e vergogna le vittoriose lettere del suo fratello Zanone ch'esprimevano un'ardente fiducia che il Re, dietro l'esempio de' suoi Maggiori, avesse già gastigato la temerità del Romano invasore. «Oimè, Fratello, replicò Gelimero, il Cielo si è dichiarato contro la nostra infelice Nazione. Nel tempo che tu hai soggiogato la Sardegna, noi abbiamo perduto l'Affrica. Appena comparve Belisario con un pugno di soldati, che il coraggio e la prosperità abbandonaron la causa de' Vandali. Gibamondo tuo nipote, ed Ammata tuo fratello son morti per la codardia dei loro seguaci. I nostri cavalli, le nostre navi, la stessa Cartagine e tutta l'Affrica sono in poter del nemico. Pure i Vandali tuttavia preferiscono un ignominioso riposo, a costo di perdere le loro mogli ed i figli, i loro averi e la libertà. Ora non ci rimane altro che la campagna di Bulla e la speranza del vostro valore. Lascia la Sardegna; vola in nostro soccorso; restaura il nostro Impero, od al nostro fianco perisci». Ricevuta questa lettera, Zanone comunicò il suo duolo a' principali de' Vandali ma ne nascose prudentemente la notizia a' nativi dell'Isola. Si imbarcaron le truppe in centoventi galere nel porto di Cagliari, gettaron l'ancora il terzo giorno a' confini della Mauritania, e proseguirono in fretta il loro cammino per riunirsi alle bandiere Reali nel campo di Bulla. Tristo ne fu l'incontro: i due fratelli s'abbracciarono; piansero in silenzio; nulla fu domandato della vittoria di Sardegna, nessuna ricerca si fece delle disgrazie dell'Affrica. Avevano essi d'avanti a' lor occhi tutta l'estensione delle loro calamità; e l'assenza delle proprie mogli e de' figli somministrava una luttuosa prova che era loro toccata o la morte o la schiavitù. Si risvegliò finalmente il languido spirito de' Vandali, e si riunirono per l'esortazioni del loro Re, per l'esempio di Zanone, e per l'imminente pericolo che minacciava la loro Monarchia e Religione. La forza militare della Nazione s'avanzò alla battaglia; e tale fu il rapido loro accrescimento che prima che l'armata giungesse a Tricameron, circa venti miglia lontano da Cartagine, poteron vantare, forse con qualche esagerazione, che sorpassavano dieci volte le piccole forze de' Romani. Queste forze però eran sotto il comando di Belisario, il quale, siccome conosceva il superiore lor merito, permise, che i Barbari lo sorprendessero in un'ora inopportuna. I Romani ad un tratto si posero in armi: un piccolo rio ne copriva la fronte: la cavalleria formava la prima linea, che aveva nel centro Belisario alla testa di cinquecento guardie: l'infanteria fu posta a qualche distanza in una seconda linea: e la vigilanza del Generale osservava la separata situazione e l'ambigua fede de' Massageti che segretamente riserbavano il loro aiuto per i vincitori. L'Istorico ha riportato, ed il Lettore può facilmente immaginare i discorsi[628] de' Comandanti, che con argomenti i più acconci allo stato in cui erano, inculcavano l'importanza della vittoria e il disprezzo della vita. Zanone con le truppe che l'avevan seguitato nella conquista della Sardegna, fu posto nel centro; e se la moltitudine de' Vandali avesse imitato l'intrepida loro fermezza, il trono di Genserico avrebbe potuto sostenersi. Gettate via le lancie e le armi da scagliare sfoderarono essi le spade, ed aspettaron l'attacco: la cavalleria Romana per tre volte passò il rio; essa fu per tre volte respinta; e si mantenne costante la pugna, finattantochè cadde Zanone, e si spiegò la bandiera di Belisario. Gelimero si ritirò al suo campo: gli Unni s'unirono ad inseguirlo, ed i vincitori spogliarono i corpi de' morti. Pure non furon trovati sul campo più di cinquanta Romani e di ottocento Vandali: sì tenue fu la strage d'una giornata ch'estinse una Nazione, e trasferì l'Impero dell'Affrica. La sera Belisario condusse la sua infanteria all'attacco del campo, e la pusillanime fuga di Gelimero manifestò la vanità delle proteste poco avanti fatte, che per un vinto la morte era di sollievo, di peso la vita; e l'infamia si riguardava come l'unico oggetto di terrore. Fu segreta la sua partenza; ma tosto che i Vandali scoprirono che il loro Re gli aveva abbandonati, precipitosamente si dispersero, solleciti solo della loro personale salvezza, e non curando qualunque altr'oggetto ch'è caro o valutabile per gli uomini. I Romani entrarono senza resistenza nel campo; e nell'oscurità e confusion della notte restaron nascoste le più barbare scene di disordine. Fu crudelmente trucidato qualunque Barbaro, cui incontrarono le loro spade: le vedove e le figlie di quelli, abbracciate furono come ricche eredi o belle concubine da' licenziosi soldati; e l'avarizia medesima restò quasi sazia de' tesori d'oro e d'argento, frutti della conquista o dell'economia, accumulati in un lungo periodo di prosperità e di pace. In questa furiosa ricerca anche i soldati di Belisario dimenticarono la loro riservatezza e rispetto. Acciecati dalla cupidigia e dalla rapacità, esploravano in piccole partite o soli le addiacenti campagne, i boschi, gli scogli, e le caverne che potesser celare qualche cosa di prezzo; carichi di bottino abbandonarono i loro posti e andavano senza guida vagando per le strade, che conducevano a Cartagine; e se i fuggitivi nemici avessero ardito di tornare indietro, ben pochi de' conquistatori sarebbero scampati. Belisario, profondamente penetrato dalla vergogna e dal pericolo, passò con apprensione una notte sul campo di battaglia; ed allo spuntar del giorno piantò la sua bandiera sopra di un Colle, riunì le sue guardie ed i veterani, ed appoco appoco restituì la moderazione e l'ubbidienza nell'esercito. Il Generale Romano prese uguale interesse nel sottomettere i Barbari nemici, che nel salvarli prostrati; ed i Vandali supplichevoli che si trovavano solo nelle Chiese, furon protetti dalla sua autorità, disarmati e situati separatamente in maniera che non potessero nè disturbar la pubblica pace, nè divenir le vittime della vendetta popolare. Dopo aver mandato un piccol distaccamento ad investigare le traccie di Gelimero, s'avanzò con tutta la sua armata per circa dieci giornate di cammino fino ad Ippone Regio che non possedeva più le reliquie di S. Agostino[629]. La stagione avanzata e la certa notizia che i Vandali eran fuggiti agl'inaccessibili paesi de' Mori, determinò Belisario ad abbandonarne l'inutil ricerca, ed a stabilire in Cartagine i suoi quartieri d'inverno. Di là mandò il principale suo Luogotenente ad informare l'Imperatore, che nello spazio di tre mesi egli aveva compito la conquista dell'Affrica.

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Belisario diceva il vero. I Vandali, che sopravvissero, cederono senz'altra resistenza le armi e la libertà: i contorni di Cartagine si sottomisero alla sua presenza; e le Province più lontane furono l'una dopo l'altra soggiogate dalla fama della sua vittoria. Tripoli si confermò nel volontario suo omaggio; la Sardegna e la Corsica s'arresero ad un Ufiziale, che invece della spada portò la testa del bravo Zanone; e le Isole di Maiorca, Minorca ed Ivica acconsentirono di rimanere un'umile appendice del Regno affricano. Cesarea, Città Reale che in una Geografia non tanto rigorosa può confondersi colla moderna Algeri, era situata trenta giornate di cammino all'occidente di Cartagine: per terra la strada era infestata da' Mori; ma il mare era aperto, ed i Romani erano allora padroni del mare. Un attivo e prudente Tribuno s'avanzò fino allo Stretto dove occupò Septem, o Ceuta[630], che s'alza sulla costa d'Affrica dirimpetto a Gibilterra: questa remota Piazza fu di poi adorna e fortificata da Giustiniano; e sembra, ch'ei secondasse in questo la vana ambizione d'estendere il suo Impero sino alle colonne d'Ercole. Esso ricevè l'annunzio della vittoria in quel tempo, in cui preparavasi appunto a pubblicar le Pandette della Legge Romana; ed il devoto o geloso Imperatore celebrò la divina bontà, e confessò in silenzio, il merito dell'abile suo Generale[631]. Impaziente d'abolire la temporale e spiritual tirannia de' Vandali, procedè senza dilazione al pieno ristabilimento della Chiesa Cattolica. Ne furono restaurate ed ampliate generosamente la giurisdizione, la ricchezza e le immunità che sono forse la parte più essenziale della Religione Episcopale; fu soppresso il Culto Arriano; si proscrissero le adunanze de' Donatisti[632]; ed il Sinodo di Cartagine per la voce di dugento diciassette Vescovi[633], applaudì alla giustizia di quella pia rappresaglia. Non è da presumersi che in tale occasione mancassero molti de Prelati ortodossi, ma la tenuità del lor numero in paragone di quello degli antichi Concilj, ch'era stato due o anche tre volte maggiore, chiarissimamente indica la decadenza sì della Chiesa, che dello Stato. Mentre Giustiniano si dichiarava difensor della Fede, nutriva un'ambiziosa speranza, che il vittorioso suo Luogotenente fosse per estender ben presto gli angusti limiti del suo dominio a quello spazio che avevano, prima dell'invasione dei Mori e de' Vandali; e Belisario ebbe ordine di stabilir cinque Duchi o Comandanti, nei posti opportuni di Tripoli, di Leptis, di Cirta, di Cesarea e di Sardegna, e di calcolar la quantità di Palatini, o di guarnigioni di frontiera che potessero esser sufficienti alla difesa dell'Affrica. Il Regno de' Vandali meritò la presenza d'un Prefetto del Pretorio; e furon destinati quattro Consolari, e tre Presidenti per amministrar le sette Province, che si trovavan sotto la sua giurisdizione. Fu minutamente fissato il numero degli Ufiziali loro subordinati, de' ministri e de' messaggi o assistenti; trecento novantasei ne furono assegnati al Prefetto medesimo, cinquanta per ciascheduno de' suoi Vicari; e la rigorosa determinazione delle loro tasse e salari fu più atta a confermare il diritto, che ad impedir l'abuso di essi. Potevano questi Magistrati essere oppressivi, ma non eran oziosi: e si propagarono all'infinito le sottili questioni di Gius e di pubblica Economia sotto il nuovo Governo, che si proponeva di far risorgere la libertà e l'equità della Repubblica Romana. Il Conquistatore fu sollecito ad esigere un pronto e copioso sussidio dagli Affricani suoi sudditi, ed accordò loro il diritto di ripetere, anche nel terzo grado, e dalla linea collaterale, le case e le terre, delle quali erano state le loro Famiglie ingiustamente spogliate da' Vandali. Dopo la partenza di Belisario, che agiva in forza d'un'alta e special commissione, non fu fatto alcun ordinario provvedimento per un Capitan Generale delle Truppe: ma fu affidato l'ufizio di Prefetto del Pretorio ad un soldato; la potestà civile e militare s'unirono, secondo l'uso di Giustiniano, nel principal Governatore; e quello, che rappresentava l'Imperatore in Affrica ugualmente che in Italia, fu ben presto distinto col nome d'Esarca[634].

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Era per altro imperfetta la conquista dell'Affrica, finattantochè il precedente di lei Sovrano non fosse, o vivo o morto, caduto in poter de' Romani. Gelimero, dubbioso dell'evento, aveva segretamente ordinato che una parte del suo tesoro fosse trasportata in Ispagna dove sperava di trovare un sicuro asilo alla Corte del Re de' Visigoti. Ma si renderono vani questi disegni dal caso, dal tradimento e dalle istancabili ricerche de' suoi nemici, che impediron la fuga di esso dalla parte del mare, e cacciarono il disgraziato Monarca, con alcuni suoi fedeli seguaci, fino all'inaccessibil montagna di Papua[635], nell'interno della Numidia. Ei vi fu immediatamente assediato da Fara, Ufiziale di cui tanto più lodavasi la fede e la sobrietà, quanto erano tali qualità più rare fra gli Eruli, tribù la più corrotta di tutte le altre fra' Barbari. Belisario affidato aveva alla sua vigilanza quest'importante incarico; e dopo un ardito tentativo di scalar la montagna, nel quale perdè centodieci soldati, Fara aspettò l'effetto, che l'angustia e la fame, durante un assedio invernale, avrebbe operato nell'animo del Re Vandalo. Dall'uso de' più molli piaceri, e dall'illimitata dominazione sopra l'industria e la ricchezza, fu egli ridotto a partecipare della povertà de' Mori[636], che si rendea loro soffribile solo per l'ignoranza, in cui erano di una condizion più felice. Nelle rozze loro capanne di fango e di creta, che ritenevano il fumo, ed escludevan la luce, promiscuamente dormivano sul suolo, o al più sopra pelli di pecore, insieme con le loro mogli, co' figli e col bestiame. Le loro vesti eran sordide e scarse; non conoscevan l'uso del pane e del vino; e certe focacce d'avena o di orzo, che malamente si facevan cuocere nella cenere, si divoravano quasi crude dagli affamati selvaggi. A questi straordinari ed insoliti travagli doveva cedere la salute di Gelimero, qualunque si fosse la causa, per cui li soffriva; ma l'attual sua miseria veniva di più amareggiata dalla memoria della passata grandezza, dalla continua indolenza dei suoi protettori, e dal giusto timore, che i leggieri e venali Mori s'inducessero a tradire i diritti dell'ospitalità. La conoscenza della situazione di esso dettò l'umana ed amichevol lettera di Fara: «Pensate a voi medesimo (gli scrisse il Capo degli Eruli). Io sono un ignorante Barbaro; ma parlo il linguaggio del buon senso e dell'onestà. Volete voi persistere ad un'ostinazione senza speranza? Perchè volete voi rovinar voi medesimo, la vostra Famiglia e la vostra Nazione? Per amor della libertà e per abborrimento alla schiavitù? Oimè, carissimo Gelimero, non siete voi ora il peggior degli schiavi, lo schiavo della più vile Nazione de' Mori? Non sarebbe da scegliersi piuttosto di menare a Costantinopoli una vita di povertà e servitù, che di regnare da Monarca assoluto della montagna di Papua? Stimate voi una vergogna l'esser suddito di Giustiniano? Lo è Belisario, e noi medesimi, la nascita de' quali non è inferiore alla vostra, non ci vergogniamo di ubbidire all'Imperator Romano. Questo generoso Principe vi darà il possesso di ricche terre, un posto nel Senato, e la dignità di Patrizio: queste sono le sue graziose intenzioni, e voi potete con piena sicurezza contare sulla parola di Belisario. Finattantochè il Cielo ci condanna a soffrire, la pazienza è una virtù; ma se rigettiamo la liberazione, che ci offre, degenera in una cieca e stupida disperazione.» «Io conosco (replicò il Re de' Vandali) quanto è ragionevole e da amico il vostro consiglio. Ma non posso persuadermi a divenir lo schiavo d'un ingiusto nemico che ha meritato l'implacabile mio odio. Io non lo ho mai offeso nè in parole nè in fatti: pure ha mandato contro di me, non so da qual parte, un certo Belisario, che mi ha precipitato dal trono in questo abisso di miseria. Giustiniano è un uomo, ed è un Principe; non teme ancor egli un simil rovescio della fortuna? Io non posso scriver di più: il mio dolore mi opprime. Vi prego, mio caro Fara, di mandarmi una Lira[637], una spugna ed un pane.» Dal messaggio Vandalo seppe Fara i motivi di questa singolar domanda. Era gran tempo che il Re dell'Affrica non aveva gustato pane; aveva una flussione agli occhi, effetto della fatica e del continuo suo pianto; e desiderava di sollevar la malinconia cantando sulla Lira la trista istoria delle sue disgrazie. Fara si mosse a compassione, e gli mandò quegli straordinari tre doni; ma la stessa sua umanità l'indusse a raddoppiare la vigilanza delle guardie per poter più presto costringere il suo prigioniero ad abbracciare una risoluzione vantaggiosa in vero a' Romani, ma salutare anche a lui stesso. L'ostinazione di Gelimero cedè finalmente alla necessità ed alla ragione; furono ratificate in nome dell'Imperatore le solenni promesse di sicurezza e d'onorevole trattamento dall'ambasciatore di Belisario; ed il Re dei Vandali scese dalla montagna. Il primo pubblico incontro seguì in uno de' sobborghi di Cartagine; e quando il Reale schiavo si accostò al suo vincitore, proruppe in uno scroscio di risa. Il volgo potè naturalmente credere che l'estremo dolore avesse privato Gelimero di senno; ma in quel tristo stato l'inopportuna letizia insinuò a' più intelligenti osservatori, che le vane e transitorie scene dell'umana grandezza sono indegne d'una seria attenzione[638].

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Il disprezzo di esse fu tosto giustificato da un altro esempio d'una volgar verità, che l'adulazione seguita la potenza, e l'invidia il merito superiore. I Capi dell'esercito Romano ardirono di reputarsi rivali di un Eroe. Le lettere private maliziosamente riferivano che il Conquistatore dell'Affrica, sostenuto dalla propria sua fama e dall'amore del pubblico, aspirava a sedere sul trono de' Vandali. Giustiniano vi diede troppo facile orecchio, ed il suo silenzio fu effetto della gelosia, piuttosto che della confidenza. Fu in vero lasciata all'arbitrio di Belisario l'onorevole alternativa, o di restare nella Provincia o di tornare alla Capitale; ma egli saviamente dedusse dalle lettere intercettate, e dalla cognizione che aveva del carattere del suo Sovrano che bisognava ch'esso o rinunziasse la vita, o innalzasse la bandiera di ribellione, o confondesse con la sua presenza e sommissione i propri nemici. L'innocenza ed il coraggio gli dettaron la scelta; furon prestamente imbarcate le sue guardie, gli schiavi, e i tesori; e fu così prospera la navigazione, che il suo arrivo a Costantinopoli precedè qualunque certa notizia della sua partenza da Cartagine. Una lealtà così schietta allontanò le apprensioni di Giustiniano; l'invidia fu fatta tacere, e sempre più venne infiammata dalla pubblica gratitudine; ed il terzo Affricano ottenne gli onori del Trionfo, cerimonia, che la Città di Costantino non avea mai veduta, e che l'antica Roma, fin dal Regno di Tiberio, avea riservata per le armi felici de' Cesari[639]. La processione, partendo dal Palazzo di Belisario, si condusse per le principali strade fino all'Ippodromo; e questa memorabil giornata parve che vendicasse le ingiurie di Genserico; ed espiasse la vergogna de' Romani. Si posero in mostra la ricchezza delle Nazioni ed i trofei del lusso marziale o effemminato, vale a dire ricche armature, troni d'oro, ed i cocchj di parata, ch'erano stati d'uso della Regina de' Vandali; i massicci serviti del banchetto Reale, lo splendore delle pietre preziose, l'eleganti figure delle statue e dei vasi, il tesoro più effettivo dell'oro, ed i sacri arnesi del Tempio Giudaico che, dopo la lunga lor pellegrinazione, furono rispettosamente depositati nella Chiesa Cristiana di Gerusalemme. In una lunga serie i più nobili dei Vandali posero con ripugnanza in mostra l'alta loro statura, ed il viril portamento. Gelimero si avanzava con lentezza vestito di porpora, e tuttavia conservava la maestà di un Re. Non gli scappò dagli occhi una lacrima, non ne fu sentito un singhiozzo; ma l'orgoglio o la pietà del medesimo traeva una segreta consolazione da quelle parole di Salomone[640], ch'ei più volte pronunciò: Vanità, vanità, tutto è vanità! Invece di salir sopra un carro trionfale tirato da quattro cavalli o elefanti, il modesto Conquistatore andò a piedi alla testa dei suoi bravi commilitoni. Forse la sua prudenza evitar volle un onore troppo cospicuo per un suddito; e la sua magnanimità sdegnò forse giustamente quel che era stato sì spesso macchiato da' più vili tiranni. Entrò quella gloriosa processione nell'Ippodromo; fu salutata dalle acclamazioni del Senato e del Popolo, e fermossi avanti al Trono, su cui sedevano Giustiniano e Teodora per ricever gli omaggi del Monarca prigioniero e dell'Eroe vittorioso. Ambedue fecero la solita adorazione e prostrandosi al suolo rispettosamente toccaron il piano, dove posavano i piedi d'un Principe che non avea mai sguainata la spada, e d'una prostituta che ballato avea sul teatro: dovè usarsi qualche piacevol violenza per piegare il duro spirito del nipote di Genserico; e per quanto assuefatto fosse alla servitù, il genio di Belisario segretamente dovè ripugnare a tal atto. Esso fu immediatamente dichiarato Console per l'anno seguente, ed il giorno della sua inaugurazione fu simile ad un secondo trionfo; la sua sella curule fu portata sulle spalle da' Vandali schiavi, e furono profusamente sparse fra la plebe le spoglie della guerra, come coppe d'oro e ricche fibbie.

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Ma il premio più puro di Belisario consistè nella fedel esecuzione d'un trattato, per cui s'era impegnato il suo onore col Re de' Vandali. Gli scrupoli religiosi di Gelimero, ch'era attaccato all'eresìa Arriana, non erano conciliabili con la dignità di Senatore o di Patrizio; ma ei ricevè dall'Imperatore un ampio territorio nella Provincia di Galazia, dove il deposto Monarca si ritirò con la sua famiglia e con gli amici a vivere in pace abbondantemente, e forse anche contento[641]. Le figlie d'Ilderico furon trattate con quella rispettosa tenerezza, ch'era dovuta alla età, ed alla disgrazia di esse; e Giustiniano e Teodora accettaron l'onore di educare, e d'arricchire le discendenti del Gran Teodosio. I più prodi fra' giovani Vandali furon distribuiti in cinque Squadroni di cavalleria che adottarono il nome del loro benefattore, e nelle guerre Persiane sostennero la gloria de' loro antenati. Ma queste rare eccezioni, che furon il premio della nascita o del valore, sono insufficienti a spiegare il destino d'una Nazione il numero della quale, avanti una breve non sanguinosa guerra, montava a più di seicentomila persone. Dopo l'esilio del proprio Re e de' Nobili, la vile plebaglia avrà comprato la sua sicurezza con abiurare la sua religione ed il proprio carattere e linguaggio, e la degenerata di lei posterità si sarà appoco appoco mescolata con la comune turba de' sudditi Affricani. Pure, anche nel nostro secolo, e nel cuore delle tribù moresche, un curioso viaggiatore ha scoperto la carnagione bianca, ed i lunghi capelli biondi d'una razza settentrionale[642], ed anticamente fu creduto che i più arditi fra' Vandali fuggissero dal potere o anche dalla cognizione de' Romani per godere la solitaria lor libertà su' lidi dell'Oceano Atlantico[643]. L'Affrica che ne aveva formato l'Impero, divenne la loro prigione, non potendo essi avere speranza, e neppure alcun desiderio di tornare alle rive dell'Elba, dove i loro fratelli, d'un genio meno arrischioso, andavano sempre vagando per le native loro foreste. Per i codardi era impossibile di sormontare gli ostacoli d'incogniti mari, e di ostili Barbari; e per i valorosi era impossibile d'esporre la loro nudità e disfatta agli occhi de' loro Nazionali, di descrivere i regni che avevan perduti, e di chiedere una parte di quel tenue patrimonio, che, in un tempo più felice, avevano quasi di comune accordo rinunziato[644]. Nella Regione ch'è fra l'Elba, e l'Oder, vari popolati villaggi della Lusazia sono abitati da' Vandali: essi conservano ancora il proprio linguaggio, i loro costumi e la purità del lor sangue; soffrono con qualche impazienza il giogo Sassone o Prussiano, e servono con segreto volontario omaggio il discendente degli antichi lor Re, che nell'abito e nel presente suo stato si confonde col minimo de' suoi Vassalli[645]. Il nome e la situazione di questo infelice Popolo potrebbe indicare la loro discendenza da un comune stipite con i conquistatori dell'Affrica: ma l'uso di un dialetto Slavo più chiaramente gli rappresenta come l'ultimo residuo delle nuove colonie, che successero ai veri Vandali, già dispersi o distrutti al tempo di Procopio[646].