Io bramerei di credere, ma non ardirei affermare che Belisario sinceramente si rallegrasse de' trionfi di Narsete. Nondimeno la consapevolezza delle sue proprie imprese poteva insegnargli a stimare senza gelosia il merito di un rivale; ed il riposo del provetto guerriero fu coronato da un'ultima vittoria che salvò l'Imperatore e la capitale. I Barbari che ogni anno visitavano le province dell'Europa, erano meno disanimati da qualche accidentale sconfitta, che eccitati dalla doppia speranza di saccheggiare o di riscuoter sussidj. Nell'inverno vigesimo secondo del regno di Giustiniano, il Danubio gelò molto profondamente. Zabergan prese a condurre la cavalleria dei Bulgari, ed il suo stendardo fu seguito da una promiscua moltitudine di Schiavoni. Il selvaggio Comandante passò, senza trovar contrasto, il fiume ed i monti, sparse le sue truppe sopra la Macedonia e la Tracia, e si avanzò con non più di settemila cavalli sino alle lunghe mura che dovevan difendere il territorio di Costantinopoli. Ma le opere dell'uomo sono impotenti contro gli assalti della natura; un recente terremoto aveva crollato le fondamenta della muraglia; e le forze dell'Impero stavano impiegate sulle distanti frontiere dell'Italia, dell'Affrica e della Persia. Le sette scuole[161] o compagnie delle guardie o truppe domestiche erano cresciute fino al numero di cinquemila cinquecento uomini, che avevano le pacifiche città dell'Asia per ordinaria loro stazione. Ma in luogo dei prodi Armeni, incaricati di questo servizio, a poco a poco si eran posti cittadini infingardi, che compravano di tal guisa un'esenzione dai doveri della vita civile, senza essere esposti ai pericoli della milizia. In mezzo a tali soldati, pochi eran quelli che avessero il cuore di sortir dalle porte; nè alcuno di loro poteva indursi a rimanere in campo, a meno che mancasse di forze e di agilità per fuggire dai Bulgari. Le riferte dei fuggitivi esagerarono il numero e la ferocia di un nemico, che avea stuprato le vergini sacre, ed abbandonati i fanciulletti alla voracità dei cani e degli avoltoj. Una flotta di contadini, imploranti cibo e difesa, aumentava la costernazione della città, e le tende di Zabergan erano piantate in distanza di venti miglia[162] sulle rive di un fiumicello che circonda Melanzia, e quindi cade nella Propontide. Giustiniano fu sbigottito; e quelli che non avevan veduto[163] l'Imperatore, se non nei vecchi suoi anni, si compiacquero in supporre che egli avesse perduto l'alacrità ed il vigore della sua giovinezza. Per comandamento di lui, si levarono i vasi d'oro e d'argento ch'erano nelle chiese dei dintorni, ed anche dei sobborghi di Costantinopoli: di tremanti spettatori erano coperti i bastioni; la porta aurea era affollata di inutili generali e di tribuni; ed il Senato dividea colle plebe le fatiche ed i timori.

Ma gli occhi del Principe e del Popolo stavan volti sopra un Veterano indebolito dagli anni, il quale dal pubblico pericolo fu costretto a ripigliar l'armatura con cui era entrato in Cartagine ed aveva difeso Roma. Si raccolsero in fretta i cavalli delle stalle reali, de' cittadini privati, ed anche del Circo; il nome di Belisario risvegliò l'emulazione dei vecchi e dei giovani; ed il primo suo accampamento fu stabilito in faccia ad un vittorioso nemico. La prudenza del Generale, ed il lavoro de' fidi paesani, assicurò il riposo della notte, mediante un fosso ed una trinciera. Artificiosamente s'immaginarono innumerabili fuochi e nubi di polvere per magnificare l'opinione della sua forza: i suoi soldati immantinente passarono dalla sfidanza alla presunzione; e mentre diecimila voci chiedevano la battaglia, Belisario ben si astenne dal mostrare che nell'ora del cimento egli sapeva di non poter far conto che sulla fermezza di trecento Veterani. Il mattino seguente, la cavalleria de' Bulgari mosse allo scontro. Ma essi udirono i clamori della moltitudine, videro le armi e la disciplina che presentava la fronte dell'esercito; furono assaliti sui fianchi da due corpi, posti in aguato nei boschi: i loro guerrieri che primi si fecero innanzi, caddero sotto i colpi dell'attempato Eroe e delle sue guardie; e la rapidità delle loro evoluzioni fu resa inutile dallo stretto attacco e dal ratto inseguir dei Romani. In questa azione i Bulgari non perdettero più di quattrocento cavalli, così frettolosamente si diedero a fuggire; ma Costantinopoli fu salva, e Zabergan, il quale sentì la mano di un maestro di guerra, si tenne in una rispettosa distanza. Numerosi però erano i suoi amici nei consiglj dell'Imperatore, e Belisario obbedì con repugnanza agli ordini dell'invidia e di Giustiniano che gli vietarono di compiere la liberazione del suo Paese. Nel ritorno ch'egli fece nella capitale, il Popolo, consapevole ancora del pericolo corso, accompagnò il suo trionfo con acclamazioni di gioja e di gratitudine, che furono imputate come delitto al General vittorioso. Ma quando egli entrò nel palazzo, taciturni stettero i Cortigiani, e l'Imperatore, dopo un freddo abbraccio e senza ringraziarlo, lo rimandò a confondersi colla turba degli schiavi. Sì profonda fu l'impressione che fece la gloria dell'eroe sopra gli animi, che Giustiniano, nel settantesimo settimo anno della sua età, si lasciò indurre ad inoltrarsi quaranta miglia fuor della capitale, per esaminare in persona le riparazioni delle lunghe mura. I Bulgari perderono la state nelle pianure della Tracia; ma la cattiva riuscita dei baldanzosi lor tentativi contro la Grecia ed il Chersoneso, dispose alla pace il loro animo. La minaccia che fecero di scannare i prigionieri che avevano in mano, accelerò il pagamento dei grossi riscatti che ricercarono; e la partenza di Zabergan fu affrettata dalla voce sparsa che si fabbricavano sul Danubio dei vascelli a due ponti per tagliargli fuori il passaggio. Dimenticato venne ben presto il pericolo; e la vana questione se l'Imperatore avesse mostrato più senno o più debolezza, servì a divertire gli oziosi della Capitale[164].

A. D. 561

Circa due anni dopo l'ultima vittoria di Belisario, l'Imperatore ritornò da un viaggio fatto in Tracia per salute, per affari, o per divozione. Giustiniano si dolse di un mal di testa; e lo studio con cui non si lasciava entrar alcuno da lui, accreditò il grido che fosse morto. Prima dell'ora terza del giorno, s'era portato via tutto il pane dalle botteghe de' fornaj, chiuse erano le case, ed ogni cittadino, preso da terrore o da speranza, si apparecchiava ad un sovrastante tumulto. I Senatori stessi, impauriti e sospettosi, si radunarono all'ora nona; ed il Prefetto ricevè da essi l'ordine di visitare tutti i quartieri della città e di bandire una illuminazione generale pel ristabilimento della salute di Giustiniano. Si tranquillò il fermento; ma ogni accidente metteva in chiaro l'impotenza del Governo, e la faziosa indole del Popolo. Le guardie erano pronte ad ammutinarsi ogni volta che si cangiavano di quartiere o che sospesa veniva la paga: le frequenti calamità degli incendj e dei terremoti porgevano opportunità di disordini: le contese degli Azzurri e dei Verdi, degli Ortodossi e degli Eretici degenerarono in sanguinose battaglie; ed il Principe dovè arrossire per se stesso e pei suoi sudditi in presenza dell'ambasciatore Persiano. I capricciosi perdoni e gli arbitrarj castighi amareggiarono il disgusto e la noja di un lungo Regno: si tramò una cospirazione dentro il palazzo; e se i nomi di Marcello e di Sergio non ci inducono in errore, i più virtuosi ed i più dissoluti fra i Cortigiani intinsero egualmente nella stessa congiura. Stabilito era il tempo di mandarla ad effetto; mediante il loro grado essi avevano accesso alla mensa reale, ed i loro schiavi neri[165] erano collocati nel vestibolo e nei portici per annunziare la morte del Tiranno, ed eccitare una sedizione nella Capitale. Ma l'indiscrezione di un complice salvò i miseri avanzi dei giorni di Giustiniano. Scoperti furono i cospiratori ed arrestati coi pugnali nascosti sotto le vesti. Marcello si uccise di propria mano, e Sergio fu tratto a forza dal Santuario[166]. Stimolato dal rimorso, ovvero adescato dalla speranza di salvarsi, egli accusò due ufficiali della casa di Belisario; e la tortura gli trasse a dichiarare che eransi condotti a norma delle segrete istruzioni del loro Signore[167]. La posterità non crederà facilmente che un Eroe, il quale, nel vigore degli anni, aveva disdegnato le più lusinghiere offerte dell'ambizione e della vendetta, abbia divisato l'assassinio del suo Principe, quando non poteva più sperare di sopravvivergli a lungo. I suoi seguaci si affrettarono a fuggire; ma, quanto a lui, gli sarebbe toccato di sostener la fuga colla ribellione, e vissuto egli era abbastanza per la natura e per la gloria. Belisario comparve innanzi al consiglio, meno in atto di timido che di sdegnato: dopo quarant'anni di servizio, l'Imperatore lo aveva anticipatamente giudicato colpevole; e l'ingiustizia era santificata dalla presenza e dall'autorità del Patriarca. La vita di Belisario graziosamente fu risparmiata; ma si sequestrarono tutti i suoi beni, e dal dicembre al luglio egli fu custodito qual prigioniero nel suo proprio palazzo. Al fine la sua innocenza venne all'aperto; gli si restituirono la libertà e gli onori; e la morte, accelerata forse dal cruccio e dal cordoglio, lo tolse dal mondo, otto mesi circa, poscia che fu liberato. Il nome di Belisario non potrà morire giammai: ma in luogo delle esequie, de' monumenti e delle statue, così giustamente dovute alla sua memoria, si legge negli Istorici che i suoi tesori, spoglie dei Goti e dei Vandali, furono immediatamente confiscate a profitto dell'Imperatore. Qualche onesta porzione però ne fu lasciata per l'uso della sua vedova. Siccome Antonina aveva molto di che pentirsi, ella consacrò gli ultimi avanzi della sua vita e delle sue sostanze alla fondazione di un monastero. Tale è il semplice e veritiero racconto della caduta di Belisario e dell'ingratitudine di Giustiniano[168]. Finzione di posteriori tempi[169] è quella, ch'egli venisse accecato, e ridotto dall'invidia ad accattare il pane, esclamando. «Date un obolo al General Belisario». Ma questa favola ha ottenuto credito, o per meglio dire favore, quale strano esempio delle vicissitudini della fortuna[170].

Se l'Imperatore potè rallegrarsi per la morte di Belisario, egli non godè questa abbietta soddisfazione, che per lo spazio di otto mesi, ultimo periodo di un regno di trent'otto anni, e di una vita di ottanta tre. Sarebbe difficile delineare il carattere di un Principe, il quale non è il più cospicuo oggetto de' proprj suoi tempi: ma le confessioni di un nemico si possono ricevere come la migliore testimonianza delle sue virtù. La rassomiglianza di Giustiniano col busto di Domiziano[171] viene maliziosamente avvertita da Procopio; il quale riconosce però ch'egli era ben proporzionato della persona, rubicondo di carnagione, e piacevole nell'aspetto. L'Imperatore era accostevole, paziente nell'ascoltare, cortese ed affabile nel discorrere, e padrone delle fiere passioni che imperversano con sì distruttiva violenza nel petto di un despota. Procopio ne loda il temperamento, per poterlo rimproverare di una placida e deliberata tranquillità; ma nelle cospirazioni che attaccarono l'autorità e la persona di Giustiniano, un giudice di miglior fede approverebbe la giustizia od ammirerebbe la clemenza dell'Imperatore. Incomparabile egli mostrasi nelle virtù private della castità e della temperanza; ma un imparziale amore della bellezza sarebbe riuscito meno pregiudizioso, che non la conjugale sua tenerezza per Teodora; e l'austero suo governo di vita era regolato dalla superstizione di un monaco, non dalla prudenza di un filosofo. Brevi e frugali erano i suoi pasti: nei digiuni solenni, egli si contentava di acqua e di erbaggi; e tale era la sua robustezza, egualmente che il suo fervore, che spesso egli passava due giorni ed altrettante notti senza gustare alcun cibo. Non meno rigorosa era la misura del suo dormire: dopo un riposo di solo un'ora, il corpo era svegliato dall'animo, e con maraviglia de' suoi ciamberlani Giustiniano vegliava, o studiava sino allo spuntare del giorno. Un'applicazione così indefessa gli raddoppiava il tempo da spendere nell'imparare[172] e nello spedire faccende; e si può seriamente dargli rimprovero che confondesse l'ordine generale della sua amministrazione a forza di minuta diligenza fuori di luogo. L'Imperatore si reputava musico ed architetto, poeta e filosofo, legista e teologo; e se gli riuscì male l'impresa di riconciliare le Sette cristiane, la riforma della giurisprudenza Romana resta qual nobile monumento del suo ingegno e della sua industria. Nel governo dell'Impero, egli comparve meno saggio o meno felice: pieni di sventure furono i tempi; il popolo giacque oppresso e malcontento; Teodora abusò del suo potere; una sequela di cattivi ministri fece torto al giudizio dell'Imperatore, e Giustiniano non fu amato in vita, nè compianto dopo morte. Profonde radici avea messo nel suo cuore l'amor della fama, ma egli cedeva alla meschina ambizione dei titoli, degli onori, e della lode contemporanea, e mentre si adoperava a cattivarsi l'ammirazione de' Romani, egli ne perdè la stima e l'affetto. Il divisamento della guerra di Affrica e d'Italia fu concepito ed eseguito con ardire, e la perspicacia di Giustiniano scoprì l'abilità di Belisario nel Campo, e di Narsete nel palazzo. Ma ecclissato è il nome dell'Imperatore dal nome de' vittoriosi suoi Capitani, e Belisario vive mai sempre per accusare l'invidia e l'ingratitudine del suo sovrano. Il parziale favore degli uomini applaudisce il genio del conquistatore, che guida e regge i suoi sudditi nell'esercizio delle armi. I caratteri di Filippo secondo e di Giustiniano si contraddistinguono per quella fredda ambizione che si compiace nella guerra, e scansa i pericoli del Campo. Tuttavia una statua colossale di bronzo rappresentava l'Imperatore a cavallo, in atto di muovere contro i Persiani, nelle vesti e nelle armi di Achille. Nella gran piazza davanti alla chiesa di Santa Sofia, sorgeva questo monumento sopra una colonna di bronzo, sostenuta da un marmoreo piedistallo di sette gradini: e la colonna di Teodosio, che pesava settemila quattrocento libbre di argento, fu tolta via dallo stesso luogo per effetto dell'avarizia e della vanità di Giustiniano. I Principi, suoi successori, si mostrarono più giusti o più indulgenti per la sua memoria. Andronico il Vecchio, nel principio del secolo decimoquarto restaurò ed abbellì quella statua equestre: dopo la caduta dell'Impero, i Turchi vittoriosi la fusero per farne cannoni[173].

Io chiuderò questo capitolo con un cenno sopra le comete, i tremuoti e la peste che atterrirono od afflissero il secolo di Giustiniano.

A. D. 531-539

I. Nel quinto anno del suo Regno, e nel mese di settembre, fu veduta per venti giorni, nella parte occidentale del Cielo, una cometa,[174], che vibrava i suoi raggi verso settentrione. Otto anni dopo, mentre il Sole era nel segno del Capricorno, apparve un'altra cometa nel Sagittario: a poco a poco ne cresceva la mole; il capo era nell'Oriente, la coda nell'Occidente ed essa restò visibile per più di quaranta giorni. Le nazioni che le riguardavano stupefatte, attendevano guerre e disastri dalla infausta loro influenza, e questa aspettativa fu largamente adempiuta. Gli Astronomi dissimularono la loro ignoranza intorno la natura di queste risplendenti stelle, che affettavano di rappresentare quai meteore ondeggianti per l'aria; e pochi fra loro si accostavano alla semplice idea di Seneca e de' Caldei ch'esse non sieno che pianeti distinti dagli altri per un più lungo periodo ed un moto più eccentrico[175].

Il tempo e la scienza hanno giustificato le congetture e le predizioni del filosofo Romano, il telescopio ha aperto nuovi Mondi agli occhi degli Astronomi[176], e nel ristretto spazio che ci offrono l'istoria e la favola, si è già trovato che una stessa cometa si è mostrata sette volte alla terra, in sette eguali rivoluzioni di cinquecento e settantacinque anni, ciascuna. La prima[177] che risale a mille settecento e sessantasette anni di là dall'era Cristiana, fu contemporanea di Ogige padre dell'antichità greca. E questa sua comparsa spiega la tradizione, da Varrone serbataci, che sotto il Regno di Ogige il pianeta Venere cangiò di colore, di grandezza, di figura e di corso; prodigio senza esempio, sì nelle antecedenti che nelle susseguenti età[178]. La favola di Elettra, settima delle Pleiadi, le quali furono ridotte a sei dopo il tempo della guerra Trojana, indica oscuramente la seconda venuta che seguì nell'anno mille cento e novantatre. La Ninfa Elettra, moglie di Dardano, non ebbe l'animo di sostenere la rovina della sua patria, essa abbandonò le danze delle sue celesti sorelle, fuggì dal Zodiaco al Polo settentrionale, ed ottenne, colle scarmigliate sue chiome, il nome della Cometa. Il terzo periodo cade nell'anno seicento e diciotto, data che esattamente concorda colla tremenda cometa della Sibilla, e forse di Plinio, la quale levossi nell'Occidente, due generazioni prima del Regno di Ciro. La quarta apparizione, successa quaranta quattr'anni prima della nascita di Cristo, è di tutte le altre la più splendida e la più importante. Dopo la morte di Cesare, un astro lungo-chiomato trasse gli occhi di Roma e delle nazioni, durante i giuochi dati dal giovane Ottaviano in onore di Venere e del suo zio. L'opinione volgare ch'esso trasportasse al Cielo la divina anima del Dittatore, fu accarezzata e consacrata dalla pietà del politico Ottaviano: nel mentre che la segreta sua superstizione riferiva la cometa alla gloria de' proprj suoi tempi[179]. Si è già accennato che la quinta visita accadde nel quinto anno di Giustiniano, il quale coincide coll'anno cinquecentotrentuno dell'era Cristiana. E degno è di ricordo che in questa, come nella precedente apparizione, la cometa fu seguitata, sebbene con più lungo intervallo, da un'osservabile pallidezza del Sole. Il sesto ritorno, intervenuto nell'anno mille cento e sei, vien rammentato dalle cronache dell'Europa e della China; e nel primo fervore delle Crociate, i Cristiani ed i Maomettani poterono con egual ragione immaginarsi ch'essa pronosticasse la distruzione degli Infedeli. Il settimo fenomeno, che porta la data del mille seicento e ottanta, si presentò agli occhi di un secolo illuminato[180]. La filosofia di Bayle, dissipò il pregiudizio, cui la Musa di Milton aveva così recentemente adornato, che la cometa dalle orride sue chiome scuote la pestilenza e la guerra[181]. La strada tenuta da questa cometa nel Cielo, venne osservata con singolare e dottissima diligenza da Hamstead e da Cassini. E la scienza matematica di Bernoulli, di Newton e di Halley investigarono le leggi delle sue rivoluzioni. Quando avverrà l'ottavo periodo, nell'anno duemila duecento cinquantacinque, i loro calcoli saranno forse verificati dagli Astronomi di qualche Capitale, innalzata dove ora si stendono i deserti della Siberia o dell'America.