Uno Spartano avrebbe lodato e compianto la virtù di questi eroi schiavi: ma le tediose ostilità e gli alterni successi delle armi romane o persiane non possono trattenere l'attenzione della posterità ai piedi del monte Caucaso. Più frequenti e più splendidi vantaggi riportarono le truppe di Giustiniano; ma le forze del Gran Re del continuo crescevano, finchè montarono ad otto elefanti, ed a settantamila uomini, compresovi dodicimila alleati Sciti, e più di tremila Dilemiti, che per propria scelta discesero dalle rupi dell'Ircania, ed egualmente formidabili si mostravano nel combatter da lungi o da presso. I Persiani levarono, con qualche perdita e precipitazione, l'assedio di Archeopoli, nome imposto dai Greci, ovvero da essi corrotto; ma occuparono i passi dell'Iberia e signoreggiarono tutto il Colco coi forti e coi presidj loro: essi divorarono gli scarsi viveri del popolo; ed il Principe de' Lazi fuggì nel mezzo dei monti. La fede e la disciplina erano incogniti nomi nel campo romano; e gl'indipendenti condottieri, investiti di ugual potere, si contendevano fra loro la preminenza del vizio e della corruzione. I Persiani obbedivano, senza muovere accento, ai comandi di un solo Capo, il quale implicitamente si atteneva alle istruzioni del loro supremo Signore. Segnalato era il loro Generale tra gli eroi dell'Oriente per la sua sapienza in consiglio, ed il suo valore nel campo. L'attempata età di Mermeroe, la stroppiatura de' suoi piedi scemar non poterono l'attività del suo spirito, od anche del suo corpo; e nell'atto che lo portavano in lettiga sulla fronte della battaglia, terrore egli inspirava al nemico, e giusta fidanza alle truppe che sempre erano fortunate sotto le sue bandiere. Dopo la morte di lui, il comando passò a Nacoragan, satrapa orgoglioso, il quale in una conferenza coi Capitani imperiali, giunse alla baldanza di dichiarare ch'egli disponeva della vittoria come dell'anello che portava nel dito. Un presumer siffatto fu la natural cagione ed il precursore di una vergognosa sconfitta. I Romani a poco a poco erano stati respinti sino al lido del mare; e l'ultimo lor campo, posto sulle rovine della colonia greca del Fasi, era difeso per ogni verso da forti trincee, dal fiume, dall'Eussino e da una quantità di galere. La disperazione unì i consiglj, e rinvigorì le armi loro: essi fecero fronte all'assalto dei Persiani; e la fuga di Nacoragan precedè o seguì la strage di diecimila de' suoi più valorosi soldati. Egli fuggì dai Romani per cader negli artigli di un Sovrano non avvezzo a perdonare, il quale severamente punì l'errore della propria sua scelta. Lo sventurato Generale fu scorticato vivo, e la sua pelle imbottita e foggiata a forma umana fu esposta sulla cima di un monte, qual tremendo avviso per quelli a' quali la fama e la fortuna della Persia venissero di quindi innanzi affidate[86]. Con tutto ciò la prudenza di Cosroe insensibilmente cessò dal continuare la guerra colchica, giustamente persuaso esser impossibil cosa il soggiogare o per meno il tenere nell'obbedienza una lontana contrada, in opposizione ai desiderj ed agli sforzi degli abitatori di essa. La fedeltà di Gubaze sostenne il più rigoroso cimento. Con pazienza egli sopportò i travagli di una vita selvaggia, e con disdegno rigettò gli speciosi allettativi della Corte persiana. Il Re dei Lazi era stato educato nella religione cristiana; la sua madre era figlia di un Senatore; durante la sua giovinezza egli avea servito per dieci anni in qualità di silenziario nella Reggia di Bisanzio[87], e gli arretrati di un non pagato stipendio erano per lui un motivo di fedeltà nel tempo stesso e di lagnanza. Ma il lungo durar de' suoi mali gli trasse finalmente di bocca un ignuda esposizione del vero; ed il vero era un'accusa da non perdonarsi contro i Luogotenenti di Giustiniano, i quali, in mezzo agli indugi di una rovinosa guerra avevano risparmiato i nemici, e calpestato gli alleati del loro Sovrano. Le maligne riferte loro posero nell'animo all'Imperatore che il suo vassallo meditasse di mancargli una seconda volta di fede: si sorprese un ordine di mandarlo prigioniero a Costantinopoli, e s'inserì una proditoria clausola ch'egli potesse legittimamente essere ucciso in caso di resistenza; laonde Gubaze, senz'armi e senza sospetti di pericolo, fu trucidato nella sicurezza di un abboccamento amichevole. Nei primi momenti dello sdegno e della disperazione, i Colchi avrebbero sacrificato la patria e la religione loro al piacere di conseguire vendetta. Ma l'autorità ed eloquenza dei pochi più saggi ottenne una salutar dilazione: la vittoria del Fasi ristabilì il terrore delle armi romane, e l'Imperatore si recò a premura di assolvere il proprio nome dall'imputazione di un sì nero assassinio. Ad un giudice di grado senatorio fu commesso di far indagini intorno alla condotta ed alla morte del Re dei Lazi. Egli salì sopra un tribunal maestoso, circondato dai ministri della giustizia e del punimento: al cospetto delle due nazioni si piatì questa straordinaria causa secondo le forme della Giurisprudenza civile, ed un popolo oltraggiato ottenne qualche soddisfazione, mediante la sentenza ed il supplizio dei delinquenti inferiori[88].

A. D. 540-561

In tempo di pace, il Re di Persia continuamente cercava i pretesti di una rottura, ma non così tosto aveva dato di piglio alle armi, che manifestava il suo desiderio di un sicuro ed onorevole accordo. Mentre le ostilità più infierivano, i due Monarchi mantenevano ingannevoli pratiche fra loro; e tale era la superiorità di Cosroe, che trattando egli con insolenza e disprezzo gli Oratori romani, otteneva i più grandi ed insoliti onori pe' suoi ministri alla Corte imperiale. Il successore di Ciro assumeva la Maestà del Sole orientale, e graziosamente permetteva che il suo minor fratello Giustiniano regnasse sopra l'Occidente, col pallido e riflesso splendor della Luna. Questo gigantesco stile era sostenuto dalla pompa ed eloquenza di Isdiguno, ciamberlano reale. La moglie e le figlie lo accompagnavano con numeroso seguito di Eunuchi e di Cammelli; si scorgevano due Satrapi con aurei diademi nel numero de' suoi seguaci: cinquecento soldati a cavallo, i più valorosi fra i Persiani, gli servivan di guardia; ed il Governatore romano di Dara saviamente ricusò di ammettere nella città più di venti individui di questa marziale ed ostil carovana. Poscia che Isdiguno ebbe salutato l'Imperatore ed offerto i suoi doni, passò dieci mesi in Costantinopoli senza discutere alcun serio affare. In luogo di esser confinato nel suo palazzo, e ricevervi il cibo e l'acqua dalle mani de' suoi custodi, l'Ambasciatore persiano, senza spie e senza guardie, ebbe permissione di girar per la capitale; e la libertà di parlare e di trafficare che i suoi serventi godevano, offendeva i pregiudizj di un secolo che rigorosamente senza confidenza e senza cortesia praticava la legge delle nazioni[89]. Per un'indulgenza senza esempio il suo interprete, il quale era nella classe dei servi ed al di sotto degli sguardi di un magistrato romano, sedeva alla mensa di Giustiniano al fianco del suo signore, e si assegnarono mille libbre d'oro per la spesa del viaggio e pel mantenimento di questo pomposo Ambasciatore. Nondimeno le iterate cure di Isdiguno, non condussero che una parziale ed imperfetta tregua, sempre comprata coi tesori e rinnovata a preghiere della Corte di Bisanzio. Trascorsero molti anni d'inutile desolazione, prima che Giustiniano e Cosroe fossero astretti, dalla mutua stanchezza, a consultare il riposo dell'età loro che tramontava. Si tenne una conferenza sulle frontiere, in cui ambedue le parti, senza aspettarsi d'esser creduto, vantarono la potenza, la giustizia e le pacifiche intenzioni dei rispettivi loro Sovrani; ma la necessità e l'interesse dettarono il trattato di pace, che fu conchiuso per un termine di cinquant'anni. Esso diligentemente fu composto in lingua greca e persiana, ed i sigilli di dodici interpreti ne attestarono l'autenticità. Si stabilì e si definì la libertà del traffico e della religione; gli alleati dell'Imperatore e quelli del Gran Re furono chiamati a parte degli stessi benefizj e doveri; e si pigliarono le più scrupolose precauzioni onde prevenire e determinare le dispute accidentali, che potessero insorgere sui confini delle due nazioni nemiche. Dopo vent'anni di guerra distruttiva, ma debolmente spinta, i limiti rimasero quali erano prima; e Cosroe s'indusse a rinunziare le sue pericolose pretensioni al possesso od alla sovranità della Colchide e degli Stati che ne dipendevano. Ricco per gli accumulati tesori dell'Oriente, egli trasse ancora dai Romani un annuo pagamento di trentamila monete d'oro; e la picciolezza della somma lasciava scorgere il disonor di un tributo in tutta la sua nuda laidezza. In un dibattimento anteriore, uno dei ministri di Giustiniano, rammentando il carro di Sesostri e la ruota della fortuna, fece avvertire che la presa d'Antiochia e di alcune città della Siria aveva esaltato oltre misura il vano ed ambizioso animo dei Barbari. «T'inganni, replicò il modesto Persiano: il Re dei Re, il Signore degli uomini guarda con disprezzo così miseri acquisti; e delle dieci nazioni, domate dalle invincibili armi, egli considera i Romani come i men formidabili[90]». Secondo gli Orientali, l'impero di Nushirvan si estendeva da Fergana nella Transoxiana, sino all'Yemen, o l'Arabia felice. Egli soggiogò i ribelli dell'Ircania, conquistò le province di Cabul e di Zadlestan sulle rive dell'Indo, ruppe la potenza degli Eutaliti, terminò con onorevole accordo la guerra de' Turchi, ed ammise la figlia del Gran Cane nel numero delle sue legittime mogli. Vittorioso e rispettato fra i Principi dell'Asia, egli dava udienza nella sua Reggia di Madain o Ctesifonte, agli Ambasciatori del mondo. I loro doni o tributi, di armi, di ricche vesti, di gemme, di schiavi e di aromi, umilmente venivano deposti al piè del suo trono; ed egli condiscendeva ad accettare dal Re dell'Indie dieci quintali di legno d'aloe, una fanciulla alta sette cubiti ed un tappeto più soffice della seta, formato, come essi narrano, colla pelle di uno straordinario serpente[91].

A. D. 521

Si è rimproverata a Giustiniano l'alleanza da lui stretta cogli Etiopi, come se tentato egli avesse d'introdurre un popolo di Negri selvaggi nel sistema della società incivilita. Ma gli amici del romano Impero, gli Axumiti ed Abissini, si debbono sempre distinguere dai nativi originali dell'Affrica[92]. La mano della natura ha schiacciato il naso dei Negri, ha coperto di crespa lana il lor capo, e colorato la lor pelle d'inerente e indelebil nerezza. Ma la carnagione olivastra degli Abissini, la chioma, le forme e le fattezze loro, distintamente in essi dimostrano una colonia di Arabi; e questa discendenza vien confermata dalla rassomiglianza della lingua e dei costumi, dalla memoria di un'antica emigrazione, e dal piccolo intervallo che corre tra gli opposti lidi del Mar Rosso. Il Cristianesimo avea sollevato quella nazione sopra il livello della barbarie affricana[93]: le relazioni loro coll'Egitto e coi successori di Costantino[94] avean fatto passare nel lor paese i rudimenti delle arti e delle scienze. Trafficavano i lor vassalli coll'isola di Ceilan[95], e sette regni obbedivano al Nego o Principe supremo dell'Abissinia. L'indipendenza degli Omeriti che regnavano nella ricca e felice Arabia, fu per la prima volta violata da un conquistatore etiope: egli traeva il suo ereditario diritto dalla Regina di Sheba[96], ed il religioso zelo santificava la sua ambizione. Gli Ebrei, potenti ed attivi nell'esilio, avevano sedotto l'animo di Dunaan, Principe degli Omeriti. Essi lo spinsero a far rappresaglia della persecuzione che le leggi imperiali esercitavano contra i loro sventurati fratelli: alcuni mercatanti romani furono oltraggiosamente trattati, e parecchi Cristiani di Negra[97] ottennero gli onori e la corona del martirio[98]. Le chiese dell'Arabia implorarono la protezione del Monarca Abissino. Il Nego passò il Mar Rosso con una flotta ed un esercito, privò il Proselito giudaico del regno e della vita, ed estinse una stirpe di principi che avea governato per più di duemila anni la segregata regione della mirra e dell'incenso. Il Conquistatore immediatamente annunziò la vittoria del Vangelo: egli domandò un Patriarca ortodosso, e così caldamente si mostrò amico del romano Impero, che Giustiniano fa allettato dalla speranza di condurre il commercio della seta pel canale dell'Abissinia, e di suscitare le forze dell'Arabia contro il Re persiano. Nonnoso, discendente da una famiglia di ambasciatori, fu nominato dall'Imperatore ad eseguire questa importante commissione. Giudiziosamente egli evitò la più breve, ma più pericolosa strada attraverso gli arenosi deserti della Nubia; salì contro il corso del Nilo, s'imbarcò sul Mar Rosso, ed approdò sano e salvo nel porto affricano di Aduli. Da Aduli alla reale città di Axuma non si stendono più di cinquanta leghe in linea retta; ma i giri e rigiri dei monti ritennero per quindici giorni l'ambasciatore; e nel passare ch'egli fece per le foreste, vide una quantità di elefanti selvaggi, che stimò ascendere a forse cinquemila. Vasta e popolosa, secondo ch'ei narra, era la capitale, ed il villaggio di Axuma è cospicuo tuttora per l'incoronazione dei Re, per le rovine di un tempio cristiano, e per sedici o diciassette obelischi che portano iscrizioni greche[99]. Ma il Nego gli diede udienza in campo aperto. Sedeva egli sopra un altero carro, tratto da quattro elefanti, magnificamente guerniti: una corona di nobili e di musici gli stava all'intorno. Vestito era di panni lini, con berretta sul capo, e teneva in mano due giavellotti ed un piccolo scudo; e quantunque la sua nudità fosse imperfettamente coperta, egli sfoggiava la barbarica pompa di auree catene, di monili e di armille, riccamente adornate di perle e di pietre preziose. L'Oratore di Giustiniano piegò a terra i ginocchi; il Nego lo rialzò dal suolo, abbracciò Nonnoso, baciò il sigillo, lesse la lettera, accettò l'alleanza romana, e brandendo le sue armi, intimò guerra implacabile contro gli adoratori del fuoco. Ma la proposizione intorno al commercio della seta non andò al segno, e malgrado le proteste, e forse i desiderii degli Abissini, le minacce ostili si dileguarono senza verun effetto. Gli Omeriti non eran punto vogliosi di togliersi dagli aromatici loro boschetti, per valicare un sabbioso deserto, ed incontrar dopo tante fatiche una formidabil nazione da cui non avevan mai ricevuto alcuna personale offesa. Invece di estendere le sue conquiste, il Re di Etiopia non fu abile a difendere i suoi possessi. Abrahah, schiavo d'un mercante romano stabilito in Aduli, si appropriò lo scettro degli Omeriti; le truppe dell'Affrica restarono sedotte dalle delizie del clima; e Giustiniano richiese l'amicizia dell'Usurpatore, il quale onorò, con un tenue tributo, la supremazia del suo Principe. Dopo una lunga serie di prosperità, la potenza di Abrahah andò sossopra innanzi alle porte di Mecca; il Conquistatore persiano spogliò del retaggio i suoi figli, e gli Etiopi furono finalmente cacciati dal continente dell'Asia. Questo racconto di avvenimenti oscuri e remoti non è straniero al declino ed alla caduta del romano Impero. Se la potenza cristiana si fosse mantenuta nell'Arabia, Maometto sarebbe stato spento nella sua culla, e l'Abissinia avrebbe impedito una rivoluzione che ha mutato di aspetto lo stato civile e religioso del mondo[100].

CAPITOLO XLIII.

Ribellioni d'Affrica. Restaurazione del regno de' Goti, per opera di Totila. Perdita e riacquisto di Roma. Conquista definitiva dell'Italia, fatta da Narsete. Estinzione degli Ostrogoti. Disfatta de' Franchi e degli Alemanni. Ultima vittoria; disgrazia, e morte di Belisario. Morte e carattere di Giustiniano. Cometa, terremoti e pestilenza.

La rassegna a cui furono passate le varie nazioni dal Danubio al Nilo, ha posto in luce per ogni parte la debolezza dei Romani, e ragionevolmente ci possiamo maravigliare ch'essi pretendessero di allargare un Impero, del quale non potevano difendere gli antichi confini. Ma le guerre, le conquiste ed i trionfi di Giustiniano sono i deboli e perniciosi sforzi della vecchiaja, che esaurisce gli avanzi della sua forza ed accelera la decadenza delle vitali facoltà. Lieto e superbo egli andava di aver restituito l'Affrica e l'Italia al dominio della Repubblica; ma le calamità che seguiron la partenza di Belisario, diedero a divedere l'importanza del Conquistatore, e compirono la rovina di queste sventurate contrade.

A. D. 535-545