A. D. 544-548

Gli amici ed i nemici di Belisario con eguale ardore lo sollecitavano perchè salvasse il paese ch'egli aveva soggiogato; e la guerra Gotica fu imposta al Comandante veterano o come un pegno di fede, o come una specie di esilio. Eroe sulle rive dell'Eufrate, schiavo nel palazzo di Costantinopoli, egli accettò con ripugnanza la penosa cura di sostenere la sua propria fama, e di ammendare i falli de' suoi successori. Aperto era il mare ai Romani. Si raccolsero le navi ed i soldati a Salona, presso il palazzo di Diocleziano. Belisario rinfrescò e passò a rassegna le sue truppe a Pola nell'Istria, costeggiò l'Adriatico, entrò nel Porto di Ravenna, e spedì ordini anzi che ajuti, alle subordinate città. Il primo suo discorso pubblico fu rivolto ai Goti ed ai Romani, in nome dell'Imperatore, il quale aveva sospesa per breve tempo la conquista della Persia, e dato ascolto alle preghiere de' suoi sudditi Italiani. Leggermente egli toccò le cagioni e gli autori dei disastri recenti; cercando di allontanare il timor del castigo per le cose passate, e la speranza dell'impunità per le future, coll'adoperarsi con più zelo che buon successo ad unire tutti i membri del suo Governo in una ferma colleganza di affezione e di obbedienza. Giustiniano, suo grazioso Signore, era propenso a perdonare ed a premiare, ed era loro interesse, ugualmente che loro dovere, di richiamare sulla buona via i loro delusi fratelli, ch'erano stati sedotti dalle arti dell'usurpatore. Nessuno però si lasciò indurre a disertare gli stendardi del Re Goto. Belisario tosto si avvide, che mandato lo avevano a rimanere l'ozioso ed impotente spettatore della gloria di un giovane Barbaro; e la sua lettera all'Imperatore ci offre una genuina e vivace pittura delle angustie di un nobile animo. «Eccellentissimo Principe, noi siamo arrivati in Italia, privi di uomini, di cavalli, di armi e di denaro, cioè di quanto fa bisogno alla guerra. Nell'ultimo nostro giro pei villaggi della Tracia e dell'Illirico, abbiamo raccolto con estrema difficoltà da quattromila reclute, ignude ed affatto inesperte nel maneggio delle armi, e negli esercizj del Campo. I soldati già stanziati nella Provincia sono malcontenti, sbigottiti e senza cuore. Al rumore di un inimico essi abbandonano i loro cavalli e gettano a terra le armi. Non si possono levare contribuzioni, perchè l'Italia è nelle mani dei Barbari; il difetto di pagamento ci ha privato del diritto di comandare, ed anche di ammonire. Siate certo, o temuto Sire, che la maggior parte delle vostre truppe è già passata dalla parte dei Goti. Se la sola presenza di Belisario bastasse a terminare la guerra, il vostro desiderio sarebbe appagato; Belisario è nel mezzo dell'Italia. Ma se bramate di conquistare, si richieggono ben altri apparecchi: senza una forza militare, il titolo di Generale è un nome vano. Sarebbe utile di restituire al mio servizio i miei veterani e le mie guardie domestiche. Prima che io possa entrare in Campo, conviene ch'io riceva un adeguato rinforzo di truppe sì di grave che di leggiera armatura, e senza denaro contante non si può conseguire l'indispensabil ajuto di un poderoso corpo della cavalleria degli Unni[111]». Un ufficiale, in cui Belisario mettea fiducia, fu spedito da Ravenna per accelerare e condurre i soccorsi; ma negletta ne fu l'ambasciata, ed il messaggiero si trattenne per un vantaggioso matrimonio in Costantinopoli. Il Generale romano, poscia che la sua pazienza fu vinta dall'indugio e dal vedere tutte le sue speranze tradite, ripassò l'Adriatico, ed aspettò in Dirrachio l'arrivo delle truppe, che lentamente venivano raccolte tra i sudditi e gli alleati dell'Impero. Le sue forze erano tuttora insufficienti alla liberazione di Roma, la quale strettamente era assediata da Totila. La via Appia, lunga quaranta giornate di marcia, era coperta dai Barbari, e siccome la prudenza di Belisario voleva evitare una battaglia, egli antepose la sicura e spedita navigazione di cinque giorni dalla costa dell'Epiro alla foce del Tevere.

A. D. 546

Il Re dei Goti, poich'ebbe o colla forza o cogli accordi, ridotto all'obbedienza le città di minor conto nelle province mediterranee dell'Italia, passò, non ad assaltare, ma a circondare ed affamare l'antica capital dell'Impero. Roma era tribolata dall'avarizia, e difesa dal valore di Bessa, condottier veterano di estrazione Goto, il quale con un presidio di tremila soldati occupava lo spazioso circuito di quelle venerabili mura. Dalle angustie del Popolo egli traeva un vantaggioso commercio, e segretamente s'allegrava che continuasse l'assedio. In servigio di lui erano stati riempiti i granai. La carità di Papa Vigilio aveva provveduto e fatto imbarcare una gran quantità di grano dalla Sicilia; ma le navi che fuggirono ai Barbari, furono sequestrate da un rapace Governatore, il quale compartiva uno scarso vitto ai soldati, e vendea il rimanente ai facoltosi Romani. Il medinno, ossia la quinta parte di un sacco di grano, si permutava contro sette monete d'oro; e se ne davano sino a cinquanta quando trovavasi un bue; i progressi della carestia accrebbero ancora questi esorbitanti prezzi, e l'avarizia dei mercenari spesso giungeva a privarsi della porzione loro assegnata, che appena era bastante per sostentarne la vita. Un'insipida e mal sana mistura, in cui la crusca superava tre volte la quantità della farina, faceva tacere la fame dei poveri; essi a poco a poco si ridussero a cibarsi di cavalli morti, di cani, di gatti, di sorci, ed avidamente schiantavano le erbe ed anche le ortiche che crescevano fra le rovine della città. Una folla di pallidi e maceri spettri, oppressi il corpo dalle malattie e l'animo dalla disperazione, attorniò il palazzo del Governatore, gli rappresentò con utile verità che il padrone aveva l'obbligo di mantenere i suoi schiavi, ed umilmente richiese ch'egli provvedesse alla sussistenza loro, o permettesse che uscissero dalla città, ovvero ordinasse l'immediato loro supplizio. Bessa, con insensibile calma, rispose che egli non poteva nutrire, non gli conveniva di lasciar partire, e non aveva il diritto di uccidere i sudditi dell'Imperatore. Non pertanto, l'esempio di un cittadino privato avrebbe potuto mostrare a' suoi compatriotti che un Tiranno non può togliere il privilegio di morire. Trafitto dalle grida di cinque figli che vanamente dimandavan del pane, egli ordinò a questi che gli venissero dietro; si avanzò, con tranquilla e tacita disperazione, sopra uno dei ponti del Tevere, e copertosi il volto, si gettò capovolto nel fiume, al cospetto della sua famiglia e del Popolo romano. Ai ricchi e pusillanimi, Bessa[112] vendeva il permesso di partire, ma la maggior parte de' fuggiaschi rendeva l'anima sulle pubbliche strade, od era arrestata dai volanti drappelli dei Barbari. In quel mezzo, l'artifizioso Governatore blandiva il maltalento e ridestava le speranze dei Romani colla vaga riferta di flotte e di eserciti che accorrevano in loro aiuto dalla estremità dell'Oriente. Più ragionevol conforto essi trassero dalla sicura nuova che Belisario avea pigliato terra nel porto del Tevere, e senza numerarne le forze, essi fermamente confidarono nell'umanità, nel coraggio e nella perizia del loro grande liberatore.

La previdenza di Totila avea preparato ostacoli degni di un tale antagonista. Novanta stadii sotto la città, nella parte più ristretta del fiume, egli congiunse le due rive, mediante una forte e solida opera di legname nella forma di un ponte, su cui innalzò due gran torri, custodite da' più valorosi de' suoi Goti, e piene di armi scagliabili e di macchine offensive. Una valida e massiccia catena di ferro difendeva l'approccio del ponte e delle torri; e la catena, da un capo all'altro, sulle sponde opposte del Tevere, era guardata da una numerosa e scelta mano di arcieri. Ma l'impresa di sforzare queste barriere e di soccorrere la capitale ci presenta uno splendido esempio dell'ardire e della condotta di Belisario. La sua cavalleria si avanzò dal Porto, lungo la strada maestra, per tenere a freno i movimenti e divertire l'attenzione del l'inimico. L'infanteria e le provvigioni erano distribuite in due cento grossi battelli, ed ogni battello era schermito da un alto riparo di spesse tavole, traforate da molti piccoli pertugi per la scarica delle armi da lanciare. Nella fronte, due grandi navi, insieme legate, sostenevano un castello ondeggiante, che dominava le torri del ponte, e conteneva un magazzino di fuoco, di zolfo e di bitume. La flotta intiera, condotta dal Generale in persona, fu laboriosamente sospinta contro la corrente del fiume. Cedè la catena al peso di essa, ed i nemici che custodivano le rive furono ammazzati o dispersi. Tosto che la flotta toccò la principale barriera, la macchina incendiaria in un momento fu aggrappata al ponte; una delle torri, con dugento Goti dentro, andò in fiamme; gli assalitori alzarono il grido della vittoria, e Roma era salvata, se la cattiva condotta degli Ufficiali di Belisario non avesse sovvertito gli effetti della sua sapienza. Egli precedentemente avea mandato ordine a Bessa di secondar le sue operazioni con un'opportuna sortita dalla città, ed aveva imposto ad Isacco suo luogotenente, di non abbandonare la stazione del Porto. Ma l'avarizia rendè Bessa immobile; mentre il giovanile ardore d'Isacco lo diede nelle mani di un superiore nemico. L'esagerato romore della disfatta di costui rapidamente pervenne all'orecchio di Belisario: egli ristette, lasciò vedere, in quel solo momento della sua vita, qualche emozione di sorpresa e di perplessità, e con ripugnanza fece suonare la raccolta per salvar la sua moglie Antonina, i suoi tesori ed il solo porto che possedesse sulle coste della Toscana. Il travaglio del suo animo gli produsse una febbre ardente e quasi mortale: e Roma rimase abbandonata senza difesa alla clemenza od allo sdegno di Totila. La continuazione delle ostilità aveva invelenito gli odii nazionali; il clero Arriano fu ignominiosamente cacciato di Roma. L'Arcidiacono Pelagio tornò, senza alcun successo, dal campo dei Goti ove era andato ad Ambasciatore, ed un Vescovo Siciliano, inviato o nunzio del Papa, ebbe mutilate ambe le mani per avere ardito di mentire in benefizio della Chiesa e dello Stato.

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La carestia aveva rilassato la forza e la disciplina del presidio di Roma. Esso non poteva ricavare alcun servizio efficace da un Popolo moribondo; e l'inumana avarizia del Mercatante finì con assorbire la vigilanza del Governatore. Quattro sentinelle Isauriche, mentre dormivano i loro compagni ed assenti erano gli Ufficiali, si calarono con una corda giù dal bastione, e segretamente proposero al Re Goto d'introdurre le sue truppe nella città. Con freddezza e sospetto fu accolta l'offerta; essi ritornarono senza alcun danno; due volte ripeterono la visita loro; due volte fu esaminata la piazza; si riseppe la cospirazione, ma non vi si pose mente; ed appena Totila ebbe acconsentito al tentativo, essi dischiusero la porta Asinaria, e misero dentro i Goti. Questi fecero alto in ordine di battaglia, sino allo schiarire del giorno, temendo un qualche tradimento od aguato; ma le truppe di Bessa, insieme col lor condottiere, avevano già cercato altrove uno scampo; ed allorquando si fece istanza al Re perchè ne infestasse la ritirata, assennatamente egli rispose che nessuna vista era più grata che quella d'un nemico fuggente. I Patrizii a cui restava qualche cavallo, Decio, Basilio ec. accompagnarono il Governatore: i loro confratelli, tra i quali l'Istorico nomina Olibrio, Oreste e Massimo, cercarono nella chiesa di San Pietro un asilo: ma l'asserzione che non più di cinquecento persone rimasero nella capitale, inspira qualche dubbio intorno alla fedeltà della sua narrazione o del suo testo. Subito che la luce del sole ebbe manifestato intera la vittoria dei Goti, il loro Monarca divotamente visitò la tomba del Principe degli Apostoli; ma nel mentre ch'egli pregava all'altare, venticinque soldati e sessanta cittadini venivano passati a fil di spada nel vestibolo del Tempio. L'Arcidiacono Pelagio[113] si fece innanzi a lui, e tenendo in mano il Vangelo esclamò: «oh Signore abbi pietà del tuo servo.» — «Pelagio» disse Totila con insultante sorriso, «il tuo orgoglio ora discende fino alle suppliche». — «Io sono un supplichevole» replicò il prudente Arcidiacono; «Iddio ora ci ha fatti vostri sudditi, e come vostri sudditi noi abbiamo diritto alla vostra clemenza». L'umile sua preghiera salvò le vite dei Romani; e la castità delle vergini e delle matrone rimase intatta dalle passioni dei bramosi soldati. Ma furono essi ricompensati colla libertà del saccheggio, poscia che le più preziose spoglie erano state messe in serbo pel tesoro reale. Le case dei Senatori andavano copiosamente fornite di oro e d'argento; e l'avarizia di Bessa non s'era travagliata con tanto delitto e vergogna se non se in benefizio del Conquistatore. In questa rivoluzione, i figli e le figlie dei Consoli romani sperimentarono la miseria ch'essi avevano o schernito o sollevato; essi andarono errando in cenci per le contrade della città, ed accattarono, forse inutilmente, il pane innanzi alle porte delle ereditarie lor case. Rusticiana, figlia di Simmaco, e vedova di Boezio, aveva generosamente consacrato le sue ricchezze ad alleviare le calamità della fame. Ma i Barbari furono mossi a furore dal racconto ch'ella avesse eccitato il popolo a rovesciare le statue del Gran Teodorico. La vita di questa veneranda Matrona sarebbe stata immolata alla memoria di quel Re, se Totila non avesse rispettato in lei i natali, le virtù ed anche il pio motivo della vendetta. Il giorno seguente, egli proferì due discorsi, uno de' quali, felicitava ed ammoniva i vittoriosi suoi Goti. L'altro rampognava il Senato come si farebbe co' più abbietti schiavi, e l'incolpava di spergiuro, di follia e di ingratitudine; aspramente dichiarando che i loro beni ed onori erano giustamente ricaduti ne' compagni delle sue armi. Nondimeno egli consentì ad obbliare la ribellione loro, ed i Senatori ricambiarono la sua clemenza collo spedire lettere circolari ai loro discendenti e vassalli nelle province d'Italia, colle quali strettamente ingiugnevan loro di togliersi dalle bandiere de' Greci, di coltivare in pace i terreni, e d'imparare dai loro padroni il dovere dell'obbedienza al Re Goto. Inesorabil mostrossi Totila contro la città che per sì lungo tempo avea rattenuto il corso delle sue vittorie: un terzo delle mura, in differenti parti, fu demolito per ordine suo; già si allestivano le fiamme e le macchine per consumare o mandar sossopra le più magnifiche opere dell'antichità. Il Mondo era nello stupore pel fatal decreto che Roma dovesse esser cangiata in un pascolo per gli armenti. Le ferme e moderate rimostranze di Belisario sospesero l'esecuzione della sentenza; egli ammonì il Barbaro di non contaminar la sua fama col distruggere que' monumenti, che formavano la gloria de' trapassati e la delizia dei viventi; e Totila secondò l'avviso di un nemico col preservar Roma qual ornamento del suo Regno, od il miglior pegno di riconciliazione e di pace. Come egli ebbe significato agli Ambasciatori di Belisario il suo proponimento di risparmiar la città, egli collocò un esercito in distanza di cento e venti stadj, ad osservare le mosse del Generale romano. Col rimanente delle sue forze egli avviossi ver la Lucania e l'Apulia, ed occupò sulla vetta del monte Gargano[114] uno dei campi di Annibale[115]. Trascinati furono i Senatori dietro il suo trono, indi confinati nelle fortezze della Campania: i cittadini, con le mogli ed i figli loro furono dispersi in esiglio; e per lo spazio di quaranta giorni Roma non offrì che l'aspetto di una solitudine desolata ed orrenda[116].

Roma fu ben presto ricuperata mediante una di quelle azioni alle quali, secondo l'evento, l'opinione pubblica suole applicare i nomi di temerità o di eroismo. Poscia che partito fu Totila, il Generale romano sortì dal Porto conducendo mille cavalli, tagliò a pezzi i nemici che s'opponevano al suo andare, e visitò con pietà e con ossequio lo spazio vacante della città sempiterna.

Deliberato di custodire un posto così riguardevole agli occhi del genere umano, egli raccolse la maggior parte delle sue truppe intorno al vessillo da lui piantato sul Campidoglio. L'amor della patria, e la speranza di trovar cibo, richiamò nella città i suoi antichi abitanti; e le chiavi di Roma furono mandate per la seconda volta all'Imperator Giustiniano. Le mura, ovunque erano state demolite dai Goti, si ripararono con materiali rozzi e dissimili; si ristorò il fosso, si piantarono in abbondanza i triboli[117], per guastare i piè dei cavalli, e siccome non si poteva subito rifabbricar nuove porte, si pose a guardia dell'ingresso lo spartano riparo de' più valenti guerrieri. Allo spirare di venticinque giorni, Totila ritornò con frettolose marcie dall'Apulia per vendicare il danno ricevuto e l'offesa. Belisario aspettò ch'egli si avvicinasse. I Goti furono per tre volte respinti in tre generali assalti; essi perdettero il fiore delle lor truppe; il vessillo reale fu lì lì per cadere nelle mani del nemico, e la fama di Totila si affondava, come erasi sollevata, insieme colla gloria delle sue armi. Non rimaneva se non che Giustiniano terminasse con un valido e tempestivo sforzo la guerra ch'egli aveva ambiziosamente intrapresa. L'indolenza e forse l'impotenza di un Principe che disprezzava i suoi nemici ed invidiava i suoi servi, trasse in lungo le calamità dell'Italia. Dopo un diuturno silenzio, si comandò a Belisario di lasciare una sufficiente guernigione in Roma, e di trasportarsi nella Lucania, i cui abitatori, infiammati di cattolico zelo, avevano scosso il giogo dei loro Arriani conquistatori. In questa ignobile guerra, l'Eroe, invincibile contro il potere dei Barbari, fu bassamente vinto dagli indugi, dalla disobbedienza, e dalla codardìa de' suoi propri Ufficiali. Egli si riposò ne' suoi quartieri d'inverno di Crotona, pienamente fidando che i due passi de' colli Lucani fossero custoditi dalla sua cavalleria. Questi passi restarono abbandonati per tradimento o per viltà; e la rapida marcia de' Goti appena diede a Belisario il tempo di salvarsi sulle coste della Sicilia. Alfine si raccolse una flotta ed un esercito per soccorrere Rusciano, o Rossano[118], fortezza posta in distanza di sessanta stadj dalle rovine di Sibari, e nella quale i nobili della Lucania s'erano ricoverati. Al primo tentativo le forze romane furono dissipate dalla tempesta. Nel secondo esse avvicinaronsi al lido; ma viddero i poggi coperti di arcieri, il luogo dello sbarco difeso da una linea di lance, ed il Re dei Goti impaziente di venire a battaglia. Il Conquistator dell'Italia si ritirò sospirando, e continuò a languire in inglorioso ed inoperoso ozio, sino al momento in cui Antonina, che s'era portata a Costantinopoli a ricercare soccorso, ottenne, dopo la morte dell'Imperatore, la permissione del suo ritorno.

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