Fra la caduta della razza degli Eraclidi e l'avvenimento della dinastia Isaurica passa un intervallo di sei soli anni, diviso in tre regni. Bardane o Filippico fu accolto in Costantinopoli come un eroe, che avea liberato dal tiranno la patria, e i primi trasporti d'un giubbilo sincero ed universale gli fecero gustare qualche ora di felicità. Giustiniano avea lasciato un tesoro, frutto delle sue crudeltà e rapine; ma non tardò il successore a dissiparlo in vane prodigalità. Nel giorno anniversario della sua nascita, Filippico diede al popolo i giuochi dell'Ippodromo; girò quindi per tutte le strade preceduto da mille bandiere e da mille trombe. Andò a rinfrescarsi nei bagni di Zeusippo e ritornato in palazzo trattò a sontuoso convito la Nobiltà. Nel dopo pranzo si ritirò nel suo appartamento ebbro d'orgoglio e di vino, senza pensare che le sue fortune aveano fatti ambiziosi tutti i suoi sudditi, e che ogni ambizioso secretamente gli era nemico. In mezzo al rumor della festa, alcuni arditi cospiratori penetrarono nelle sue stanze, sorpresero nel sonno il monarca, lo legarono, gli cavarono gli occhi, e gli tolsero la corona prima ch'egli si accorgesse della grandezza del suo pericolo; ma i traditori non approfittarono del lor delitto; dalla scelta del senato e del popolo fu conferita la porpora ad Artemio, che presso l'Imperatore deposto avea l'impiego di segretario. Il quale prese il nome d'Anastasio II, e nel breve suo regno, pieno di turbolenze, dimostrò tanto in pace che in guerra le virtù che convengono ad un sovrano. Ma coll'estinzione della linea imperiale s'era già rotto il freno dell'obbedienza, ed in ogni esaltazione al trono pullulavano i semi d'un nuovo sconvolgimento politico. In una sollevazione dell'armata navale, un abbietto ufficiale del fisco fu vestito della porpora a suo malgrado. Dopo alcuni mesi di guerra marittima, Anastasio abdicò la corona, e Teodosio III, suo vincitore, si sottomise ancor esso alla prevalenza di Leone, Generale degli eserciti d'Oriente. Fu permesso ad Anastasio e a Teodosio l'abbracciare lo stato ecclesiastico; l'ardente veemenza del primo lo condusse ad avventurare ed a perder la vita in una cospirazione; onorati e tranquilli furon gli ultimi giorni del secondo. Sulla sua tomba non fu scolpita che questa parola «Salute», iscrizione d'una sublime semplicità, che esprime la fiducia della filosofia, o della religione, e il popolo d'Efeso conservò lungo tempo la memoria de' suoi miracoli. Gli esempi offerti dalla Chiesa poterono dare qualche volta utili lezioni di clemenza ai Principi; ma non è poi certo, che scemando i pericoli d'un'ambizione sfortunata, siasi operato per l'interesse del pubblico.

A. D. 718

Dopo essermi fermato sul precipizio d'un tiranno, indicherò in poche parole il fondatore d'una nuova dinastia, noto alla posterità per l'invettive de' suoi avversari, e la cui vita pubblica e privata van congiunte all'istoria degli Iconoclasti. Ad onta dei clamori della superstizione, l'oscurità della nascita e la durata del regno di Leone l'Isaurico inspirano una idea favorevole dell'indole di questo principe. In un secolo maschio l'esca della dignità imperiale avrebbe potuto avvivare tutta l'energia dello spirito umano, e suscitare una folla di competitori tanto degni del trono, quanto animosi ad occuparlo. Anche in mezzo della corruttela e della debolezza dei Greci in quel tempo, la fortuna d'un plebeo, che si sollevò dall'ultimo al primo grado della società, suppone prerogative in lui, superiori all'altezza delle volgari. Vi è ragion di pensare, che questo plebeo non conoscesse, e non curasse le scienze, e che nella sua carriera ambiziosa si dispensasse dai doveri della benevolenza e della giustizia; ma si può credere, che possedesse le virtù più utili, come la prudenza e la forza, e che avesse la cognizione degli uomini, e dell'arte importante di cattivarsi la fiducia, e di dirigere le passioni loro. È opinion generale che Leone fosse nato nell'Isauria, e che portasse da prima il nome di Conone. Certi scrittori, la cui satira inconsiderata può tenergli luogo d'elogio, lo rappresentano come un pezzente, che corresse a piedi da una fiera all'altra d'un paese, menandosi dietro un asino carico di qualche merce di poco prezzo. Narrano in un modo ridicolo, che s'abbattesse per via in alcuni Ebrei, che davano la buona ventura, i quali gli promisero l'Impero romano, purchè abolisse il culto degl'idoli[187]. Stando ad una versione più probabile, suo padre abbandonò l'Asia Minore per domiciliarsi nella Tracia, ove esercitò l'utile mestiere di mercante di bestiami, nel quale avea certamente fatto gran guadagno se è vero, che, colla somministrazione di cinquecento agnelli, ottenesse che il figlio entrasse al servigio dell'Imperatore. A prima giunta fu collocato Leone nelle guardie di Giustiniano, e non andò guari, che si attirò gli sguardi, poscia i sospetti del tiranno. Si segnalò in valore e in destrezza nella guerra della Colchide. Anastasio gli conferì il comando delle legioni dell'Anatolia, e quando i soldati gli posero in dosso la porpora, fece plauso l'Impero romano a quella elezione. Leone III portato a quella dignità pericolosa, vi si tenne fermo a dispetto dell'invidia de' suoi uguali, del malumore di una fazion terribile, e degli assalti dei nemici domestici e forestieri. Anche i cattolici, benchè esclamino contro le sue novità in materia di religione, son costretti a convenire, che le incominciò con moderazione, e le condusse a termine con fermezza, e nel loro silenzio hanno rispettata la savia sua amministrazione, e i suoi puri costumi. Dopo un regno di ventiquattr'anni se ne morì tranquillo nel suo palazzo di Costantinopoli, e i suoi discendenti redarono sino alla terza generazione quella porpora, che egli s'era acquistata.

A. D. 741

Il regno di Costantino quinto per soprannome Copronimo, figlio e successor di Leone, durò trenta quattr'anni: questi con minor moderazione perseguitò il culto delle Immagini. L'odio religioso vomitò tutto il suo fiele nella dipintura, che i partigiani delle Immagini ci fecero della persona e del regno di questo principe, di questa pantera macchiata, di questo anticristo, di questo drago volante, di questo germe del serpente, che sedusse la prima donna. Al loro dire costui superò nei vizi Elagabalo e Nerone; il suo regno fu un perpetuo macello dei personaggi più nobili, più santi, o più innocenti dell'Impero; assisteva al supplizio delle sue vittime, considerava le convulsioni della loro agonia, ne ascoltava con piacere i gemiti, nè mai potea saziarsi del sangue, che godea di versare: spesse volte battea colle verghe, o mutilava i familiari della sua Casa reale: il soprannome di Copronimo ricordava ch'egli avea lordato di escrementi il Fonte battesimale; veramente l'età potea farne le scuse; ma i solazzi della sua virilità lo fecero inferiore ai bruti; confuse nelle sue dissolutezze tutti i sessi e tutte le spezie, e parve che si compiacesse pur delle cose più ributtanti pei sensi. Quest'Iconoclasta fu eretico, ebreo, maomettano, pagano, ateo; e solamente le sue cerimonie magiche, le vittime umane che immolava, i sagrifizi notturni a Venere e ai demonii dell'antichità, son le prove che abbiamo della sua credenza in Dio. La sua vita fu lorda dei vizi i più contraddittorii, e finalmente le ulceri che copersero il suo corpo gli anticiparono i tormenti dell'inferno. Si confuta da sè medesima l'assurdità d'una parte di queste accuse, che ho avuto la pazienza di copiare; e in ordine ai fatti privati della vita de' principi è troppo facile la menzogna, troppo difficile il ribatterla. Io non mi attengo alla perniciosa massima di credere, che chi è incolpato di molte cose sia necessariamente colpevole di qualcheduna; posso però travedere chiaramente, che Costantino V fosse dissoluto e crudele. È proprietà della calunnia l'esagerare piuttosto, che l'inventare, e il suo linguaggio temerario è in parte frenato dalla notorietà fondata nel secolo e nel paese, da cui trae testimonianza. È indicato il numero de' Vescovi, de' Monaci e de' Generali dalla sua atrocità sagrificati. Erano illustri i lor nomi, pubblica ne fu l'esecuzione, e la mutilazione fu visibile e permanente. Detestavano i cattolici la persona e il governo di Copronimo; ma la loro stessa avversione è un indizio dell'oppressione che soffrivano. Tacciono le colpe cogli insulti che poterono per avventura scusarne o giustificarne il rigore; ma per questi insulti dovette a poco a poco moversi a collera, e indurarsi all'uso ed all'abuso del despotismo; tuttavolta non era Costantino V spoglio di meriti, nè il suo governo fu sempre degno dell'esecrazione o del disprezzo de' Greci. Confessano i suoi nemici, che restaurò un vecchio acquedotto, che riscattò duemila e cinquecento prigionieri, che godettero i popoli sotto il suo regno una insolita abbondanza, che con nuove colonie ripopolò Costantinopoli e le città della Tracia; e a malincuore son costretti a lodarne l'attività ed il coraggio. In battaglia era sempre a cavallo alla fronte delle sue legioni, e quantunque non sieno state sempre fortunate le sue armi, trionfò per terra e per mare, su l'Eufrate e sul Danubio, nella guerra civile come nella barbarica; conviene inoltre, per fare contrappeso alle invettive degli ortodossi, mettere ancora nella bilancia le lodi dategli dagli eretici. Gl'Iconoclasti onorarono le sue virtù, lo considerarono per Santo, e quarant'anni dopo la sua morte oravano sulla sua tomba. Il fanatismo e la soperchieria divolgarono una visione miracolosa: si disse che l'eroe cristiano era comparso sopra un cavallo bianco, colla lancia imbrandita, contro i Pagani della Bulgaria: «Favola assurda, dice uno scrittore cattolico, perchè Copronimo è incatenato coi demonii negli abissi dell'inferno».

A. D. 775

Leone IV, figlio di Costantino V, e padre di Costantino VI, fu debole di corpo e di spirito; e in tutto il suo regno non ebbe altro gran pensiero che la scelta del suo successore. Dallo zelo officioso dei suoi sudditi fu sollecitato perchè associasse all'Impero il giovine Costantino; l'Imperatore, che lo vedea deperire, s'arrese ai loro voti unanimi, dopo avere esaminato quest'alto affare con tutta l'attenzione che meritava. Costantino di soli cinque anni fu coronato insieme con sua madre Irene; e il consentimento nazionale fu consacrato con tutte le cerimonie le più acconce, per pompa e per apparecchio, ad abbacinare gli occhi dei Greci, o ad incatenarne le coscienze. I vari ordini dello Stato prestarono giuramento di fedeltà nel palazzo, nella chiesa, e nell'Ippodromo; invocarono i santi nomi del Figlio e della Madre di Dio: «Noi chiamiamo in testimonio Gesù Cristo, esclamarono essi, noi veglieremo alla sicurezza di Costantino, figlio di Leone; esporremo la nostra vita in suo servigio, e resteremo fedeli alla sua persona e alla sua posterità». Ripeterono quel giuramento sopra il legno della vera Croce, e l'atto della lor sommessione fu depositato sull'altare di Santa Sofia. Primi a fare questo giuramento, e primi a violarlo, furono i cinque figli avuti da Copronimo nel secondo matrimonio, e n'è ben singolare quanto tragica l'istoria. Per diritto di primogenitura erano esclusi dal trono, e dall'ingiustizia del fratello maggiore erano stati privati d'un legato di circa due milioni sterlini; non credettero essi, che potessero vani titoli essere un compenso di ricchezza e di potere, e quindi in diverse riprese cospirarono contro il nipote, sia avanti, sia dopo la morte del padre. Ebbero il perdono la prima volta; nella seconda furon condannati allo stato ecclesiastico; al terzo tradimento, Niceforo, il più anziano e il più colpevole, fu privato degli occhi, e con un gastigo riputato più dolce, fu tagliata la lingua a Cristoforo, a Niceta, ad Antimio, e ad Eudossio, suoi fratelli. Dopo cinque anni di carcere fuggirono, e si ricoverarono nella chiesa di Santa Sofia, ove offersero al popolo uno spettacolo commovente. «O Cristiani, miei concittadini, gridò Niceforo in nome proprio ed in quello de' suoi fratelli che non poteano parlare, mirate i figli del vostro Imperatore, se pur li potete riconoscere in quest'orrido stato. La vita, e qual vita! ecco tutto ciò che ne ha lasciato la crudeltà dei nostri nemici: oggi è minacciata questa misera vita, e noi veniamo ad implorare la vostra compassione». Il fremito, che già si spandeva nell'assemblea, sarebbe terminato in sollevazione, se quella prima sommossa non fosse stata compressa dalla presenza d'un ministro, che con promesse e carezze seppe ammansare quei principi sventurati, e condurli dalla chiesa al palazzo. Non fu posto tempo di mezzo ad imbarcarli per la Grecia, e fu assegnata loro per luogo d'esilio la città d'Atene. In quel ritiro, e nonostante il loro stato, tormentati sempre dalla sete di regno, Niceforo e i suoi fratelli si lasciaron sedurre da un Capitano schiavone, che promise di rimetterli in libertà, e di guidarli armati e adorni della porpora alle porte di Costantinopoli; ma il popolo Ateniese, sempre zelante per Irene, ne prevenne la giustizia o la crudeltà, e seppellì finalmente nell'eterno silenzio per sino la rimembranza dei cinque figli di Copronimo.

A. D. 780

Quest'Imperatore si avea scelta per moglie una Barbara, figlia del Khan dei Cozari; ma quando si trattò di maritare il suo erede, avea preferita una orfanella Ateniese dell'età di diciassett'anni, che pare non avesse altra fortuna che la bellezza. Le nozze di Leone e d'Irene furon celebrate con regia pompa: non tardò la principessa a conciliarsi l'amore e la fiducia d'uno sposo debole, il quale nel suo testamento la dichiarò Imperatrice, e affidò al suo governo il Mondo romano e il figlio Costantino VI, che non contava allora più di dieci anni. Durante la minorità del giovanetto, Irene si mostrò nella sua amministrazione pubblica donna ingegnosa ed attenta, fedele ed esatta ai doveri di madre; e lo zelo che pose a ristabilire le Immagini le ha meritato gli onori di Santa nei registri del calendario dei Greci; ma come fu escito dell'adolescenza, l'Imperatore ebbe a noia il giogo materno, porse orecchio a giovani favoriti della sua età, i quali, dividendo con lui i piaceri, avrebbero pur voluto partecipare alla sua autorità. Vinto dai lor discorsi, e persuaso de' suoi diritti all'Impero, e de' suoi talenti per sostenerlo, assentì che Irene, in premio de' suoi servigi, fosse confinata per tutta la vita nell'isola di Sicilia. La vigilanza, e l'accortezza dell'Imperatrice scompigliarono agevolmente i mal combinati disegni. Quei giovani, e i loro instigatori ebbero quella pena d'esilio che avean tentato di dare a lei, o fors'anche gastighi più severi; ebbe il principe ingrato quella punizione che ricevono per lo più i fanciulli. Da quel punto la madre e il figlio formavano due fazioni domestiche, ed ella invece di guidarlo colla dolcezza e di sottometterlo all'obbedienza, senza che se n'accorgesse, tenne incatenato un prigioniero e un nemico. Per abuso di vittoria ella si perdè; il giuramento di fedeltà, che volle per lei sola, fu pronunziato con ripugnanza e con bisbigli; ed avendo le guardie armene avuto il coraggio di negarlo, mosso il popolo da quest'esempio ardito, liberamente e con voti unanimi, dichiarò Costantino VI per legittimo Imperator dei Romani. Con questo titolo prese egli lo scettro, e condannò sua madre alla inazione ed alla solitudine. Allora l'alterigia d'Irene s'abbassò a dissimulare; piaggiò i Vescovi e gli eunuchi; ridestò nel cuore del principe la tenerezza filiale, ne ricuperò la fiducia, e ne deluse la credulità. Non mancava a Costantino nè sentimento, nè coraggio, ma s'era trascurata a bella posta la sua educazione, e l'ambiziosa madre denunziava alla pubblica censura i vizi da lei fomentati, e le azioni da lei consigliate secretamente. Col suo divorzio e con un secondo matrimonio ferì Costantino i pregiudizi degli ecclesiastici, e con un rigore imprudente perdè l'affezione delle guardie armene. Si formò una possente cospirazione per rimettere in trono Irene, e questo segreto, benchè confidato a gran numero di persone, fu per più di otto mesi fedelmente custodito. Finalmente l'Imperatore, entrato in sospetto del pericolo che gli sovrastava, salpò da Costantinopoli con intenzione di domandare aiuto alle province ed agli eserciti. Questa pronta fuga pose Irene su l'orlo del precipizio; tuttavolta prima d'implorar la clemenza del figlio, diresse una lettera particolare agli amici, ch'ella aveva collocati al fianco del principe, e li minacciò, se mancavano alla parola datale, di svelare il lor tradimento all'Imperatore. La paura li fece intrepidi; arrestarono l'Imperatore sulla costa d'Asia, e lo condussero al palazzo nell'appartamento porfirico, ove era nato. L'ambizione avea soffocato nel cuore d'Irene tutti i sentimenti dell'umanità e della natura; nel suo sanguinario Consiglio si decise, che si ridurrebbe Costantino ad uno stato da non poter più regnare: gli emissari di lei s'avventarono sul principe mentre dormiva; gli immersero i pugnali negli occhi, con tal violenza e precipizio, che si sarebbe detto che volessero dargli la morte. Da un passo equivoco di Teofane argomentò l'autore degli Annali della Chiesa, che di fatto l'Imperatore spirasse sotto quei colpi. L'autorità di Baronio ha illuso, o vinto i Cattolici, e in ordine a questo non ha voluto il fanatismo de' Protestanti porre in dubbio l'asserzione d'un cardinale, propenso per la protettrice delle Immagini; ma il figlio d'Irene visse ancora molti anni, oppresso dalla Corte, e dimenticato dal Mondo. La dinastia Isaurica s'estinse in silenzio, e non fu richiamata la memoria di Costantino, che pel matrimonio di sua figlia Eufrosina coll'Imperatore Michele II.

A. D. 792