STORIA
DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO


CAPITOLO XLVII.

Storia Teologica della dottrina dell'Incarnazione. Natura umana e divina di Gesù Cristo. Inimicizia tra i Patriarchi d'Alessandria e di Costantinopoli, S. Cirillo e Nestorio. Terzo Concilio generale tenuto in Efeso. Eresia d'Eutiche. Quarto Concilio generale tenuto in Calcedonia. Discordia civile ed ecclesiastica. Intolleranza di Giustiniano. I tre Capitoli. Controversia dei Monoteliti. Sette dell'Oriente: prima i Nestoriani, seconda i Giacobiti, terza i Maroniti, quarta gli Arminiani, quinta i Cofti e gli Abissini.

Dopo avere i Cristiani distrutto il Paganesimo ben poteano godersi in santa pace un trionfo che liberati li avea da tutti gli avversari; ma un seme di discordia germogliava nel loro seno[1]; quindi furono più ardenti a cercar la natura del Fondator della Religione, che a porne in pratica le leggi[2]. Ho di già osservato che alle dispute sulla Trinità tennero dietro quelle dell'Incarnazione, scandalose del pari per la Chiesa; del pari funeste allo Stato, ma più minuziose ancora in origine e più durevoli negli effetti. Questo capitolo narrerà una guerra religiosa di dugento cinquant'anni, ed ho intenzione di esporre qual fu lo scisma ecclesiastico e politico delle Sette d'Oriente, e di preparare la storia delle contese loro tanto romorose e sanguinarie, premettendo brevi ricerche sulla dottrina della Chiesa primitiva[3].

I. Zelanti, com'era ben giusto, dell'onore dei primi proseliti della lor religione, furono i Cristiani[4] inclinati a credere a seconda del desiderio e della speranza loro, che gli Ebioniti, o per lo meno i Nazarei non si fossero segnalati in altro che nella ostinata lor perseveranza a praticare il culto di Mosè. Disparvero le loro Chiese; non son più ricordati i loro libri; la loro oscura libertà ha lasciato aperto un vasto campo alle opinioni in questo proposito, e somministrato allo zelo e alla prudenza del terzo secolo il modo d'esporre diversamente il loro Simbolo flessibile e mal certo; ma la critica più caritatevole dee negare in questi Settari ogni nozione della pura e vera Divinità di Cristo. Ammaestrati alla scuola de' Giudei, imbevuti delle profezie, e dei pregiudizi loro, non avevano appreso giammai a sollevare le speranze più alto che ad un Messia umano e temporale[5]. Se osavano salutare il lor Re quando compariva in abito plebeo non potevano da grossolani, siccome essi erano, discernere il loro Dio, che nascondea la celeste natura sotto il nome e la persona d'un uomo[6][7]. Gesù Nazareno s'intertenea famigliarmente co' suoi compagni, li trattava come amico, e in tutte le azioni della vita ragionevole, o della vita animale, compariva un uomo della stessa loro specie. Al pari degli altri uomini passò dall'infanzia alla gioventù e alla virilità con un graduato incremento di statura e di sapienza, e spirò sulla Croce dopo una penosa agonìa di spirito e di corpo. Visse e morì per servigio degli uomini; ma Socrate ancora[8] consacrata avea la vita sua e la sua morte alla causa della religione e della giustizia; e quantunque lo stoico o l'eroe possano sdegnare le umili virtù di Gesù Cristo, pure le lagrime che questi versò sopra il suo paese, e sul discepolo ch'egli amava, sono la più pura, non che la più incontrastabile prova della sua Umanità. Non doveano i miracoli dell'Evangelo recare maraviglia ad un popolo che intrepidamente credeva i prodigi anche più strepitosi della legge di Mosè. Già i Profeti aveano prima di lui sanato infermi, risuscitato morti, fermato il Sole, erano saliti al cielo su carri di fuoco, e di leggieri poteva lo stile metaforico degli Ebrei retribuire ad un Santo e ad un Martire il titolo adottivo di Figlio di Dio.

Tuttavolta, e nel Simbolo de' Nazarei, e in quello degli Ebioniti, non si scorgono che lievi tracce di separazione da quegli eretici, i quali dicevano essere stato generato il Cristo secondo l'ordine generale della natura, e da quegli scismatici che ammettevano la Verginità di sua Madre escludendo l'intervento d'un padre terreno. Pareva autenticata la miscredenza de' primi dalle circostanze visibili della sua nascita, dal matrimonio di Giuseppe, suo padre putativo, che aveva adempiute le formalità tutto della legge, e così da' dritti che per discendenza diretta egli aveva sul Regno di David, e su l'eredità di Giuda; ma la storia secreta ed autentica se ne conservò in molte copie dell'Evangelo secondo S. Matteo[9], che que' Settari custodirono per lungo tempo nell'originale ebraico[10] come unica pruova della loro credenza. Giuseppe, ben certo della propria castità, formò sospetti assai naturali nel caso; ma poi avvisato in sogno essere la gravidanza della sposa un'opera dello Spirito Santo, sgombrò dall'animo ogni inquietudine: e poichè non aveva potuto lo Storico osservare co' propri occhi quel miracolo domestico, convien credere che ascoltato egli abbia in tal occasione la voce, che dettò ad Isaia il vaticinio della futura concezione d'una Vergine. Il figlio di una Vergine generata per l'ineffabile opera dello Spirito Santo era un Ente di cui non s'avea mai conosciuto il simile[11], nè si poteva a cosa veruna paragonare, poichè in tutte le facoltà della mente e del corpo era superiore a' figli d'Adamo. Dopo che si fu introdotta la filosofia greca, o caldea[12], credevano i Giudei[13] alla preesistenza, alla trasmigrazione, all'immortalità dell'anima; e per giustificare la Provvidenza supponevano che l'anima fosse condannata ad un carcere corporeo per espiare le colpe commesse in uno stato anteriore[14]; ma quasi incommensurabili sono i gradi della purità e della corruttela. Fu agevole il credere che eletto fosse il più sublime e il più virtuoso tra gli spiriti ad animare quell'Essere nato da Maria, e dallo Spirito Santo;[15] essere stata sua elezione il suo stato abietto, e il fine della sua missione quello d'espiare i suoi peccati non già, ma quelli del Mondo. Tornando nel cielo, da cui discese, ricevè Gesù Cristo un premio infinito della sua obbedienza, mediante quel Regno interminabile del Messia già predetto oscuramente dai Profeti sotto le immagini materiali di pace, di conquisto, di dominio terreno. Poteva Iddio adeguare le facoltà umane di Cristo all'ampiezza delle sue operazioni celesti. Nel linguaggio dell'antichità, non era esclusivamente riservato il titolo di Dio all'Ente da cui emana ogni cosa; quindi l'impareggiabile suo Ministro, l'unico suo figlio, poteva senza presunzione domandare al Mondo, ch'era suo regno, un culto religioso, comunque secondario.

II. Que' semi della fede che lentamente soltanto aveano pullulato nel suolo duro ed ingrato della Giudea, trapiantati furono ben maturi in climi assai migliori, in que' de' Gentili; nè gli stranieri che non aveano potuto in Roma e nell'Asia vedere le forme umane di Gesù Cristo furono perciò men pronti a vedere solamente un Dio nella sua persona. Il Politeista, e il Filosofo, il Greco, e il Barbaro erano del pari assuefatti ad ammettere una lunga eternità, un'infinita serie d'angeli, o di demoni, di deità, o d'eoni, ovvero di emanazioni derivanti dal trono di luce; nè trovavano incredibile o strano per nulla il caso, che il primo di questi eoni, il logos o Verbo di Dio, della stessa sostanza del padre, discendesse su la terra per liberare dal vizio e dall'errore il genere umano, e per inviarlo sul sentiero della vita e della immortalità; ma il domma dell'eternità e le idee di corruzione inerenti alla materia, infettarono le prime Chiese d'Oriente. Gran numero di proseliti pagani era ritroso a credere che uno Spirito celeste, una porzione indivisa della prima Essenza, si fosse personalmente incorporata ad una massa di carne impura e corrotta; il perchè pieni di zelo per la Divinità di Gesù Cristo furono dalla devozione indotti a negarne l'umanità. Fumava ancora sul monte Calvario il suo sangue[16], quando i doceti, Setta asiatica assai numerosa, e dotta, inventarono il sistema fantastico propagato poscia dai Marcioniti, da' Manichei, e da' Gnostici d'ogni denominazione[17]. Non vollero ammettere la verità e autenticità degli Evangeli nella parte che riguarda la concezion di Maria, la nascita di Gesù Cristo, e i trent'anni che precedettero l'esercizio del suo ministero. Sulle sponde del Giordano era egli comparso da prima in tutta la perfezione della forma umana, ma non era, diceano quegli Eresiarchi, se non se una forma, non già una sostanza; era una semplice figura umana creata dal Dio onnipotente ad imitare la facoltà e le azioni d'un uomo, ed a fare continua illusione ai sensi de' suoi amici e nemici. Da suoni articolati erano penetrate le orecchie dei Discepoli; ma l'immagine che s'imprimeva sul loro nervo ottico ricusava la prova più positiva del fatto, e godeano della presenza spirituale, non della corporale del figlio di Dio. Invano sfogarono i Giudei la rabbia sopra un fantasma impassibile, e le mistiche scene della passione e morte, della risurrezione e ascensione di Gesù Cristo, furono rappresentate sul teatro di Gerusalemme a pro del genere umano. Se si rispondeva ai Doceti, che così fatta farsa, che una soperchieria sì continuata indegne erano del Dio di verità, essi s'andavano giustificando colla dottrina delle pie frodi ammessa da sì gran numero di fratelli ortodossi. Nel sistema dei Gnostici, il Jehovah d'Israele, il Creatore di questo Mondo sublunare, fu uno spirito rivoltoso, o per lo meno ignorante. Il figlio di Dio è venuto sulla Terra per abolire il tempio e la legge di Jehovah, e per ottenere questo intento salutare si è bravamente prevalso delle speranze e delle predizioni d'un Messia temporale.