[19.] Ita est in oratione senex mente confusus eo quod illam ανθρωπομορφον imaginem deitatis, quam proponere sibi in oratione consuerat aboleri, de suo corde sentiret, ut in amarissimos fletus, crebrosque singultus repente prorumpens, in terram prostratus cum ejulatu validissimo proclamaret «heu me miserum! tulerunt a me Deum meum, et quem nunc teneam non habeo, vel quem adorem, aut interpellem jam nescio». (Cassiano, Collation. X, 2).
[20.] S. Giovanni e Cerinto (A. D. 80, Le Clerc, Hist. eccl. p. 493) s'incontrarono a caso nei bagni pubblici d'Efeso; ma l'Apostolo si scostò dall'eretico per tema che gli cadesse in capo l'edificio. Questa goffa storiella, rigettata dal dottor Middleton (Miscellaneous Works, vol. 2), è narrata per altro da S. Ireneo (III, 3) sulla testimonianza di Policarpo, e probabilmente s'accordava colla notizia che avevasi dell'epoca in che visse Cerinto, e del luogo da lui abitato. La versione di S. Giovanni (IV, 3) ο λυει τον Іησουν, caduta in disuso, benchè sembri la vera, allude alla doppia Natura insegnata dall'eretico Cerinto.
[21.] Il sistema dei Valentiniani era assai complicato e quasi incoerente, 1. Il Cristo e Gesù erano Eoni, ma la virtù non era in essi allo stesso grado; uno agiva come l'anima ragionevole, e l'altro come lo spirito divino del Salvatore. 2. Nel momento della passione si ritirarono amendue, e non lasciarono che un'anima sensitiva e un corpo umano. 3. Questo corpo medesimo era etereo, e forse soltanto apparente. Queste sono le conseguenze che deduce Mosemio dopo molto studio; ma dubito assai, che il traduttore latino non abbia inteso S. Ireneo, o che S. Ireneo e i Valentiniani non si capissero bene fra loro.
[22.] Gli eretici abusarono di quella esclamazione dolorosa di Gesù Cristo «Dio mio! Dio mio! perchè m'hai tu abbandonato?» Rousseau che ha fatto un paragone eloquente, ma sconvenevole, tra Gesù Cristo e Socrate, si dimentica, che il filosofo moribondo non si lascia fuggir di bocca parola d'impazienza, e di disperazione. Questo sentimento può non essere apparente che nel Messia; e si è detto a ragione, che queste parole mal sonanti altro non erano che l'applicazione d'un salmo o d'una profezia.
[23.] L'Autore doveva ommettere il termine improprio inconvenienti, e porne un altro che esprimesse la fiacchezza della mente umana, che non può giungere a comprendere il Mistero, che ha tutti i motivi di credibilità, presentatici dalla teologia, per essere creduto.
L'incomprensibile Mistero dell'Incarnazione copre d'un velo i così detti inconvenienti dell'Autore, e non presenta al vero credente che l'opera dell'amore misericordioso di Dio per salvare gli Uomini, la quale è sì grande, e sì maravigliosa da essere da teologi considerata maggiore di quella della stessa Creazione. Ciò che dopo dice il dotto Autore non è che l'esposizione esatta, e ragionata delle eresie, ossia opinioni condannate successivamente dai quattro primi Concilii generali di Nicea, di Costantinopoli, d'Efeso, e di Calcedonia, nel quarto e quinto secolo, i quali interpretando rettamente le espressioni degli Evangelici, e combinandole, (Vedi Acta Conc. Nic. I, Conc. Constan. I, Ephes. et Chalc., I in Labbè Collectio Magna, et amplissima Conciliorum etc.) determinarono, distendendo il Credo, o condannando le eresie, quella credenza, che dovevasi avere contro le torte opinioni, e partiti furiosi, che scompigliarono, e continuarono lungo tempo a trambustare, anche dopo le decisioni, la Chiesa, e lo Stato perfino con grandi massacri: il tempo la cui azione non cessa, mai, i decreti, e la forza degli Imperatori cattolici vennero in soccorso della pronunciata ortodossia, e posero fine a' mali delle controversie teologiche, che laceravano le province del romano Impero. (Nota di N.N.)
[24.] Questa frase energica può giustificarsi con un passo di S, Paolo (I Tim. III, 16); ma le Bibbie moderne c'ingannano[*]. La parola ὄ (il quale) fu cangiata in Costantinopoli, sul cominciar del secolo decimosesto, in θεος (Dio). La verace ed evidente versione secondo i testi latino e siriaco sussiste tuttavia nei raziocini dei Padri greci e de' Padri latini; ed Isacco Newton ha benissimo scoperto questa frode non che quella dei tre testimoni di S. Giovanni (Vedi le sue due lettere, tradotte dal Signor di Missy, nel Giornale Britannico tom. XV, p. 148-190; 35-390). Esaminai le ragioni allegate dall'una parte e dall'altra, e mi sono sottoscritto all'autorità del primo tra i filosofi, versatissimo nelle discussioni teologiche e critiche.
* Se l'Autore dice d'essere persuaso di ciò che scrisse il Newton, che non ha nelle materie ecclesiastiche autorità, ciò non prova che la frode sia vera: è vero che non sarebbe facile il provare non esservi mai state le così dette pie frodi in cose per altro di non grande momento, e non intrinseche alla religione; ma bisognava in particolare provare questa. (Nota di N. N.)
[25.] Vedi intorno Apolinare e la sua Setta, Socrate (l. II, c. 46: l. III, c. 16), Sozomeno (l. V, c. 18; l. VI, c. 25-27), Teodoreto (l. V, 3, 10, 11 ), Tillemont (Mém. eccl. tom. VII, p. 602-638, not. p. 789-794, in 4. Venise 1732). I Santi che vissero ai suoi giorni parlavano sempre del vescovo di Laodicea come di un amico e d'un fratello; lo stile degli storici più recenti ha l'impronta dell'acrimonia e dell'inimicizia. Filostorgio lo paragona (l. VIII, c. 11-15) a S. Basilio e a S. Gregorio.
[26.] Due prelati dell'Oriente, Gregorio Abulfaragio, primo Giacobita di quella parte del Mondo, ed Elia, metropolitano di Damasco, addetto alla Setta di Nestorio (Vedi Asseman, Bibl. orient., t. II, p. 291; t. III, p. 514, ec.) confessano, che i Melchiti, i Giacobiti, i Nestoriani ec. andavan d'accordo sulla dottrina, e non differivan che sull'espressione. Basnagio, Le Clerc, Beausobre, La Croze, Mosemio e Jablonski sono inclinati a questa caritatevole opinione, ma lo zelo di Petavio è veemente ed adiroso, e appena Dupin lascia traspirare la sua moderazione.