A. D. 800-1100
Ne' secoli nono, decimo e undecimo dell'Era cristiana, il regno dell'Evangelo e della Chiesa, si estese sulla Bulgaria, l'Ungheria, la Boemia, la Sassonia, la Danimarca, la Norvegia, la Svezia, la Polonia e la Russia[151]; e rinovatisi i trionfi dell'appostolico zelo in questa età di ferro del Cristianesimo, le contrade settentrionali e orientali dell'Europa, si sottomisero ad una religione, la quale più nella parte teoretica, che nella pratica dal culto degli idoli differiva[152]. Una lodevole ambizione conduceva i monaci dell'Alemagna e della Grecia per mezzo alle tende e alle capanne dei Barbari. La povertà, la fatica, i pericoli furono il retaggio di questi primi missionarj della Fede: armati di operoso e paziente coraggio, le loro intenzioni erano pure, e degne di stima: nè miglior ricompensa poteano aspettarsi fuor della testimonianza della loro coscienza e della venerazione di un grato popolo. Ma gli orgogliosi e ricchi prelati de' tempi posteriori, il frutto di queste missioni raccolsero. Volontarie furono le prime conversioni, nè i missionarj aveano altr'armi, che la santità de' costumi, e l'eloquenza de' loro discorsi: per via di miracoli e di visioni combatteano le favole domestiche dei Pagani: e a meglio sedurre i governanti ne lusingavano la vanità, e agli interessi dei medesimi davano opera. I Capi delle nazioni, ai quali i titoli di re e di santi largivansi[153], credevano opera legittima e pia il sottomettere alla Fede cattolica i loro sudditi e i lor vicini. La costa del Baltico, dall'Holstein sino al golfo di Finlandia, a nome e sotto la bandiera della Croce fu invasa: la conversione della Lituania operata nel secolo decimoquarto al regno della idolatria pose termine. Un riguardo di verità e buona fede ne costrigne a confessare che la conversione del Nort, molti vantaggi agli antichi e ai nuovi cristiani produsse. Se i precetti del Vangelo, che raccomandano la carità e la pace, non poterono estinguere il furor della guerra connaturale alla specie umana, e se l'ambizione dei principi cattolici ha nondimeno rinovate in tutti i secoli le calamità che a questo flagello si uniscono, almeno l'avere ammessi i Barbari nel seno della civile ed ecclesiastica società, liberò l'Europa dai devastamenti che per mare e per terra operavansi dai Normanni, dagli Ungaresi e dai Russi, e appresero questi a rispettare il sangue umano, e divennero coltivatori[154]. Aggiugnendosi la prevalenza del clero ad istituir leggi e a consolidare il buon ordine, i popoli selvaggi conobbero gli elementi delle Arti e delle Scienze. Mossi da una saggia pietà i Principi russi, ebbero l'intendimento di chiamare al proprio servigio i più abili fra i Greci, affinchè abbellissero la città, e ne ammaestrassero gli abitanti. Vidersi, benchè informemente, imitati e copiati nelle chiese di Kiovia e di Novogorod la cupola e i quadri di S. Sofia; gli scritti dei Padri vennero tradotti in lingua schiavona, e trecento nobili giovani si trovarono sollecitati, o costretti a frequentare le lezioni del collegio di Jaroslao. Parrebbe, che quanto ai progressi nelle cognizioni, i Russi avessero dovuto ottenere grandi vantaggi dagli speciali vincoli per cui stretti erano alla Chiesa e allo Stato di Costantinopoli, che in que' tempi, nè a torto, dell'ignoranza de' Latini rideansi. Ma la nazione greca vivea nella schiavitù, isolata, e in uno stato di rapido scadimento: dopo la caduta di Kiovia, la navigazione del Boristene fu trascurata; e intanto che i Sovrani della città di Volodimir e di Mosca si trovavano disgiunti dal mare e dal rimanente della Cristianità, i Tartari fecero soffrire a quella Monarchia divisa in parti il vergognoso giogo della barbarie[155]. I regni degli Schiavoni e degli Scandinavi, convertiti dai missionarj latini, trovavansi per vero dire sottomessi alla giurisdizione spirituale e alle pretensioni temporali de' Papi[156]. Ma avendo abbracciata la stessa lingua e lo stesso culto di Roma, assunsero lo spirito libero e generoso della Repubblica europea, e a poco a poco dalla luce del sapere che splendè in Occidente, anch'essi furono rischiarati.
CAPITOLO LVI.
I Saracini, i Franchi e i Greci in Italia. Prime avventure de' Normanni, e colonie poste da essi in questa parte dell'Europa. Indole e conquiste di Roberto Guiscardo duca della Puglia. Liberazione della Sicilia operata da Ruggero, fratello di Guiscardo. Vittoria sugl'imperatori dell'Oriente e dell'Occidente da Roberto riportata. Ruggero, re di Sicilia, invade l'Affrica e la Grecia. L'imperatore Manuele Comneno. Guerra tra i Greci e i Normanni. Estinzione de' Normanni.
A. D. 840-1017
Le tre grandi nazioni dei mondo, i Greci, i Saracini e i Franchi, venute fra loro a scontro, sul teatro dell'Italia si combatterono[157]. Le province meridionali che formano oggidì il regno di Napoli, erano quasi per intero sottomesse ai duchi Lombardi principi di Benevento[158], sì formidabili in guerra, che il genio di Carlomagno per un momento arrestarono, e pel progresso delle cognizioni fervorosi tanto, che nella loro Capitale un'accademia di trentadue filosofi o grammatici mantenevano. Dalle rovine e dallo smembramento di questo Stato, un giorno sì florido, sorsero i principati di Benevento, di Salerno e di Capua, rivali fra loro; e l'ambizione o la sete della vendetta accecò tanto le diverse fazioni, che a chiamar s'indussero i Saracini, onde videro per lor colpa il proprio retaggio divenir preda degli stranieri. Due secoli di calamità oppressero l'Italia, tribolata da una sequela di crudeli disastri, che gli oppressori della medesima non valevano a ristorare con quella unione e tranquillità, cui solamente da una conquista ben assodata è lecito lo sperare. I vascelli de' Saracini soventi volte, e quasi ogni anno dal porto di Palermo salpavano: con troppa indulgenza gli accoglieano i Cristiani di Napoli. Più spaventosi armamenti la costa d'Affrica somministrava; e non rare volte accadea che persin gli Arabi dell'Andaluzia venissero or per soccorrere i Musulmani, or per rispingerli, se per professata Setta da lor differivano. Nel corso delle terrene vicissitudini, le Forche Caudine ebbero la seconda volta il destino di nascondere un aguato. Il sangue degli Affricani una seconda volta i campi di Canne innaffiò, e nuovamente per variate vicende, il Sovrano di Roma, ora assalì, ora difese le mura di Capua e di Taranto. Una colonia di Saracini stanziata erasi a Bari, che domina l'ingresso del golfo Adriatico, e devastando costoro, senza distinguere nè popoli, nè persona, i paesi de' Greci e de' Latini, entrambi gli Imperatori irritati, per la vendetta comune, si collegarono. Basilio il Macedone, primo della sua stirpe, e Luigi pronipote di Carlomagno[159], sottoscrissero una lega offensiva, ove ciascuna delle due parti obbligossi a fornire le cose all'altra mancanti. Ma l'Imperator greco non potea, senza commettere un atto d'imprudenza, inviare in Italia le sue truppe che campeggiavano nell'Asia, nè i Latini guerrieri bastavano di per sè stessi a difendersi, a meno che il navilio bisantino l'ingresso del golfo padroneggiasse. La fanteria dunque de' Franchi, la cavalleria e le galee de' Greci, il Forte di Bari assediarono: e l'Emiro arabo, dopo essersi difeso per quattro anni, alla clemenza di Luigi, che le fazioni dell'assedio comandava in persona, si sottomise. Mercè una tal lega, i due Imperatori questa rilevante piazza possedeano in comune; ma non andò guari che lamentele, eccitate da scambievole orgoglio e gelosia, il lor buon accordo turbarono. Attribuendosi i Greci il merito della conquista, e la gloria del trionfo, e vantando la grandezza delle proprie forze, derideano l'intemperanza, e la dappocaggine di una mano di Barbari che militava sotto le bandiere del principe Carlovingio. La risposta che ai costoro motteggi egli fece, spira tutta l'eloquenza della indignazione e della verità. «Noi confessiamo la grandezza de' vostri apparecchi, dicea il pronipote di Carlomagno; i vostri eserciti di fatto erano numerosi, come que' nugoli di locuste che oscurano un giorno della state, ma dopo corto battere d'ali, e poca estesa volata, estenuate e sfiatate cadon per terra. Simili a questi insetti, dopo un debole sforzo siete caduti; vinti per colpa di vostra infingardaggine, avete abbandonato il campo di battaglia per affrontare e spogliare i Cristiani della costa di Schiavonia, che son nostri sudditi. Il numero de' nostri guerrieri, voi dite, era scarso; e perchè ciò? perchè stanco io d'aspettarvi, avea licenziato il mio esercito, nè conservai che pochi scelti soldati per continuare le fazioni dell'assedio di Bari. Se alla presenza del pericolo e della morte, si sono abbandonati ai diletti de' lor conviti ospitali, cotali feste hanno forse il vigore delle loro imprese scemato? È forse la vostra frugalità che ha rovesciate le mura di Bari? Non son questi i prodi Franchi, che, comunque scemati di numero, dalle fatiche e dalle infermità, posero alle strette e debellarono i tre più possenti emiri dei Saracini? Non è la rotta di questi emiri che ha affrettato l'arrendersi della città? Bari è caduta. Lo spavento si è impadronito di Taranto; la Calabria sarà liberata; e padroni noi del mare, non sarà difficile il ritogliere la Sicilia dalle mani degl'Infedeli. Mio fratello, aggiugneva (e nulla eravi di più atto a trafiggere la greca vanità, quanto questa denominazione di fratello), affrettate i soccorsi marittimi che mi dovete somministrare; rispettate i vostri confederati, e degli adulatori fidatevi meno[160]».
A. D. 890
Ma la morte di Luigi, e la debolezza della dinastia de' Carlovingi, le sublimi speranze de' Franchi mandarono a vuoto; e qual che si fosse quella delle due nazioni, cui l'onore di avere soggiogata Bari si appartenea, certamente gl'imperatori greci, Basilio, e Leone figlio di lui, tutto il frutto ne colsero. O per amore o per forza, la Puglia e la Calabria li riconobbero per sovrani; una linea ideale condottasi dal monte Gargano alla baia di Salerno, dà a divedere, come la maggior parte del regno di Napoli fosse all'Impero d'Oriente soggetta. Oltre questa linea stavano i duchi, o le repubbliche di Amalfi[161] e di Napoli, le quali non avendo mai trasgrediti i doveri del vassallaggio, godeano i felici effetti di aver vicino il lor Sovrano legittimo; e soprattutto Amalfi arricchivasi pel commercio che delle produzioni e de' lavori dell'Asia, aperto avea colla Europa; ma i principi lombardi di Benevento, di Salerno e di Capua[162], fecero spesse volte a lor malgrado causa separata dalle province greche, e violarono la promessa di sommessione e tributo che aveano pattuita. La città di Bari, fattasi più ricca e più grande, divenne la metropoli del nuovo tema, ossia della nuova provincia della Lombardia: l'ufiziale posto a comandarla, ottenne il titolo di Patrizio, indi la singolare denominazione di Katapan[163]: l'amministrazione della Chiesa e dello Stato, regolate vennero in guisa, che dal trono di Costantinopoli dovettero affatto dipendere. Gli sforzi operati dai principi d'Italia per contendere ai Greci questa possanza, di vigore e d'accordo mancarono; e quanto agli sforzi delle soldatesche alemanne, che capitanate dagli Ottoni scendeano l'Alpi, i Greci a rispingerli, o a mandarli a vuoto pervennero. Il primo, e il più grande di cotesti imperatori sassoni, si vide costretto ad abbandonare l'assedio di Bari; il secondo, dopo avere perduti i più coraggiosi fra i suoi vescovi e baroni, ebbe a ventura il potere ritirarsi con onore dopo la sanguinosa battaglia di Crotone. Trionfò de' Franchi il valore de' Saracini, comunque le squadre di Bisanzo avessero dianzi proibite le Fortezze e le coste dell'Italia a questi corsari; ma l'interesse sulla superstizione o il risentimento la vinse: e il califfo di Egitto spedì in soccorso del suo confederato cristiano quarantamila Musulmani. I successori di Basilio II[164] si lasciarono persuadere che la conquista e la conservazione della Lombardia doveano unicamente alla giustizia delle proprie leggi, alla virtù de' proprj ministri, alla gratitudine di un popolo liberato per essi dall'anarchia e dall'oppressione. Una sequela di ribellioni non potè a meno però di portar qualche lume sul vero stato delle cose alla Corte di Costantinopoli, sinchè poi la rapidità de' buoni successi ottenuti dai venturieri normanni dileguasse affatto gli abbagli che l'adulazione aveva nudriti.
L'instabilità delle umane cose in trista guisa apparisce dall'instituire un confronto tra lo Stato della Puglia e della Calabria nel decimo secolo dell'Era cristiana, e tra quel che erano state queste province ai tempi di Pitagora. Nella più remota di queste due epoche, la costa della Magna Grecia (così nomavasi allora l'Italia) abbondava di città libere, opulenti, e piene di soldati, di artisti e filosofi, intanto che le forze militari di Taranto, di Sibari, di Crotone, in nulla cedeano a quelle di un poderosissimo regno. Nel secolo di cui scriviamo la storia, le stesse province erano in preda all'ignoranza, tribolate dalla tirannide, spopolate dalla guerra co' Barbari; nè forse abbiam luogo di apporre troppo severamente la taccia di avere esagerato ad un autore di quei tempi che ne le dipinse «vaste e fertili regioni, devastate, come la Terra dopo il diluvio universale lo fu[165].» A conoscere quali devastazioni gli Arabi, i Franchi, e i Greci nell'Italia meridionale operassero, sceglierò due o tre fatti opportuni parimente a dimostrare i costumi degl'invasori.