[442.] Per compiacere la puerile vanità della Casa d'Este[*] il Tasso ha inserito nel suo poema, e nella prima Crociata un eroe favoloso, il valente e innamorato Rinaldo. Forse ei prese ad imprestito questo nome da un Rinaldo decorato dell'Aquila bianca estense, che vinse l'Imperatore Federico I (Storia imperiale di Ricobaldo, nel Muratori, Script. Ital., t. X, p. 360; Ariosto, Orlando furioso); ma primieramente la distanza di sessant'anni fra la gioventù de' due Rinaldi, distrugge la loro identità; in secondo luogo, la Storia imperiale è una invenzione del Conte Boiardo, architettata sul finire del secolo XV (Muratori, p. 281-289). Per ultimo questo secondo Rinaldo e le sue imprese, non sono men favolose di quelle dell'altro Rinaldo cantato dal Tasso (Muratori, Antichità estensi, t. I, p. 350).
* Più antica di Virgilio, il quale assegna per antenati ad Augusto i pronipoti di Venere, figlia di Giove, è la compiacenza dei potenti nel veder immortalate le loro prosapie dal canto de' sommi poeti; e meglio che puerile potremmo chiamarla, una vanità ingenita nella natura umana. Nel caso particolare poi, chi conosce la vita e le sfortune del Tasso, potrà facilmente persuadersi che la finzione da esso inventata ad onore di una famiglia, la quale non manca d'uomini illustri, anche senza ricorrere a finzioni, gli fu suggerita da desiderio di rendersi accetto ai suoi padroni, anzichè da una brama da essi spiegata di voler essere onorati in tal guisa. (Nota dell'Editore)
[443.] Due etimologie vengono assegnate alla parola gentilis, gentiluomo. L'una deriva dai Barbari del quinto secolo prima arrolatisi come soldati, divenuti indi conquistatori dell'Impero Romano, i quali dalla loro straniera origine traevano vanità. L'altra dall'opinione de' giureconsulti che hanno per sinonimi i vocaboli gentilis ingenuus. Alla prima etimologia inclina il Selden; la seconda più spontanea, è anche la più probabile.
[444.] Framea scutoque juvenem ornant. Tacito, Germania, c. 13.
[445.] Gli esercizj degli atleti, soprattutto il cesto e il pancrazio, vennero biasimati da Licurgo, da Filoppemene e da Galeno, vale a dire da un legislatore, da un Generale e da un medico. Contro la censura di questi il lettore può leggere la difesa che ne ha fatto Luciano nell'elogio di Solone (V. West, sui Giuochi olimpici nel suo Pindaro, v. II, p. 86-96, 245-248).
[446.] Nelle opere del Selden (t. III, part. I. I Titoli di onore: part. II, c. 1-3, 5-8) trovansi molto estese descrizioni intorno la cavalleria, il servigio dei cavalieri, la nobiltà, il grido di guerra, gli stendardi e i tornei. V. anche il Ducange (Gloss. lat. t. IV, p. 398-412 ec., Diss. intorno al Joinville, l. VI, al XII, pag. 127-142, 165-222), e Mémoires de M. de Sainte-Palaye sur la Chevalerie.
[447.] L'opera Familiae dalmaticae del Ducange è arida ed imperfetta; gli storici nazionali troppo moderni e favolosi: troppo lontani e trascurati gli storici greci. Nell'anno 1004, Colomano diede per confini al paese marittimo Salona e Trau (Katona, Hist. crit. t. III, p. 195-207).
[448.] Scodra, presso Tito Livio, sembra essere stata la capitale o la Fortezza di Genzio, re degl'Illirici, arx munitissima, indi non colonia romana (Cellarius, t. I, p. 393-394), che ha preso poi il nome di Iscodar, o Scutari (D'Auville, Géogr. ancien., t. I, p. 164). Il Sangiacco, oggidì Pascià di Scutari, o Sceindeire, era l'ottavo sotto il Beglierbeg di Romania, e somministrava seicento soldati sopra una rendita di settantottomila settecento ottantasette risdaleri. (Marsigli, Stato militare dell'Impero Ottomano p. 128.)
[449.] In Pelagonia castrum haereticum... spoliatum cum suis habitatoribus igne combussere. Nec id eis injuria contigit: quia illorum detestabilis sermo et cancer serpebat, jamque circumjacentes regiones suo pravo dogmate faedaverat (Roberto Mon., p. 36, 37). Dopo avere freddamente raccontato il fatto, l'arcivescovo Baldricco aggiugne come un elogio: Omnes, siquidem illi viatores, Judaeos, haereticos, Saracenos aequaliter habent exosos; quos omnes appellant inimicos Dei (p. 92).
[450.] Αναλαβομενος απο Ρωμης την χρυσην του’ Αγιου Πετρου σημαιαν, levando da Roma tutto l'oro monetato di S. Pietro (Alexiad., l. X, p. 288).