Tutto inteso al suo grande divisamento, Michele visitò in persona ciascuna Fortezza della Tracia, e le guernigioni ne accrebbe. Dopo avere scacciati gli avanzi de' Latini dagli ultimi possedimenti che lor rimanevano, diede assalto al sobborgo di Galata, ma infruttuosamente; perchè quel Barone che perfidamente mantenea corrispondenza coi Greci, o non potè, o non volle aprirgli le porte della Capitale. All'apparire della successiva primavera, Alessio Strategopolo, generale favorito di Michele, e insignito da questo del titolo di Cesare, attraversò l'Ellesponto conducendo seco ottocento uomini a cavallo, ed alcune truppe d'infanteria[171] che servir doveano ad una spedizione segreta. Gli ordini avuti dal ridetto generale erano di avvicinarsi a Costantinopoli, di esplorare attentamente tutte le cose, e curare le occasioni che si potessero offrire ad ultimi tentativi; però di astenersi da ogni impresa o dubbia, o pericolosa contro della città. Abitava nelle vicinanze della Propontide e del mar Nero una schiatta ardimentosa di villani e di malviventi, avvezzi all'armi e di incerta fede, pure e per linguaggio e religione comuni, e per le viste del momentaneo interesse maggiormente affezionati alla parte de' Greci. Nomati venivano i Volontarj[172], e come tali offersero servigio al generale di Michele, il cui esercito, accresciuto dagli ausiliari Comani sommò allora a venticinquemila uomini[173]. Eccitato dall'ardore di questi Volontarj, e dalla sua propria ambizione, il nuovo Cesare trasgredì i comandi del suo Signore, colla fondata fiducia che il buon successo farebbe della inobbedienza le scuse. Pertanto i Volontarj che, qual gente posta continuamente in istato di guatare i Latini, ne conoscevano la debolezza, la stremità, la paura, additarono quel momento come il più propizio a sorpendere e ad occupare Bisanzo. Un giovine imprudente posto ivi da poco tempo al governo della Colonia veneta, partito erane con trenta galee, traendo seco il fiore de' Cavalieri francesi ad una folle impresa contro Dafnusia, città situata in riva al mar Nero, e distante quaranta leghe da Costantinopoli; i rimanenti Latini vi mancavano di forze, e si stavano nella sicurezza. Non che ignorassero il passaggio dell'Ellesponto operato da Alessio; ma dissipati i loro primi timori dall'intendere qual piccola forza lo accompagnasse, non pensarono tampoco a ricercare se questa si fosse aumentata. Nel campo greco le cose erano apparecchiate in tal modo, che Alessio lasciandosi addietro il suo corpo d'esercito ad una distanza opportuna per venirgli all'uopo in soccorso, potea, protetto dalle tenebre, innoltrarsi con una scelta scorta. Nel medesimo tempo che alcuni della spedizione avrebbero poste le scale alla parte più bassa delle mura, di dentro sarebbesi trovato pronto un vecchio Greco, il quale avea promesso introdurre per una via sotterranea fino alla propria casa una parte de' suoi compatriotti; e questi di lì sarebbersi trasferiti alla porta d'Oro che da lungo tempo più non si apriva, ed atterrati dalla parte interna i battitoi, i Greci doveane trovarsi padroni di Bisanzo, prima che i Latini fossero stati avvertiti del loro pericolo. Dopo essere stato perplesso per qualche tempo, Alessio si abbandonò allo zelo dei Volontarj, che ardimentosi, e pieni di fiducia riuscirono, talchè quanto ho narrato sul divisamento dell'impresa, basta ad additarne l'adempimento e il buon successo[174]. Per vero dire Alessio, oltrepassata appena la soglia della porta d'Oro, tremò egli stesso sulla propria temerità; fermossi, deliberò, ma lo costrinse l'ardir disperato de' Volontarj, che gli mostrarono quasi impossibile in quel momento, e più pericolosa dell'assalto la ritirata. Intanto che Alessio tenea le sue truppe regolari in ordine di battaglia, i Comani si sparsero per tutte le bande: fu sonato a raccolta: e le minacce di saccheggio e d'incendio che si udivano per ogni dove obbligarono gli abitanti ad appigliarsi a un partito. I Greci di Costantinopoli manteneano affetto agli antichi loro Sovrani. I mercatanti genovesi rispettavano la recente lega che la loro Repubblica col Principe greco aveva contratta ed odiavano i Veneziani; in tutti i rioni si presero l'armi; l'aere risonò di una acclamazione generale: «Vittoria e lunga vita a Michele e a Giovanni, gli augusti Imperatori de' Romani.» Queste grida svegliarono Baldovino; ma l'imminenza stessa di un tanto pericolo non valse a fargli sguainare la spada in difesa di una città, dalla quale gli era forse più conforto che rincrescimento l'allontanarsi. Corse alla riva, ove scorse per sua ventura le vele di quella flotta che tornava addietro dalla sua vana spedizione contro Dafnusia. Vedendosi che Costantinopoli era perduta senza riparo, Baldovino, e le primarie famiglie latine s'imbarcarono sulle galee veneziane, che dopo avere veleggiato all'isola di Eubea, di lì condussero in Italia l'augusto fuggitivo, che trovò presso il Pontefice romano un'accoglienza in cui la compassione e lo sprezzo si avvicendavano. Dal momento della perduta sua capitale, fino a quel della morte, Baldovino impiegò tredici anni in sollecitazioni alle Potenze cristiane, affinchè si collegassero per rimetterlo in trono; supplica che gli era già famigliare; nè si mostrò in quest'ultimo esilio, o più indigente o più avvilito di quello che egli era apparso nelle sue tre prime peregrinazioni alle Corti d'Europa. Il figlio di lui, Baldovino, ereditò dal padre il vano titolo d'Imperatore, e Catterina figlia di questo, divenuta sposa di Carlo di Valois, fratello di Filippo il Bello Re di Francia, gli portò in dote le sue pretensioni. La linea femminina della casa di Courtenai trasportò successivamente le avite prerogative titolari in diverse famiglie, sintantochè il titolo d'Imperatore di Costantinopoli, apparso troppo fastoso e sonoro per essere unito al nome di un privato, modestamente si spense nel silenzio e nella dimenticanza[175].
Dopo avere raccontate le spedizioni de' Latini nella Palestina e a Costantinopoli, non mi è lecito abbandonare questo argomento, senza esaminare gli effetti prodotti dalle Crociate ne' paesi che furono teatro delle medesime, e sulle nazioni che ne furono i personaggi[176]. L'impressione fatta dai Franchi nei regni maomettani dell'Egitto e della Sorìa si dileguò col loro sparire, benchè la ricordanza di questi conquistatori vi fosse rimasta. I fedeli discepoli di Maometto non sentirono mai la profana brama di studiar le leggi o l'idioma degli idolatri[177]; nè gli affari che ebbero o per leghe, o per ostilità cogli stranieri dell'Occidente, alterarono, poco, o assai, la primitiva semplicità de' loro costumi. Alquanto meno inflessibili si mostrarono i Greci, che essendo vanagloriosi, ambiziosi credeansi; e negli sforzi che operarono per ricuperare l'Impero, altri ne fecero per pareggiare in valore, in disciplina, in saper militare, i loro avversarj. Aveano giusto motivo di disprezzare quella letteratura che allor possedeano le contrade dell'Occidente; pure lo spirito di libertà che vi dominava avendo svelata ad esse una parte de' diritti comuni a tutti gli uomini, alcune fra le istituzioni pubbliche e private de' Francesi vennero da loro adottate. La corrispondenza di Costantinopoli coll'Italia dilatò l'uso dell'idioma latino, onde alcuni Padri ed autori classici ottennero onore di traduzione fra i Greci[178]. Ma la persecuzione die' forza allo zelo religioso e alle opinioni pregiudicate dei Cristiani dell'Oriente, talchè il regno de' Latini confermò la separazione delle due Chiese.
Se ne' secoli delle Crociate, confrontiamo fra loro i Latini dell'Europa, i Greci, e gli Arabi, se esaminiamo i diversi gradi di sapere, de' progressi dell'arti e dell'industria allignate fra questi popoli, certamente non concederemo ai rozzi nostri progenitori che una terza sede fra le nazioni venute a civiltà: i loro successivi avanzamenti, la supremazia che ai nostri giorni hanno ottenuta gli Europei, vuolsi attribuire ad una energia particolare della loro indole, ad uno spirito d'imitazione e di sedulità sconosciuto ai lor rivali, ne' tempi ancora che li superavano, e presso i quali le facoltà dell'ingegno trovavansi allora stazionarie, o piuttosto a retrogradare inclinate. Dotati delle qualità morali da noi indicate i Latini, non è maraviglia se trassero vantaggi immediati ed essenziali da una serie di avvenimenti che dispiegando ai loro sguardi tutta la scena del Globo, li poneano in lunghe e frequenti comunicazioni coi popoli più colti dell'Oriente. I progressi primaticci, e più manifesti, apparvero nel commercio, nelle manifatture e nell'arti, dalle quali nascono la più ardente brama delle ricchezze, il bisogno de' piaceri, gli allettamenti della vanità. In mezzo anche ad una folla di fanatici, potea trovarsi un prigioniero o un pellegrino, capace di por mente ad un trovato ingegnoso del Cairo o di Costantinopoli; e comunque la Storia non gli abbia pagato un tributo debito di gratitudine, colui che ne portò da que' paesi il modello de' mulini a vento[179], merita un nome fra i benefattori delle nazioni. Fra i vantaggi di questa dilatata corrispondenza vogliono parimente essere annoverati i godimenti del lusso, lo zucchero e i drappi di seta, venuti in origine dalla Grecia e dall'Egitto. Più tardi i Latini sentirono i bisogni dell'intelletto, onde più lentamente andarono nel soddisfarli. Cagioni d'altra natura, e più moderni avvenimenti, destarono in Europa la curiosità, madre dello studio: ma nel secolo delle Crociate, la letteratura de' Greci e degli Arabi non inspirava che indifferenza agli Europei. Forse adattarono alla pratica alcuni principj di medicina, alcune figure di matematica; la necessità potè far nascere alcuni interpreti di lieve conto che servissero ai diversi bisogni de' mercatanti e de' soldati: pure il commercio cogli Orientali, non avea diffuso lo studio e la nozione delle lor lingue nelle scuole d'Europa[180]. Benchè un principio di religione simile a quello dei Maomettani dovesse fare schifi dell'idioma del Corano i Cattolici, pur sembrava che il desiderio d'intendere nel suo originale il Vangelo, avesse potuto eccitare la curiosità de' medesimi, e incoraggiarli alla pazienza di uno studio gramaticale che avrebbe loro scoperto le bellezze di Platone e di Omero. Pure, durante un regno di sessant'anni, i Latini di Costantinopoli fastidirono l'idioma e l'erudizione dei loro sudditi: e i manoscritti furono i soli tesori che invidiati a questi non vennero, e di cui nessuno pensò a dispogliarli. Vero è che le Università di Occidente tenevano Aristotile per loro oracolo; ma un Aristotile barbaro, perchè invece di ricorrere alla fonte, si erano umilmente contentate di una erronea versione composta da qualche Ebreo o Moro dell'Andaluzia. Le Crociate non avendo avuto origine che da un barbaro fanatismo, i loro effetti più rilevanti corrisposero alle cagioni. Ciascun pellegrino ambiva di tornare in patria, carico di spoglie sacre e reliquie tolte alla Grecia e alla Palestina[181], ognuna delle quali andava preceduta e seguìta da una moltitudine di visioni e miracoli; nuove leggende, la cattolica Fede[182]; nuove superstizioni, la pratica del culto alterarono. La Guerra Santa fu l'infausta sorgente, d'onde scaturirono e l'inquisizione, e i frati mendicanti, e i definitivi progressi della idolatria[183] e l'eccessivo abuso delle indulgenze. L'irrequieto spirito de' Latini cercava pascolo a spese della ragione e della religione; laonde su l'ignoranza e la cecità furono il retaggio del nono e del decimo secolo, può dirsi ancora che le favole[184] e le assurdità, il tredicesimo e il quattordicesimo contrassegnarono.
I Popoli settentrionali del Nort, che conquistarono l'Impero Romano, divenuti Cristiani, e coltivatori di fertili terreni insiem co' nativi, a poco a poco si confusero con essi, e le antiche arti richiamarono a vita. All'avvicinarsi del secolo di Carlomagno, già le loro istituzioni incominciavano ad acquistare un certo grado di ordine e di consistenza, allorchè i Normanni, i Saraceni[185] e gli Ungaresi, novelli sciami di barbari invasori, nel primo stato di anarchia e di barbarie immersero l'Occidente di Europa; seconda tempesta, che verso il principio dell'undicesimo secolo, sedarono l'espulsione, o la conversione de' nemici del Cristianesimo. La civiltà, che da sì lungo tempo parea sminuirsi e ritirarsi dall'Europa, tornò con costante rapidità a dilatarsi, schiudendo un nuovo campo di belle prove e di generosi sforzi alla nascente generazione. Laonde, convenendo io che le arti ebbero progressi rapidi e luminosi ne' due secoli delle Crociate, non ne attribuisco a queste, siccome certi filosofi, il merito; anzi opino avere esse tardati più che affrettati gli avanzamenti della coltura europea[186]. La vita e le fatiche di tanti milioni d'uomini andate a perdersi nell'Oriente, poteano con vantaggio venire impiegate al miglioramento della nativa loro contrada. Animati allora dalle aumentate produzioni del suolo e dell'industria, il commercio e la navigazione, una corrispondenza amichevole co' popoli dell'Oriente avrebbe arricchiti e nel medesimo tempo addottrinati i Latini. Non vedo che un aspetto, sotto il quale le Crociate possano aver prodotto vantaggio, o almeno fatto sparire un disordine. Gli abitatori d'Europa languivano schiavi sulle native lor glebe, privi di proprietà, di libertà, di dottrine; i Nobili e gli Ecclesiastici, ben picciola parte a confronto di tanta popolazione, venivano riguardati quali soli meritevoli del titolo d'uomini e di cittadini; sistema tirannico che gli artifizj del clero e la spada de' Baroni manteneano in vigore. Ma quanto agli ecclesiastici almeno la loro autorità aveva arrecato giovamento nei secoli della barbarie; perchè e tennero accesa la luce delle scienze, che senza di loro sarebbesi spenta del tutto, e mitigarono la ferocia de' contemporanei, e offersero asilo e soccorsi nelle loro calamità al debole e all'indigente: in somma andammo debitori ai medesimi dell'ordine civile o mantenuto, o restituito alla società. Ma l'independenza, il ladroneccio, le discordie de' Nobili a disordini e flagelli sol diedero origine; e la mano ferrea dell'aristocrazia militare qualunque speranza all'industria, ad ogni nobile sforzo troncava. Possiam riguardare le Crociate siccome una delle cagioni che più efficacemente contribuirono ad atterrare il gotico edifizio del feudale sistema. Per esse i Baroni vendettero le lor signorie, per esse una parte della loro schiatta sparita dall'Europa andò a disperdersi in queste imprese dispendiose e piene di rischio. Ridotti finalmente ad inopia, che umiliò il loro orgoglio, dovettero concedere quelle patenti di libertà che le catene dello schiavo fecero men gravose, i fondi del rustico e le officine dell'operaio affrancarono, e a gradi a gradi restituirono l'esistenza alla parte più numerosa e più utile della società. Laonde possiam dire che l'incendio distruggendo gli alberi alti, sterile ingombro della foresta, arrecò aere libero e spazio per vegetare alle piante umili e più vantaggiose di cui il terreno vestivasi.
Digressione sulla famiglia dei Courtenai.
La porpora di tre imperatori, che regnarono a Costantinopoli giustificherà, o scuserà almeno, una digressione sull'origine della Casa di Courtenai, e sopra i singolare eventi di fortuna[187] cui soggiacquero i tre rami della medesima, il primo di Edessa, il secondo di Francia, il terzo d'Inghilterra, ultimo e solo sopravvissuto alle vicissitudini di otto secoli.
A. D. 1020
Laddove il commercio non ha per anche versate le sue ricchezze, laddove la luce del sapere non penetrò a sgombrare le tenebre del pregiudizio, le prerogative della nascita con maggior forza colpiscono le menti degli uomini, e ne ottengono venerazione. In tutti i secoli, le leggi e gli usi dei Germani hanno distinti diversi gradi nella società; laonde i Duchi e i Conti che si divisero fra loro l'Impero di Carlomagno, istituirono ereditarj i loro uffizj, e in legato ai proprj figli trasmisero il loro onore, la loro spada. Le famiglie, anche più vanagloriose nel pretendere ad antica nobiltà, vedono con rassegnazione perduto in mezzo all'oscurità del Medio Evo il ceppo del loro albero genealogico, le cui radici, comunque profonde, certamente in un plebeo mettono capo; nè v'è genealogista, che non sia costretto a discendere dieci secoli dopo l'Era cristiana, per iscoprire in ordine a ciò qualche indizio, dedotto dai soprannomi, dagli stemmi, e dagli archivj. I primi crepuscoli di questa luce ci mostrano un Athon[188], cavaliere francese, di una nobiltà provata dal grado che il padre di lui occupava, benchè non se ne sappia il nome; quanto alla ricchezza del medesimo, ne abbiamo la prova nel castello di Courtenai ch'ei fabbricò nel distretto del Gatinese, situato ad ostro di Parigi in una distanza di circa cinquantasei miglia. Incominciando dal regno di Roberto, figlio di Ugo Capeto, i Baroni di Courtenai tengono distinta sede tra i vassalli che immediatamente dipendevano dalla Corona; e Josselin, pronipote di Athon, e figlio di madre nobile, vedesi registrato fra gli eroi della prima Crociata, ove accompagnò Baldovino di Bruges, secondo Conte di Edessa, e parente prossimo dello stesso Baldovino, poichè le loro madri erano sorelle. Ottenuto in feudo un principato dal suo congiunto, se ne mostrò meritevole col conservarlo degnamente; feudo che apparisce di molta importanza dal numero de' guerrieri che sotto lo stesso Josselin portarono l'armi.
A. D. 1101-1152
I. Poichè il cugino di Josselin partì per l'Europa, divenuto il secondo, conte di Edessa, sopra entrambe le rive dell'Eufrate regnò. Per saggezza di governare durante la pace, si acquistò grande numero di sudditi venutogli dall'Europa e dalla Sorìa; mentre l'assennatezza della sua amministrazione empieva i magazzini del suo Stato di grani, d'olio e di vini, le castella di cavalli, d'anni e di danaro. Nel decorso di una santa guerra di trent'anni, egli fu a vicenda vincitore e prigioniero; morì da vero soldato, tratto in lettiga a capo delle sue truppe, e gli occhi suoi moribondi si confortarono in veggendo la sconfitta de' Turchi, che sugli anni e le infermità di questo guerriero aveano fondate le loro speranze. Il figlio di lui ne ereditò il nome e i dominj; ma più valoroso che accorto, dimenticò volersi altrettanta cura per conservare uno Stato, quanta pur conquistarlo. Oltrechè, si fece a sfidare le forze de' Turchi, senza essersi assicurati i soccorsi del principe di Antiochia; trascurò fra i piaceri di Turbessel nella Sorìa[189] la sicurezza della frontiera che disgiugnea i Cristiani dagl'Infedeli al di là dell'Eufrate. Zenghi, primo degli Atabecchi, profittò della lontananza del Conte per assediare e prendere d'assalto Edessa, debolmente difesa da una truppa di timidi e perfidi Orientali. Sconfitti i Franchi nel tentativo operato per rientrare in questa città, Courtenai terminò nelle prigioni di Aleppo i suoi giorni. Comunque lasciasse tuttavia un ampio patrimonio in morendo, la vedova di lui e il figlio, ancora fanciullo, non potendo resistere agli sforzi de' vincitori, cedettero per un assegnamento annuale all'imperatore di Costantinopoli la cura di difendere e la vergogna di perdere gli ultimi possedimenti asiatici de' Latini. La vedova contessa di Edessa co' suoi due figli a Gerusalemme riparò. La figliuola di lei Agnese, divenne sposa e madre d'un Re; il figlio Josselin III, accettò l'uffizio di Siniscalco che era la primaria carica di quel regno. Obbligato, nella nuova Signoria di Palestina che al suo titolo andava congiunta, ad un contingente militare di cinquanta cavalieri, a capo de' medesimi meritò lode, e il nome di Josselin vedesi con onore menzionato in tutte le negoziazioni di guerra o di pace; ma sparito colla perdita di Gerusalemme il cognome dei Courtenai del ramo di Edessa, pe' maritaggi di due donne di questa Casa andò a perdersi nelle famiglie di due Baroni, uno alemanno, l'altro francese[190].