Ma le perdite della famiglia di Devon, giusta questo significato, superarono d'assai i doni e le spese del buon vegliardo il quale, non men dei poveri, fece scopo delle sue paterne cure gli eredi. Le somme che questi sborsarono per prendere il diritto di possessione attestano l'ampiezza de' loro fondi; e molte signorie, godute anche al dì d'oggi da questa famiglia, vi si trovano fino dal quattordicesimo e dal tredicesimo secolo. Nelle guerre, i Courtenai adempierono con onore i doveri al grado di cavalieri congiunti; spesso fu ad essi fidata la cura di reclutare e comandare le milizie della Contea di Devon e della Cornovaglia: spesse volte seguirono il lor Signore sulle frontiere della Scozia, alcune volte ancora offersero a prezzo i lor servigi militari allo straniero, condottieri di ottanta armigieri e di altrettanti arcieri. Combattettero per terra o per mare sotto gli Eduardi e gli Enrichi, e il loro nome splende famoso nelle battaglie, ne' tornei, e nella prima lista de' Cavalieri della Giarrettiera. Tre fratelli della stessa famiglia agevolarono nella Spagna la vittoria del Principe Nero. Dopo che sei generazioni di Courtenai ebbero soggiornato in Inghilterra, presero non meno de' lor compatriotti, in avversione il paese d'onde traevano la propria origine. Nella contesa delle Due Rose, i Conti di Devon essendosi posti dalla parte della Casa di Lancastre, tre fratelli successivamente perirono, o nel campo di battaglia, o sul palco. Enrico VII restituì loro i titoli e i beni; una figlia di Eduardo IV non disdegnò prendere per marito un Courtenai; il figlio di queste nozze, marchese di Exeter, vissuto per certo tempo in favore del proprio cugino Enrico VIII, nel campo dello Stendardo d'Oro ruppe lancia contro il francese Monarca; ma il favore di Enrico VIII era preludio di disgrazia, e la disgrazia, di morte; onde il marchese di Exeter si annovera fra le più illustri ed innocenti vittime della gelosia del tiranno: lo stesso figlio del marchese, Eduardo, morì, in esilio a Padova dopo aver languito lungo tempo prigioniero nella Torre di Londra. Il segreto amore che avea per esso concepito Maria, e che egli non curò forse per un riguardo ad Elisabetta, ha sparsa una vernice romanzesca sulla storia di questo giovine Conte, rinomato per sua avvenenza. Gli avanzi del suo retaggio passarono in diverse famiglie a motivo di parentele di quattro zie del medesimo. I principi che si succedettero nel trono d'Inghilterra fecero rivivere gli onori del suo grado per via di patenti, come se fossero stati legalmente aboliti. Durava intanto un altro ramo secondogenito della Casa di Courtenai, che discendeva da Ugo I, conte di Devon, famiglia, che da Eduardo III ai dì nostri, vale a dire per quattro secoli circa, è sempre rimasta nel suo castello di Powderham. Aumentato di patrimonio per regali concedimenti, e terre da dissodare ottenute nell'Irlanda, ha riacquistato di recente l'onore di appartenere alle famiglie dei Pari. Ciò nullameno i Courtenai conservano tuttavia la divisa lagrimevole che deplora lo scadimento della lor Casa e l'ingiustizia di un tale destino[202]. Non si creda però che la dolorosa rimembranza della passata grandezza li tolga al godimento della presente prosperità. Negli Annali dei Courtenai, l'epoca più luminosa è pur quella delle maggiori sciagure per essi; e un dovizioso Pari della Gran Brettagna non dee portare invidia a quegl'imperatori di Costantinopoli che trascorreano l'Europa sollecitando elemosine pel sostegno della propria dignità, per la difesa della loro Capitale.

CAPITOLO LXII.

Gl'Imperatori greci di Nicea e di Costantinopoli. Innalzamento e regno di Michele Paleologo. Finta riconciliazione del medesimo col Papa e colla Chiesa latina. Divisamenti ostili del Duca d'Angiò. Ribellioni della Sicilia. Guerra dei Catalani nell'Asia e nella Grecia. Sommossa di Atene, e stato presente di questa città.

Il dispetto di avere perduta Costantinopoli rianimò alcun poco il vigore de' Greci. I Principi e i Nobili, dimenticato il lusso de' lor palagi, corsero all'armi, e i più forti, o i più abili di questi s'impadronirono degli avanzi della monarchia. Sarebbe difficil cosa il trovare ne' lunghi e sterili volumi degli Annali di Bisanzo[203] due principi degni di essere paragonati a Teodoro Lascaris, e a Giovanni Duca Vatace[204], che collocarono e mantennero sulle mura di Nicea nella Bitinia il romano stendardo. Diversi d'indole, l'uno dall'altro, i due principi, questa medesima diversità alle condizioni in cui posti erano conveniva. Nel tempo de' suoi primi sforzi (A. D. 1204-1222), il fuggitivo Lascaris non possedea che tre città, non comandava che a duemila soldati; ma una generosa disperazione in tutti gli atti del regno suo lo sostenne; in ogni sua fazion militare, pose la sua vita e la sua corona in pericolo. Sorprese per solerzia i suoi nemici dell'Ellesponto e del Meandro; per intrepidezza pervenne a ridurli; regnando e continuando a vincere per diciotto anni diede al principato di Nicea tale estensione che ad un impero addiceasi. Fondato sopra base più salda e sostenuto da più abbondanti forze, questo trono pervenne a Vatace, genero e successore di Teodoro Lascaris. Così l'indole sua propria, come le cambiate circostanze di questo regno, condussero Vatace a calcolare ponderatamente i pericoli, a spiar le occasioni, a preparare il buon successo de' suoi ambiziosi disegni. Nel narrare la caduta dell'Impero latino, ho accennate di volo le vittorie de' Greci, il contegno prudente e i successivi progressi di un conquistatore, che nel durare di trentatre anni di regno, liberò le province dalla tirannide de' nativi e degli stranieri, e strinse per ogni lato una Capitale, divenuta ignudo tronco, smosso dalle radici, e presto a cadere al primo colpo di scure. Ma più degni ancora di encomio e di ammirazione sono l'interna economia, e il pacifico governo del successore di Teodoro[205]. Egli ne assunse le redini in tempo che le calamità della guerra aveano scemata la popolazione, e toltele pressochè tutte le vie di sussistenza; perchè non vi essendo più nè modi nè allettamenti a coltivare la terra, i fondi più fertili rimanevano abbandonati e sol coperti di ginestre e di rovi. L'imperatore ne fe' dissodare una parte a suo conto, talchè fra le sue mani, e per la sua vigilanza, diedero più copiosi ricolti di quanti sperar ne potesse la sollecitudine di un fittaiuolo. Divenuti i dominj reali il giardino e il granaio dell'Asia, il Principe non ebbe d'uopo di vessare i popoli per assicurarsi una fonte di ricchezze perenni e legittime. Giusta la natura dei terreni, questi divenivano, per le imperiali cure, o campi da grano, o selve, o vigneti, o prati, ove numerose greggie andavano al pascolo. Nel presentare l'Imperatrice di una corona ricca di perle e di diamanti, l'Imperatore le fece intendere sorridendo che questo prezioso ornamento era stato comperato coi danari ricavati dalla vendita delle uova del suo immenso pollaio. La rendita dei dominj imperiali bastava alle spese del palagio, al mantenimento degli ospitali, al sostegno della dignità e del lusso del trono, e più vantaggiosa di questa rendita divenne allo Stato la forza del buon esempio. Tornarono i primi onori e l'antica sicurezza all'aratro. Schifi allora i Nobili di riparare la fastosa loro indigenza o colle spoglie involate al povero, o con favori mendicati alla Corte, una rendita più certa e non abbietta si procacciarono dai propri dominj. Affrettatisi i Turchi a comperare il superfluo delle biade, e delle mandrie dello Stato, Vatace si mantenne accuratamente in corrispondenza con essi, ma non quindi incoraggiò l'introduzione delle produzioni dell'industria straniera e della seta del Levante, come tenne lontane da' suoi dominj le manifatture dell'Italia. «I bisogni della natura, solea dire Vatace, sono indispensabili da soddisfare: ma il capriccio della moda in un giorno nasce e perisce» con tai precetti e col proprio esempio, il saggio Monarca e la semplicità de' costumi, e l'industria del popolo, e l'economia domestica, favoriva. Primo scopo di premure gli furono l'educazione della gioventù e lo splendore delle lettere[206]: solito a dire con verità che un principe ed un filosofo sono i due più eminenti personaggi della società umana, non si arrogava decidere qual dei due avesse la preferenza. La prima sposa del medesimo, Irene, figlia di Teodoro Lascaris, più illustre per merito personale e per le virtù del suo sesso, che pel sangue Comneno trasfuso nelle sue vene, avea dato in dote al marito l'Impero. Dopo la morte di lei, Vatace sposò Anna, o Costanza, figlia naturale dell'imperatore Federico II. Ma non essendo questa ancor giunta alla pubertà, l'Imperatore accolse nel proprio letto una Italiana del suo seguito: e i vezzi e le arti della concubina ottennero dall'amante, tranne il titolo, tutti gli onori ad una Imperatrice dovuti; debolezza del Monarca, che come enorme delitto divulgarono i frati; ma la violenza delle costoro invettive, non giovò che a far risplendere maggiormente la pazienza del Sovrano. La filosofia del nostro secolo perdonerà, non v'ha dubbio, a questo principe una debolezza cui compensava un complesso raro di virtù; e quegli stessi contemporanei che mitemente giudicarono le più impetuose e fatali passioni di Lascaris, non seppero negare ai falli di Vatace un'indulgenza ai restauratori degl'Imperi dovuta[207]. Que' Greci, i quali, privi di leggi e di tranquillità, gemevano tuttavia sotto il giogo latino, invidiavano la felicità di quei lor confratelli che già riacquistata aveano la civile libertà; e Vatace con una politica non condannevole, metteva ogni sollecitudine a persuaderli de' vantaggi che migrando al regno di lui avrebbero trovati.

A. D. 1255-1259

Appena ci facciamo a paragonare i regni di Giovanni Vatace, e di Teodoro, figlio di lui e successore, appaiono manifesti il tralignamento e la differenza tra il fondatore, poi reggitore dell'Impero fondato, e l'erede in cui non era che lo splendore a lui preparato dal padre[208]. Non vuole cionnullameno negarsi qualche forza d'animo a Teodoro; allevato alla scuola paterna, addestrato nella caccia e nella guerra, poteva egli del tutto mancarne? Benchè Costantinopoli non abbia ceduto all'armi di questo principe, pure ne' tre anni che il suo regno durò, ei condusse per tre volte i suoi eserciti vittoriosi fin nel cuore della Bulgaria. Ma ogni pregio da lui posseduto oscuravano l'ira e la diffidenza, il primo dei quali difetti può attribuirsi alla consuetudine di non essere stato mai contraddetto; l'altro forse gli derivava da alcune confuse e vaghe nozioni sulla depravazione dell'uman genere. Stando in cammino per una delle sue spedizioni nella Bulgaria, consultò sopra un caso di politica i suoi principali ministri, fra i quali, il gran Logoteta, Giorgio Acropolita osò con sincerità sostenere una opinione che feriva il Sovrano. Questi, portata primieramente la mano all'elsa della sua scimitarra, fu rattenuto indi dal nuovo pensamento di punire in modo più obbrobrioso il Ministro. Cotesto uffiziale, un de' primarj dell'Impero, ebbe dal suo Signore il comando di scendere da cavallo, e spogliato delle sue vesti alla presenza del Principe e dell'esercito, e steso sul suolo, soggiacque ai colpi di bastone, che due guardie, od esecutori senza pietà gli menarono addosso; gastigo durato sì lungo tempo, che quando per ordine imperiale fu fatto tregua alle percosse, il misero paziente quasi non ebbe bastante forza per sorgere da terra e trascinarsi alla sua tenda. Dopo essere stato ritirato per alcuni giorni, gli stessi comandi assoluti di Teodoro lo richiamarono nel Consiglio; e, ciò che prova quanto i Greci d'allora ad ogni sentimento di onore e di vergogna fossero morti, è il saper noi l'obbrobrio cui fu sottoposto Acropolita, dalla sua narrazione medesima[209]. Questa crudeltà ingenita dell'Imperatore ebbe maggior alimento da un penoso morbo che gli presentava di continuo imminente la morte, e dai timori destatisi nel medesimo di doverlo alle forze di un veleno, o di un sortilegio. Ogn'impeto di collera che lo assaliva, costava or le sostanze, or la vita, o gli occhi, o alcun membro del corpo a qualche individuo della famiglia imperiale, o a qualche grande uffiziale della Corona; laonde sul terminar de' suoi giorni, il figlio di Vatace si meritò dal popolo, o certamente dalla sua Corte, il nome di tiranno. Venuto una volta in deliberazione di maritare una nobile ed avvenentissima donzella ad un vil plebeo, cui solo merito era il capriccio del Sovrano che lo favoriva, e non acconsentendo a tai nozze la madre della giovane che apparteneva alla famiglia de' Paleologhi, Teodoro, per sin dimenticati i riguardi e al grado, e all'età dovuti, la fe' mettere fino al collo entro un sacco insieme a diversi gatti, delle quali bestie veniva aizzato a punture di spille il furore. Giunto agli ultimi del viver suo questo Principe, mostrò rincrescimento delle passate crudeltà e desiderio con successivi atti clementi di cancellarle. Lo crucciavano ad un tempo (A. D. 1559) i pensieri di un figlio che non avendo più di otto anni, egli vedeva avventurato ai pericoli di una lunga minorità; ne confidò pertanto la tutela alla santità del patriarca Arsenio, e al valore di Giorgio Muzalone, gran domestico. Questo secondo quanto godea il favore del Principe, altrettanto della pubblica esecrazione era scopo; tanto maggiormente che le corrispondenze fra i Greci e i Latini avendo introdotto nelle monarchie de' primi i titoli e i privilegi ereditarj, le famiglie nobili[210] si adiravano in veggendo l'innalzamento di un favorito privo di meriti, e che, per giunta, incolpavano di tutti gli errori del Sovrano e delle calamità della patria. Nondimeno nel primo Consiglio tenutosi dopo la morte di Teodoro, Muzalone dall'alto del trono aringò in difesa della propria condotta e delle intenzioni da cui fu mossa, con tanta arte, che per allora lodatane la modestia, e largheggiatogli di proteste di stima e di fedeltà, i più inviperiti nemici del favorito si mostrarono i primi ad onorarlo col titolo di custode e salvator de' Romani. Ma otto giorni bastarono agli apparecchi di una congiura che scoppiò nel nono, mentre si celebravano le pompe funerali del Monarca defunto nella cattedrale di Magnesia,[211] città dell'Asia, situata in riva all'Ermo, alle falde del Sipilo, poichè in questa città Teodoro era spirato. Interrotta la cerimonia da una sommossa delle guardie, Muzalone, i fratelli e i partigiani di questo, vennero trucidati a piè dell'altare, datosi per nuovo collega al Patriarca, assente in quel punto, Michele Paleologo, uno de' Greci d'allora il più illustre per meriti e per natali[212].

Fra tanti che invaniscono de' loro antenati, la maggior parte è ridotta a contentarsi di una gloria municipale, o domestica, e avene assai pochi i quali osassero consegnare i privati fasti delle lor famiglie agli Annali della propria nazione. Ma sino dalla metà dell'undecimo secolo, la nobile schiatta de' Paleologhi[213] luminosa nella Storia di Bisanzo si mostra. Incominciatone lo splendore col valoroso Giorgio Paleologo che collocò il padre de' Comneni sul trono di Costantinopoli, i congiunti, o discendenti dello stesso Giorgio continuarono nelle successive generazioni a segnalarsi or comandando gli eserciti, or presedendo ai Consigli di Stato. La famiglia imperiale non disdegnò il lor parentado, talchè, se l'ordine di successione fosse stato a rigore osservato rispetto alle donne, la moglie di Teodoro Lascaris avrebbe ceduto alla sua sorella primogenita, madre di quel Michele Paleologo, che in appresso innalzò al trono la propria famiglia. Al vanto di una illustre nascita Michele aggiungea quello che dalle sue nozioni politiche e militari gli derivava. Asceso fin dagli anni della prima giovinezza alla carica di Contestabile o comandante de' Franchi mercenarj, la sostenne splendidamente, e avido e prodigo ad un tempo la sua ambizione il rendea; perchè, se la spesa necessaria al mantenimento suo personale, non eccedea le tre piastre d'oro, molto danaro abbisognavagli per far donativi, che alle sue maniere affabili e buone qualità sociali accrescevano pregio. Questa affezione ch'egli si era guadagnata dal popolo e dai soldati, diede ombra alla Corte; nondimeno Michele si sottrasse per tre volte ai pericoli che o la sua imprudenza, o quella de' suoi partigiani gli suscitarono.

1. Sotto il regno di Vatace, che era pur quello della giustizia, essendo nato litigio fra due uffiziali[214], l'un de' quali accusava l'altro di sostenere il diritto ereditario de' Paleologhi al trono, si pensò definirlo con un combattimento giudiziario, usanza che i Greci aveano tolta di recente dalla giurisprudenza dei Latini. Comunque soggiacesse l'accusato, si mantenne sempre fermo nel protestare sè essere il solo colpevole, e i discorsi o imprudenti, o criminosi da lui tenuti non solamente non avere ottenuta approvazione dal suo protettore Michele Paleologo, ma a non saputa di questo essere stati fatti. A mal grado di ciò, forti sospetti aggravavano tuttavia il Contestabile, fatto scopo per ogni dove alle dicerie della malevolenza, onde l'arcivescovo di Filadelfia, scaltrito cortigiano, lo sollecitava a sottomettersi al Giudizio di Dio, e a far palese colla prova del fuoco la sua innocenza[215]. Il qual partito se Paleologo avesse accettato, tre giorni prima innanzi le prove, doveasi, secondo quelle costumanze, avvolgergli il braccio in un sacchetto, fasciatura che l'imperiale suggello guarentiva indissolubile; poi gli facea mestieri portar tre volte dall'altare alla balaustrata del santuario una palla di ferro rovente; e il non riceverne danno, o dolore, comunque non si fosse premunito con verun'arte, assoluto lo rimandava. Ma con una piacevole accortezza il Contestabile da una tal prova pericolosa si liberò. «Io sono soldato, diss'egli, e pronto a combattere, brandendo l'armi, i miei accusatori, ma ad un profano, ad un peccatore mio pari, Dio non comparte il dono di far miracoli. Ben la vostra pietà, o prelato santissimo, può meritarmi questa grazia celeste. Riceverò pertanto, ma solo dalle vostre mani, la palla arroventata che debb'essere il mallevadore della mia innocenza». L'arcivescovo rimase scompigliato, l'Imperatore sorrise; nuovi servigi meritarono a Michele assoluzione e perdono e onori novelli.

2. Sotto il regno successivo, essendo Paleologo governator di Nicea, fu avvertito, in tempo che Teodoro era lontano, dei pericoli da temersi dalla diffidenza di questo principe, che probabilmente accigneasi a compensarne i servigi col dargli morte, o privarlo per lo meno degli occhi. Per non fare una tale esperienza, il Contestabile, seguito da alcuni servi, abbandonò la città e gli Stati di Teodoro; spogliato indi dai Turcomani nell'attraversare il Deserto, trovò nondimeno alla Corte del Sultano ospizio e buon'accoglienza. Ridotto ad una tanto equivoca condizione di vita l'esule illustre, seppe unire i doveri che gli imponea la gratitudine verso il Sultano a quelli di cittadino; laonde mentre i Tartari respingea dai dominj del suo benefattore, mandava salutevoli avvisi alle guernigioni romane delle frontiere, e pervenne ad ultimare un Trattato di pace, fra le cui condizioni vi fu quella, decorosa per lui, della sua grazia e del suo ritorno alla patria.