[506.] Shakespear comincia e termina la tragedia di Enrico IV col voto fatto da questo Principe di prender la croce, e col presentimento che egli avea di morire a Gerusalemme.
[507.] Questo fatto viene raccontato nella Historia politica (A. D. 1391-1478), pubblicata da Martino Crusio (Turco-Graecia, p. 1-43). L'immagine di Cristo, alla quale l'Imperator greco ricusò omaggio, era forse un lavoro di scoltura.
[508.] Leonico Calcocondila termina col cominciar del verno del 1463 la Storia de' Greci e degli Ottomani; e l'affrettata conclusione della medesima ne dà a supporre che in quello stesso anno lo Storico tralasciasse di scrivere. Sappiamo che egli era di Atene, e che alcuni contemporanei dello stesso cognome assai giovarono al rinascimento dell'idioma greco in Italia. Ma questo Scrittore, nelle lunghe sue digressioni, ha avuta mai sempre la modestia di non parlar di sè stesso. Leunclavio, editore, e Fabrizio (Bibl. graec., tom. VI, p. 474), sembrano ignorare del tutto lo stato di lui e la Storia della sua vita. Quanto alle sue descrizioni dell'Alemagna, della Francia e dell'Inghilterra, V. l. II, p. 36, 37, 44-50.
[509.] Non mi starò qui a notare gli errori geografici di Calcocondila. Egli ha forse nella sua descrizione seguito e male inteso il testo di Erodoto (l. II, cap. 33), soggetto a varia interpretazione (Erodoto di Larcher, t. II, p. 219, 220). Ma questi moderni Greci non aveano dunque mai letto Strabone, nè alcuno de' loro geografi?
[510.] Un cittadino della nuova Roma, finchè questa nuova Roma durò, non si sarebbe degnato di onorare il Ρεξ, Re alemanno del titolo di Βασιλευς, o Αυτοκρατωρ Ρομαιων, Monarca, o Autocratore Romano; ma Calcocondila avea spogliato ogni spezie di vanità, accennando il Principe di Bisanzio e i suoi sudditi colle esatte ed umili denominazioni di Ελληνες e Βασιλευς Ελληνων, Greci e Re de' Greci.
[511.] Nel secolo decimoquarto veniva tradotta in prosa francese la maggior parte de' vecchi romanzi che divennero la lettura favorita de' cavalieri e delle dame della Corte di Carlo VI; e si può meglio perdonare ad un Greco l'aver credute vere, se credè vere, le imprese di Olivieri e di Orlando, che ai Frati di S. Dionigi, i quali inserirono nelle loro Cronache di Francia le favole dell'Arcivescovo Turpino.
[512.] Δονδινη.... δε τε πτολιε δυναμει τε προεχουσα των εν τη νητω ταυτη πολεων, ογβω τε και τη αλλη ευδαιμονια των προς εσπεραν λειπομενη, Londra.... città che per potenza avanza tutte le altre città dell'isola, e in ricchezza e in ogni genere di prosperità si lascia indietro quante ve n'ha in Occidente. Ne' tempi di Fitz-Stephen, ossia nel secolo dodicesimo, sembra che Londra per ricchezza e grandezza abbia goduto di una tal primazia; primazia ch'ella ha conservata di poi col crescere in estensione progressivamente, e proporzionatamente agli aumenti per cui le altre capitali dell'Europa abbellivansi.
[513.] Ammettendo anche che il doppio significato del verbo Κυω (osculor e in utero gero) desse luogo ad equivoco, non può dubitarsi di ciò che Calcocondila intendeva dire, e dell'abbaglio da lui preso, ponendo mente all'orror pio che il comprende nell'annunciare questo barbaro uso (p. 49).
[514.] Erasmo (epist. Fausto Andrelino) parla in modo scherzevole dell'usanza che hanno gl'Inglesi di baciare gli stranieri, senza badare al sesso, all'atto del loro arrivo, ma non ne deduce quindi sinistre supposizioni.
[515.] Noi potremo forse applicare questa osservazione alla comunanza delle donne che Cesare e Dione Cassio hanno supposta in vigore fra gli antichi Brettoni (l. LXII, t. II, p. 1007), e V. Dione colle giudiziose note del Reimar. Gli Arreoy di Taiti, corporazione la cui infamia ne sembrava da prima evidentissima, ci appaiono men colpevoli col nostro aumentar di nozioni sulle costumanze di questo popolo buono e pacifico.