Aveva io ragione quando diceva, il concetto che suggerì l’appellazione di Esseni, profonde, vaste gettare le radici nei Profeti e nei Rabbini, nella Bibbia e nella tradizione? Io credo, e non è troppo presumere, che queste prove da sè basterebbero. E pure non sono le sole; vi sono analogie, vi sono concetti, vi sono appellazioni non dissimili nell’istesso paganesimo. Che dire della Biblioteca Egiziana? Domandatene ad Orapollo e poi a Bossuet, che la narrazione ne riferiva. Essi attestano concordi, come le Biblioteche si chiamassero in Egitto con nome che in quella lingua suonava medicina dell’anima. Domandatene Diodoro Siciliano. Egli parlando del sepolcro di Osimandia, vi dirà che tra gli appartamenti di quel palazzo era una sacra Biblioteca alla quale queste parole soprastavano incise: Medicina dell’anima. E per ultimo, le buone ragioni si guadagnarono i buoni autori;—la buona causa trovò buoni avvocati che la difendessero. S. Epifanio, che conobbe il vero, e amore del nuovo trasse fuori del cammin dritto; il sig. Munk, che nella Palestina alla interpretazione nostra fa ossequio; il Salvador, che esplicitamente vi assente nella grandiosa sua opera J. C. et sa doctrine, ed altri molti che sarebbe lungo annoverare; tutti intesero egualmente nel vocabolo di Esseni quel concetto di sublime, di superlativa Terapeutica, che noi v’intendemmo; tutti vi prestarono ferma e ragionevol credenza: a guisa del ver primo che l’uom crede. Ella è, infine, una deposizione il cui valore non sarebbe possibile dissimularsi. Non è da ora che non possiamo insistere sulla identità originaria degli Esseni coi Cabalisti. Sull’autorità di scrittori gravissimi, ci permettiamo aggiungere quanto verrà più a lungo trattato nel corso di questa istoria, ponendone i titoli in una luce che non si potrebbe più sfolgorante. Intanto non è fra gli ultimi indizii che a questa identità ci conducono, il fatto per più d’un verso eloquentissimo, che nel Zoar il nome di Assia vien conferito a un dottore Cabbalista; e ciò che è più, nel senso che qui si accenna, di medico spirituale, di Risanatore delle anime. E tanto si legge in quell’opera a proposito di R. Samlai (Zohar, vol. III, 75, 2.)
LEZIONE QUINTA.
L’origine degli Esseni doveva essere, voi lo sapete, subbietto delle nostre ricerche, quando il nome fosse stato da noi rintracciato che il nostro istituto contraddistinse. Questo nome, o Signori, la derivazione di questo nome fu da noi recata a quella evidenza che si poteva maggiore. Qual’è ora il compito nostro? Io già vel diceva. Ella è la origine, la origine storica dell’Essenato, l’epoca della sua formazione, le cause che precedettero al suo nascimento, il luogo d’onde prima trasse i natali. Era la prima disquisizione, più ch’altro, gramaticale. È la presente, ricerca storica, e ricerca gravissima.
Noi abbiamo di fronte, non amici da abbracciare, ma nemici da combattere. Noi avremo il paradosso, il pregiudizio, la mala fede da superare, pria di poter penetrare nei vestiboli di verità. Quali sono questi pregiudizj? Eglino sono così svariati di forme, come sono eguali in bruttura. Egli è, in primo luogo, il pregiudizio Pagano; che è quanto dire l’origine pagana gratificata allo istituto più ebraico che abbia mai esistito. Chi lo avrebbe pensato? Chi avrebbe detto che di origine pagana dovesse supporsi lo Essenato? E pure nulla di più vero, di più dimostrato. Egli è il Buhl, il celebre storico della Filosofia, che ne fa fede. Grazie al cielo, non è il Buhl che noi dobbiamo combattere. Non è egli l’autore di paradosso siffatto; ma egli lo ha registrato, gli ha dato luogo nella sua istoria; e se la memoria non erra, non l’ha, come pure avrebbe dovuto, sotto il peso schiacciato della sua autorità. Quale è la causa di tale aberrazione? Su quai fondamenti, su quai pretesti riposa la pagana derivazione? Io credo che non sia difficile indovinarlo. Voi vedrete quando del culto ragioneremo, e delle adorazioni degli Esseni, come fuggito non abbiano costoro ai morsi della più svergognata calunnia. Voi li vedrete, sopra basi inconsistenti accusati, processati e per peccato condannati d’Idolatria; li vedrete posti al bando del Giudaismo, e le note contender loro e le prerogative di Monoteisti e di Ebrei. Li vedrete, in una parola, accusati di prestare idolatrico omaggio al Sole nascente. Noi vedremo allora di che sappia l’accusa inconsiderata; noi rivendicheremo la bontà, la purità della loro credenza. Ma che cosa si esigeva di più per porre gli intemerati Esseni in mala voce, per additarli al mondo quali idolatri, e la fama accreditare tra i contemporanei, tra i posteri, di una origine viziosa, di una origine pagana? Voi vedete le basi vacillanti dell’accusa. Avrò io mestieri di spendere parole soverchie a giustificarli? Dovrò io ricordare le atroci calunnie onde furon bersaglio le israelitiche credenze, siccome allora vi accennai, che del culto Samaritano tenevamo parola? Dovrò dirvi dell’adorazione del firmamento che non pochi tra i Poeti Latini favoleggiarono dei nostri proavi; del teschio che, al dire di essi, nel recesso si adorava del Tempio di Dio, del famoso Asino che il gran Tacito non dubitava di erigere a sommo obbietto del nostro culto?
Or, che miracolo se gli Esseni pur essi del grande onore parteciparono di subire le accuse pagane, e se nell’accusa furono involti pur essi del popolo nostro, essi che del popol nostro la più eletta parte formavano e la più santa?
Ma un altro, credo, e non lieve pretesto, potè l’adito schiudere alla imputazione mostruosa; voglio dire, o miei giovani, di un passo di Flavio concernente gli Esseni, che tratto a peggior sentenza ch’egli non dice, commentato dall’ignoranza e dalla malizia, potè per un istante autorizzare la insensata imputazione. E quale è il passo di Flavio? Egli è quello ove, parlando della essenica scuola, e precisamente nel lib. XII delle Antichità, quella definisce come una setta di Giudei Pitagorici. Il nome di Pitagorici non fu invano pronunziato. Egli avrà sedotte le menti superficiali, egli avrà fatto vedere ciò che Giuseppe non vi ha posto giammai, ch’è quanto dire l’origine pagana. E pure, quant’era facile comprendere Giuseppe senza costituirlo reo di tanta enormità! Che voleva dire Giuseppe? Egli voleva far comprendere ai suoi lettori, ch’è quanto dire al mondo pagano, ai Romani, ai Greci, a tutti quelli che degli Ebrei nulla sapevano che non fosse dalla passione travisato, che cosa fosse quel bellissimo istituto di cui egli, il grande istorico, si professava il ferventissimo ammiratore. Egli lo dice un Istituto Pitagorico foggiato all’ebraica. Egli lo dice un Pitagorismo israelitico, un Pitagorismo ortodosso, siccome Filone fu detto Platone filonizzante, siccome Porfirio chiamò lo stesso Platone un Moisè atticizzante.