LEZIONE DECIMASESTA.
Noi abbiamo nelle passate conferenze accennato all’Essenico giuramento. Dobbiamo adesso questo giuramento osservare più da vicino; dobbiamo brano a brano sottoporlo a disamina; dobbiamo al tempo stesso a quell’ufficio comparativo adempire che imprendemmo a principio, rilevarne cioè le idee, gli obblighi in seno al Farisato nei suoi volumi, nei suoi dottori, onde quella identità emerga sempre più luminosa che fu nobilissimo compito di queste lezioni.
Principalmente dicono le istorie: giurava il nuovo Essena Adorare e onorare Iddio, e giustizia e carità serbare alle sue creature.
Parvi egli sterile insegnamento cotesto?
Parvi egli che queste idee a prima vista sì ovvie, sì comunali, così oggi universalmente consentite—non offrano per nulla argomento alla critica ed alla istoria? Così veramente sarebbe se le glorie nostre, le nostre dottrine fossero state sempre nostre credute, se niuno avesse preteso redare l’unico retaggio glorioso che i padri nostri ci trasmisero, il maestrato di Religione; se il primato niuno ci avesse conteso nella proclamazione delle più sacrosante verità religiose e morali; se quando lo Evangelo insegnava Ama Dio sopra ogni cosa e il prossimo tuo come te stesso, ognuno applaudendo alla santità della massima, all’eco fedele della ebraica morale, non si fosse l’ebraismo fraudato della legittima priorità che gli spetta; se si fosse ognuno di Mosè ricordato quando l’amore prescrive di Dio al disopra di ogni cosa terrena più degli averi, più degli affetti, più della anima nostra; quando imprecando alle vendette private prescrive l’amore del prossimo come se stesso, fosse pur egli nemico nostro, siccome manifesto appare dal contesto; se rammentato avesse Illel, lo stipite glorioso del Dottorato palestinese; quando al gentile che anelava alla cognizione della legge—Ama, gli rispondeva, il prossimo tuo come te stesso. Ecco tutta la legge. Il resto n’è la chiosa; di Rabbi Hachibà quando insegnava: Ama il prossimo tuo come te stesso; ecco della legge l’assioma supremo «Ze Kelal Gadol battorà» di Ben Azzai quando riponeva cotesto assioma nel dettato mosaico: Ama il Signore Iddio tuo come tutto il tuo cuore, l’altro elemento in tal guisa fornendo della morale evangelica. Se infine, per tornare agli Esseni, obliato non si fosse il giuramento che tra essi il novizio prestava ove la morale evangelica costituisce il prodromo, la base dell’Etica degli Esseni.—Proseguiamo l’esame intrapreso. Essi giuravano dopo le cose anzidette di non nuocere a chicchessia, sia per propria volontà, sia per dovere di ubbidienza, e noi vedremo in seguito, quanto fedelmente osservassero gli Esseni gli obblighi assunti, vedremo quant’oltre spingessero l’orrore del nuocere altrui sino al punto d’interdirsi il maneggio e la fabbricazione delle armi da guerra; sino al punto di non offrire ad altri ne manco indirettamente i mezzi di distruzione; e nuova e inaspettata armonia allora sorger vedremo tra Esseni e Farisei. Per ora una idea, una parola sorge degnissima di nota nel paragrafo ricordato. Voi l’udiste, il dovere dell’ubbidienza. Come intendevano gli Esseni il dovere dell’ubbidienza? In quella guisa appunto che i Farisei. L’obbedienza non cieca, non gesuitica, non assoluta, non la teoria assurda, immorale, che annulla l’arbitrio, la libertà, la responsabilità umana sotto il giogo macchinale inintelligente di una autorità collettiva. L’obbedienza sino all’ara, sino al dovere, sino al santuario della coscienza e come dicevano gli antichi Usque ad aram. Obbedienza ove cose non s’impongano contro la voce di Dio e della coscienza En scialiah lidbar aberà. Obbedienza che al suddito, alla creatura non conceda quel primato che si deve al Creatore Dibré arab vedibré attalmid, dibré mi sciomein? Obbedienza che ha un limite insuperabile nella nozione chiara del dovere che favella alla coscienza; tanto, che ove il sommo magistrato della nazione imponga l’esecuzione di cosa che osti direttamente ai principj ricevuti, la rivolta, la disubbidienza, non solo è chiarita giusta e legittima, ma pur anche doverosa, Bet din scesciaghegù veorù laakor guf migufé torà veasa akaal al piem, bet din peturem, vehol ehad veehad haiabim. Obbedienza che non solo la conformità per tal guisa ci manifesta tra Farisei ed Esseni, ma quella non meno tra ambedue e i Pitagorici; dei quali dopo aver alquanto discorso l’illustre Gioberti nella Protologìa, così seguitava dicendo:—Ciò basta a mostrare, che intento del pitagorismo non era di spegnere e snervare il genio individuale nazionale e le virtù native dei soci, ma di avvalorarle, che l’individuo non ci era soggetto a una obbedienza cieca, nè immolato a una falsa unità innaturale, e che insomma la compagnia di Pitagora non era come quella di Gesù. Obbedienza infine che svela quanto erroneamente si vada del continuo identificando spirito farisaico e spirito gesuitico, quasi due aspetti di un sol tutto, mentre nulla havvi, a mirar bene, di più ostile, di più repugnante.
Giuravano poi di serbar la fede ai magistrati, ai rettori dello Stato, conciossiachè senza la volontà di Dio stimavano non fosse stabilita la loro potestà. Che cosa s’intende per Maggiori, per Magistrati e per Rettori? S’intenderà forse pegli Esseni, i principi e dominatori stranieri che Dio prepose al governo di Palestina; dei principi tra cui gli Ebrei emigrarono dopo la distruzione del Tempio? Io non saprei categoricamente rispondere: ma se pure così s’intendeva, ella non è la prescrizione degli Esseni senza precedenti, senza esempj grandi autorevoli nella ebraica antichità. Non lo è nei profeti, dove Geremia il popol suo premunisce contro la disperazione, la irritazione e le tentazioni vane perigliose dello esilio, siccome quello che voluto e preordinato era da Dio pietosissimo alle mire ultime e adorabili della sua provvidenza, dove li esorta di cercare nella salute del popolo, tra cui emigrarono, la propria salute, nel suo bene il proprio bene, e una seconda patria riconoscere ovunque li balestrasse fortuna, preludendo con questo consiglio a quel genio cosmopolitico che i padri nostri spiegarono nella loro dispersione; genio e fattezze assumendo secondo lo speciale asilo in cui ripararono senza pregiudicare però all’intima propria speciale caratteristica di ebreo; e con maraviglioso magistero in uno accoppiando e il cosmopolitismo più generale e il più stretto e rigido particolarismo di nazione e di fede. Non lo è in secondo luogo nei dottori fedeli in tutto e continuatori legittimi dei profeti loro predecessorj, quando sotto il flagello eziandio della spietata dominazione romana ammonivano i fratelli a pregarne da Dio la salute, la conservazione per quella ragione grande, filosofica, umanitaria, che sotto alla più orribile tirannide vede sempre la fautrice dell’umano e civile consorzio, l’ultimo vincolo della società perigliante, e che ogni più barbaro reggimento preferisce alla sociale dissoluzione e alla vita ferina e eslege delle genti selvagge.—Raro esempio di meravigliosa abnegazione e di stupenda imparzialità di giudizio che fa tacere i più legittimi nazionali risentimenti di fronte all’ultimo e supremo bene della società in pericolo, quando nel Medrasc Coelet in nome di Dio scongiuravano i fratelli a tollerare pazientemente i decreti, fossero pure dei più acerbi che loro imponessero i nuovi padroni, che non ne scuotessero insofferenti il giogo comunque durissimo.—Che se poi per l’autorità a cui giuravasi dagli Esseni obbedienza, vorremo piuttosto intendere l’autorità religiosa, i maggiori, gli anziani, i principi della Scuola, e’ non sarà senza grave autorità fra gli antichi che a così intendere ci ammonisce. Io vo’ dire di Filone; il quale parlando del giuramento essenico, lo spiega appunto in quel senso che non ha guari udiste, che è quanto dire degli anziani, dei dottori, dei sacerdoti, ed al voto dei più tra i soci, tra i riuniti fratelli. In questo senso sarà egli mestieri cercarne esempj precedenti, similitudini nelle dottrine, nei fatti della storia dell’Ebraismo? Io oso dire che nulla havvi di più naturale, di più proprio, di più speciale nell’Ebraismo, non solo dell’ossequio, della riverenza dovuta ai grandi, ai dotti, ai magistrati della nazione; ma quello che più amo farvi notare perchè men conosciuto, si è l’ossequio, si è la deferenza all’opinione comechè dalle proprie, dalle comuni differenti. Testimone R. Josè che, interrogato come avesse da Dio meritato di vivere così longevo, rispose tra le altre cose di non aver mai preso a vile i dettami dei suoi colleghi comunque dal parer suo differissero; che così oltre ei spingeva l’ossequio, al parere altrui, che non ostante destituito ei fosse di carattere sacerdotale, esercitato nonostante ne avrebbe i pubblici offici, quando così fosse piaciuto ai colleghi. Testimone R. Achibà, quando sostenuto da lungo tempo in prigione, e vedendosi venire allo stremo quel poco d’acqua che giornalmente gli si forniva, preferì piuttosto impiegarla all’abluzione delle mani come volevano i colleghi, che valersene ad estinguer la sete che il divorava, come aveva egli stesso altra volta opinato. Testimone il discepolo suo, R. Simone, quando uscito dopo 13 anni di reclusione da una oscura caverna, sgridò colui che in onta all’opinione dei suoi colleghi andava mietendo alcune spiche cresciute nell’anno sabbatico, nonostante che si giovasse, come ei si scusava, dell’autorità dello stesso Simone. Testimone Accabià figlio di Maalalel, che dopo avere in onta ai colleghi costantemente sostenuto alcuni principj, sendo vicino a morire chiamò il figlio suo, e l’abbandono gli impose delle tesi proposte.
Ma gli Esseni non si contentavano di praticare il rispetto ai maggiori, alle autorità vuoi politiche o religiose; essi ne davano la teoria. Ei dicevano, e voi l’udiste, che l’autorità era essenzialmente d’istituzione divina, e come quella che era da Dio preposta al governo degli uomini tributavangli reverenza. Il credereste! Erano i Farisei non solo nella pratica agli Esseni conformi, ma lo erano eziandio in teoria. Ei credevano niuno poter venire assunto al reggimento degli uomini, se a questo officio non fosse stato anzi tratto destinato dal cielo; ei credevano che non solo a questa prerogativa partecipassero i principi e rettori delle nazioni, ma qualunque altra benchè subordinata autorità, e come essi testualmente si esprimono, eziandio gli esattori di balzelli, e come allor si diceva, i Pubblicani.—