A pag. 127. In tali figure (dei Cherubini sovrapposti all’arca) crederò che dimostrino le due antichissime ed incomprensibili potenze di colui che è la vera essenza, una delle quali crea, l’altra governa; per quella vien chiamato Dio, con cui tutto l’universale fabbricò ed adornò ma per la regale è chiamato Signore. Testo preziosissimo perchè informato senza meno delle idee teosofiche farisaiche. Basti dire (senza grandi sviluppi che il luogo non consente) che della sacra decade o dieci Emanazioni divine, la sapienza ch’è la vera essenza, come dice Filone, e appunto per ciò chiamata Ies, Essenza, si parte nei suoi due attributi, o in un figlio ed una figlia come si esprime il linguaggio simbolico di essa teosofia, e questi figli appunto sono in quella scienza stessa rappresentati dai due Cherubini che poggiavano sul arca del Patto. Or quali idee esprimono essi? Tali osiam dirlo, che concordano mirabilmente con quanto Filone va significando. Il primo portato o figlio, è appunto la potenza creatrice che l’universo fabbricò ed adornò il Demiurgo dei Platonici e come Creatore è pur anco Rivelatore e fonte dei prodigii, conciossiachè egli abbia dato le leggi al mondo; anzi che per esse leggi lo governi; ed è rappresentato dal nome tetragramma di Avoja, il secondo attributo o figlia, è alla lettera la potenza regale, come dice Filone il Regno, Malhut, e come il nome lo significa, presiede al governo del mondo. Per questo officio lo chiama Filone Signore e appunto per ciò ha per suo distintivo in quella Teosofia il Nome d’Adonai o Adon, e per far più mirabile l’analogia, il nome persino onde nel Testo Greco si vale Filone il greco titolo di Kirie Signore, e appunto nel suo senso greco di Signore, conciossiachè sia cotesto uno dei residui della lingua greca di cui si giovò lo stile familiare e la teosofia dei Farisei.

A pag. 130. Aveva (il sommo Pontefice) una piastra d’oro a guisa di corona scolpita di quattro lettere, di quel nome il quale è lecito d’udire e nominare nel sacrificio, solamente a quelli che gli orecchi e la lingua hanno colla sapienza purificato. Da cui tolse Filone questo divieto di profferire il nome quadrilettere se non nel Tempio? Non certo nella Bibbia che di ciò non favella; sibbene nella tradizione farisaica che appunto dispone doversi nel Tempio invocare Dio col nome suo quale si scrive, e fuor del tempio con quel di Signore e che per l’autorità di Filone si palesa veridica e più antica di parecchi secoli.

A pag. 131. Ciò che segue è d’importanza ancor maggiore. «Tal nome dicono i Teologi essere di 4 lettere forse perchè significa i primi numeri, uno, due, tre, quattro, perciocchè nel quaternario tutto si contiene, e punto, e linea, e superficie, e solidità.» Si noti in primo luogo come Filone non sia tanto qui originale spositore, ma si faccia bensì interprete di ciò che dicono i teologi. Non sembra con queste parole mostrarci a dito la sorgente a cui attinse? Che sarà se troveremo pure gli insegnamenti conformi? In fatti i Teologi ebrei veggono nelle quattro lettere del nome divino, nè più nè meno di ciò che vi trova Filone, o per dir meglio, ciò che vi trovano i Teologi a cui accenna. Queste lettere sono la Iod, la E, la Vau e la E. Ora per la prima intendono la emanazione Sapienza detta ora, Uno (ed in ciò consuona coll’Uno, o Buono di Plotino e dei Neoplatonici) ora, punto, (Nekudda;) per la seconda, vogliono significare la emanazione Bina o intendimento, chiamata per la stessa simbologia matematica ora due ora linea (Kau;) per la terza accennano alla sesta emanazione il Logo, Daat o Bellezza, Tifheret, che è detto il terzo patriarca, Israel a cui è promessa larghezza senza confini (Nahala Beli Mesarim) la quarta lettera, raffigura il Regno ultima emanazione, (Malhut) chiamata Guf.... Corpo Solido, Profondità (Omek) ed anche quarto sostegno del trono, reghel rebihi. Aggiungiamo per i dotti, che qui in Filone come nelle prime evoluzioni del domma cristiano le due triadi principali della serie emanativa, Corona, Sapienza, Intendimento da un lato, e Sapienza, Logo e Regno dall’altro, si compenetrarono e confusero in guisa da sostenere talvolta l’officio gli uni degli altri.

A pag. 136. Parimente nel Razionale, il quale alla regione (Logos) ogni cosa disponente, si rassomiglia, perciocchè faceva mestieri che il sacerdote che all’universal Padre porta preghi, adoperasse per avvocato il perfettissimo suo figliuolo, ad ottenere degli errori perdono. Il razionale è come ognuno sa un quadrato di porpora giacinto ec., che il sommo pontefice recava sul petto. Questo come tutte le altre parti del culto ha un senso simbolico, teosofico nella scienza recondita e nel suo gran codice il Zohar. Qual è questo senso nel razionale? Non so se m’illuda, ma parmi l’identità e non solo l’analogia d’idee, evidentissima. L’emanazione Tifheret, o Logos è per i Teosofi la ragione (Daat, Logos) il figlio, e per aggiunta perfettissimo (Ben, Tam, Tamim.) Chi direbbe che ciò appunto significa il Razionale per i Teosofi? Eppure nulla di più dimostrato per chi legga nel Zohar, vol 2, pag. 230 e nel Meore Or. Di fronte a questa splendida conformità non insisteremo sull’officio di Difensore e per dirla nel linguaggio cristiano e che probabilmente Filone adoperò, di Paracleto attribuito a esso figlio, Ragione. Diremo solo che neppur esso manca per completare la rassomiglianza fra il Logos o Ragione di Filone e il figlio o Ragione dei Teosofi Ebrei. Notiamo ancora di fuga che il nome di Razionale derivò, a quanto pare, a questa veste dall’epitetto Mispat di giustizia che porta nel Pentateuco.

A pag. 145. Nè potendo fare di non credere all’oracolo, come mezzano e arbitro del divino concetto. Fraseologia incomprensibile se non si raffronti allo stile ed ai simboli teosofici dei Farisei, pei quali l’oracolo o l’eco, è lo Spirito Santo il Regno, chiamato appunto Mezzano (Sirsur, emzahi, Malah) Interprete, Turcimanno (Torgheman) del divino concetto, cioè dell’Idea del Logo, della Ragione.

A pag. 157. Più oltre passando ed il tutto bestemiando, niente addietro lasciò. Bestemmiare il tutto è frase che vuole spiegazione. Se la traduzione del greco è esatta, non è possibile astenersi dal vedere in questo tutto o Pan, uno dei nomi più legittimi di parecchie tralle emanazioni farisaiche col tutto.

Ibid. La legge del Sacrilegio interpretata dai Dottori esige che il bestemmiatore si faccia ad esecrare il nome dl Dio, col nome di Dio stesso, Dio invocando contro Dio medesimo; e come dice il Talmud (Iacchè Iosà et Iosè) forma che altra non fu mai non so se più mostruosa o paradossale. Ma tanto più concludente se si troverà in Filone. Si oda lo stesso, a pag. 157.... la sfrenata bocca obbedendo ec., sogliono senza dubbio bene spesso, o uomo, qualche mostruosa sceleraggine commettere. Or dimmi saravvi chi esecrerà Dio? Quale altro Dio a questa esecrazione chiamerà? Non chiamerà egli stesso contro lui stesso? Queste parole non han bisogno comento. Offrono un eloquentissimo indizio di quella fratellanza d’idee che noi asserimmo tra Filone e i Farisei.

A pag. 158. Quando Moisè dice «Ognuno che avrà maledetto il suo Dio porterà il suo peccato.» Filone intende pegli Dei dei Gentili, aggiungendo, acciocchè nessun discepolo di Mosè si avvezzi a stimar poco il nome di Dio che sempre stimò. Giuseppe Flavio consente in quella intelligenza del Testo Mosaico col nostro Filone; ma finchè non fossero che questi due scrittori, un dubbio naturalissimo potrebbe sorgere non forse volessero per siffatta guisa amicarsi la opinione dei Pagani, e fare da essi estimare la legislazione mosaica. Ciò che ne interdice di così giudicare ella è l’autorità del Zohar, doppiamente preziosa, vuoi perchè chiarisce ingenua e spontanea la interpretazione dei due scrittori greci con essi consentendo, vuoi perchè ne porge un nuovo anello onde connettere costoro, e specialmente Filone, colla teologia acroamatica e coi principii che ispirarono al zohar la stessa interdizione di Giuseppe e Filone. Vedi mie note critiche al Pentateuco nell’opera mia Ebraica Em lamicra, Levitico Cap. 24.

A pag. 159. La tradizione trova mal fatto chiamare il proprio genitore per nome, sia egli presente o lontano, e quando pure si qualifichi con qualsiasi titolo onorifico. Non è egli in sommo grado parlante trovare la stessa inibizione in Filone? «Perciocchè (egli dice) neppure il nome dei mortali genitori, quelli che osservano la pietà ardiscono nominare, ma lasciando per riverenza i nomi propri, dei naturali si servono, chiamandoli Padre e Madre.

A pag. 160. Chiama vera filosofia, alla quale l’Ebreo attende il giorno del Sabato, quella che in sè questi soli tre capi contiene, opinioni, detti, ed opere. È degno di nota, da una parte come la tradizione esiga il riposo sabbatico, non solo nelle opere ma eziandio nei detti e nel pensiero, astenendosi da parole o cogitazioni che non siano di preghiere o di studio; e dall’altro come il culto perfetto secondo i Teosofi ebrei consista appunto nella consacrazione dei pensieri, dei detti, delle opere, al servizio divino Mahasabà, Dibbur, Maasè.