[42] Questa lezione era da lungo tempo scritta quando mi venne fatto d’imbattermi nel florilegio talmudico (En Israel), ediz. Königsberg, e preceduto da bella e dotta introduzione di scrittore moderno. L’autore, ragionando intorno ai versi d’Isaia di cui è parola, esce fuora con questa interpretazione, che se non coincide appuntino colla intelligenza che qui si attribuisce al Testo, pure di molto le si avvicina, e stabilisce un principio e accenna una idea generale che non può trovare la sua realtà concreta, il suo adempimento storico, che nella ipotesi nostra. Ecco le sue parole: «Vuole Isaia significare come allora vi fossero uomini assai che renunciato avevano ad ogni piacere mondano, nè tolto avevano donna; ma attendevano in solitudine con grande amore al culto religioso, nel Tempio divino, e tanto avveniva altresì degli stranieri, vale a dire dei Gabaonti.»
[43] Pel lettore che sa di ebraico non fan mestieri spiegazioni. Pegli altri, diremo solo che tutto il ragionamento presente tende a provare come il verbo Omed lefanai usato in Geremia a proposito degli Esseni, è suscettibile, in forza degli arrecati esempi, dei sensi che qui si accennano.
[44] Tra i trasportati in Babilonia, la storia biblica annovera charas veamasgher alla lettera falegnami e fabbroferrai. La tradizione ne fa altrettanti maestri e dottori; ed è notabile: primo, che Masgher può avere senso di claustro, di reclusione, e poi che il Talmud Gerosolimitano su questo verso (Nedarim, IV) chiosa Ellu ahaberim, Sono questi i soci. Quanto questa frase convenga agli Esseni ognuno il vede; e non si sarà dileguato dalla memoria dei lettori quanto congetturava il dottissimo R. Rapoport intorno al senso della parola Esseni che vale al dire di lui quanto socio, compagno da Jso Arameo. Sotto altra forma l’appellativo di socio è attribuito ai Farisei nel nome Amit (Talmud Tract Sciabuot, cap. IV). Quanto alla identità originaria di Esseni e di Recabiti non d’altronde sembra muovere l’Heckers, (Istoria della medicina, 42) se non da tale premessa, quando scrive: «Gli Israeliti, spezzato il giogo di Babilonia, si dedicarono alla vita contemplativa e solitaria e fondarono la setta degli Anacoreti (Geremia XXXV), i quali privi delle scienze naturali operano colla fede e cogli scongiuri cure portentose.» Qui ognun vede come Recabiti ed Esseni pongano in comune i loro caratteri.
Prima di abbandonare la questione dell’origine degli Esseni, facciamo qui alcuni rilievi che recenti letture ci suggerivano. Il senso da noi dato agli Eunuchi d’Isaia, quello di precursori ed antenati degli Esseni, fu avvertito da un Critico alemanno autore del Biccoret Attalmud, pag. 273; se non che non diè valore ai Proseleti che allato degli Eunuchi figurano nello stesso luogo d’Isaia (cap. 56), e ch’è indizio eloquente dell’origine da noi propugnata. Quanto all’origine dai Nazereni, mentre è consentita da valenti scrittori tra cui il Graetz, è invece combattuta dall’autore sopra ricordato. Ond’è che non sarà discaro udirne le ragioni, e pesarne la forza. Egli si giova di quanto si legge nel Talmud (Nedarim X) essere usi gli antichi Hasidem di far voto di Nazer; dunque ei conclude, eran costoro Kasidim (cioè Esseni) prima che si votassero Nazirei. Il lettore ricorda come cotesto passo fosse da noi noverato tra gli indizi che ci favoriscono. Questo senso ostile che gli si vuol dare non ci par serio; sia perchè può avere appunto inteso il Talmud di svelarci l’origine e il carattere primitivo dei Hasidim; sia perchè il Talmud stesso per le ragioni altrove accennate, può non aver avuto un’idea assai chiara di una origine puramente storica e di piccolo o niuno religioso momento. Il Talmud altrove (Chidduscin, 71) offre un curioso passo che diè luogo ad un antico comentatore (Moarscia) a trovarvi un’allusione agli Esseni sotto il nome di Nazirei. Il Talmud così si esprime «Colui che dicesse: Sarò Nazireo se non svelo i vizj di origine delle famiglie, sia Nazireo e non le sveli.» Qui il Moarscia chiosa dicendo: Si dee intendere mercè quanto scrive Giuseppe, esservi stato durante il secondo Tempio una setta detta dei Nazirei, che amavano la solitudine e i deserti per non cadere nel peccato di maldicenza. Perciò si legge che se taluno dicesse sarò Nazireo se non svelerò ec. sia Nazireo, poichè tale n’è invero il costume per quanto sia cotesto un voto non da tutti laudato a cagione delle astenenze che importa. Tuttavia peggior cosa sarebbe se per annullarlo si permettesse la maldicenza. Quindi si taccia e sia Nazireo. Questo senso dà noia all’autore rammemorato del Biccoret Attalmud: (pag. 279) ma s’è vera la intelligenza ch’egli ci porge, non si comprende come rimanga fermo il voto e sia Nazereo mentre la condizione apposta, cioè quella di propalare le turpitudini delle famiglie non si verifica nè si permette che si verifichi. Quindi ci pare probabile il cenno agli Esseni che vuol trovarvi il Moarscia; ed in ogni caso, è questa prova novella come non appena i nostri scrittori ebbero a narrare o a ragionare degli Esseni, li qualificarono senza esitanza quali veri e propri Nazirei, ossequio spontaneo e tanto più concludente in favore della loro affinità originaria. L’autore medesimo, non a bastanza penetrato dei vincoli strettissimi che uniscono il Farisato nei suoi gradi più eminenti colla società degli Esseni, va in cerca di contradizioni tra l’uno e l’altra. Fra queste pone il bianco vestire in onore nella seconda, in odio presso i primi, e cita il Talmud Sota 22 e Meghilla 24. 2. Ma che cosa si legge invero in ambo i luoghi? Nel primo: Il tribunale supremo si vendichi di coloro che si cuoprono di Gundé? Che cosa è Gundé? Per l’autore, così pare, abito bianco. Non così però per Rasci il quale chiosa addirittura abito nero. Volesse pur dire bianco; non sarebbe altro che un denunciare la ipocrisia di coloro che prendevano le sembianze esteriori degli Ottimi senza averne le virtù. Il secondo suona Chi dicesse non officierò nel Tempio con abiti di colore non officii nemmeno coi bianchi. E i comentatori: perchè era il bianco vestire costume dei Minim (eretici); ma 1º Non si vuol egli distinguere tra il bianco vestire volontario degli Esseni e l’obbligatorio di questi Minim? Sappiamo non meno che gli Esseni vestivano talora diversamente; di sacco p. e. 2º Probabilissimo è poi che in Minim s’intenda i primi cristiani come talvolta significa veramente; e se così fosse, nulla di strano che il costume adottato da costoro tornasse odioso a quegli stessi che lo avevano usato poc’anzi. È questo nella natura dell’uomo, e corroborato da esempi? nostrali. Il Decalogo fu soppresso nella orazione del mattino a cagione dei Minim; anche qui probabilmente cristiani, che ridussero tutta l’antica legge al solo Decalogo. 3º Infine insigni Farisei vestono di bianco nel Talmud e ne vanno ivi stesso celebrati, come ragionando del costume vedremo. Si dirà ancora ch’era tal costume in odio?
[45] Un fatto generale ci avrebbe forse potuto dispensare da tutte queste particolari citazioni; ed è la presenza di Sinagoghe ebraiche per tutta la distesa del romano impero, le quali supponevano certo a capo loro Rettori e Dottori. La storia evangelica ed apostolica è piena di fatti che provano questa presenza, dovunque l’Evangelio fu predicato.
[46] La tradizione che ha per stile di trasformare nell’antica storia ebraica gli avvenimenti guerreschi e politici in fatti dottrinali, o in morali controversie, vede nella promessa di Caleb. Chiunque avrà battuto Kiriat Sefer e l’avrà presa, daragli Ahsà la figlia mia in donna, una ricompensa promessa a chiunque avesse molte leggi restituite che erano cadute in oblio dopo la morte di Mosè. Nulla di più paradossale a prima giunta di questa interpretazione; ma quando riducasi a memoria che cosa questo nome di Kiriat Sefer vuol significare, e quanto saviamente avvertiva Gioberti, facile lo accorgersi come i dottori non abbiano inteso che appigliarsi ad un felice addentellato in cui la espressione storica si presta mirabilmente alla chiosa tradizionale; anzi con questo senso sino a un certo punto s’identifica; volendo dire che colui che sarà da tanto da sottentrare nell’officio che Kiriat Sefer adempiva nel concerto o Antizionato dei popoli Cananei come Archivio dello Stato, e potrà essere utilmente consultato in quella città come lo erano i suoi abitanti Cananei, sarà rimunerato ec. Potremmo aggiungere che in questa trasformazione di guerre politiche in lotte spirituali i dottori nostri non si dilungarono punto dal genio che predomina nelle più antiche epopee orientali.—Ma qui lasciamo per brevità; fidente che il lettore compia il nostro pensiero, solo che attenda per breve istanti a ciò che sono i poemi indiani del Mahabaratta e del Ramayana.
[47] Vedi per la giustificazione di questo supposto, quanto è riferito più oltre in nota a proposito di ciò che narra il Talmud sulle occupazioni dei Hasidim.
[48] Simile circospezione ci viene narrata nel Talmud (Meghilla) dei Traduttori del Pentateuco in greco per ordine di Filadelfo.
[49] Il citato frammento del Talmud forma subbietto di profonda indagine nel rammentato Lessico Ereh Millim del dottissimo sig. Rapoport Rabbino di Praga. Ci sia permesso anzitutto costatare coll’illustre autore la grande antichità di quel frammento, ch’egli crede redatto o almeno formulato molto innanzi al Talmud in qualche raccolta d’Agadot, che, come è noto, precorse il Talmud, e da cui questo l’avrebbe copiato. Sono fondamento a questa plausibilissima congettura, varie singolarità filologiche proprie ai libri Agaditici, e che l’autore saviamente pone in luce. Quello che non potremmo mai consentire al gran critico, si è la pretensione da esso accampata di vedere nei savj e dottori del mezzogiorno, con cui Alessandro favella, uomini pagani anzichè ebrei, e più specialmente sacerdoti etiopici o Brami indiani. Il testo ha un bel opporsi a questa interpretazione mercè le parlanti intercalazioni che corrono fra domanda e risposta. Il nostro autore con un colpo di magica verga le dichiara posteriori addizioni al testo più antico; nel quale egli non crede doversi ravvisare niuna traccia d’Ebraismo. Questo concetto che l’illustre autore si forma degli interlocutori di Alessandro, capovolgendo le basi su cui poggia tutto il nostro argomentare nel testo, e facendo sparire una delle vestigia più splendide, che a senso nostro abbiano lasciato gli Esseni nella Biblioteca rabbinica, merita, anzi esige, che con qualche pazienza vi ci soffermiamo d’intorno, e lo esaminiamo più davvicino. Si noti anzi tratto come:
Fra i neologismi nota il Rapoport Atristun di cui dice non esservi la radice nell’antico lessico Aruh. E pure egli non avrebbe dovuto che gettare lo sguardo sopra taris (bis) per vedere (in fine) il verbo taras col suo esempio tratto dal Talmud (Jevamot 121. 1).