Erano le quattro righe copiate letteralmente dall'elogio dello zio prete, che morto e sepolto da un pezzo, non poteva più risuscitare a protestare e a pretendere la roba sua.
La gente mormorò: bene, bravo. Molte mani di patrioti si allungarono a stringere la mano dell'oratore che sudato, trafelato, non vedeva innanzi a sè che una gran macchia d'inchiostro e non sentiva che il filo d'aria diacciata che gli fischiava nell'orecchio. Il buon parente con dolce violenza gli tolse di mano il manoscritto per poter unirlo alle altre necrologie, che l'Associazione dei giovani di caffè intendeva pubblicare in onore del benemerito suo vice-presidente.
Era avvenuto quel che il più fino di voi ha già capito da un pezzo.
Taddeo, tutto assorto nella paura di un discorso a fare, aveva preso un morto per un altro. Imbattutosi nel funerale dell'ex cuoco garibaldino, si era lasciato rimorchiare dalla folla e dalla banda senza pensare che a Milano non si muore mica uno per volta. Aveva seguitato il corteo e aveva recitato il suo bel discorso senz'accorgersi che il suo morto non puzzava di commendatore. E nemmeno tra gli uditori ci fu chi se ne accorse. Qual'è quel morto che non congiunge la modestia alla virtù, la costanza dei propositi alla bontà indulgente dell'anima?…. In quanto alla scienza tirata in ballo nel discorso davanti alla bara d'un cuoco, chi l'ha definita così bene questa benedetta scienza, che non si abbia mai a confondere con qualche altra cosa?
Per tutte queste ragioni il discorso del prof. Falci scritto per un chimico membro del R. Istituto, uno dei XL di Moderni, S.c. della K. K. Ph. Ph. W.G. ecc. ecc., potè servire benissimo per un cuoco garibaldino democratico: e chi lo legge oggi tra le necrologie stampate in onore di Palamede Botigella dice che è bellissimo. Anche il Secolo trovò modo di lodarlo con queste parole: «Il prof. Falci, vecchio amico del defunto, recitò un commovente discorso ispirato a sensi liberali e a idee generose…»
Taddeo è ritornato subito a' suoi studi di Spettroscopia coll'animo sereno e tranquillo di chi ha compiuto un pio dovere verso un compianto collega. Ma devono aver riso veramente di gusto al mondo di là il Comm. Cerbatti e Palamede Bottigella, quando s'incontrarono collo zio prete…. a meno che i morti non siano gente più seria di noi.
VECCHI GIOVINASTRI
Nel caffè detto del Paolo c'è un salottino color cioccolatta, dove molti anni fa si ritrovavano tutte le sere dalle otto alle dieci i «soliti.» Torniamo a quei tempi e cerchiamo di farle rivivere le cinque belle macchiette.
Il più vecchio di questi «soliti» è don Procolo, sopranominato nel quartiere anche il prete senz'anime, perchè non è addetto alla parocchia, ma vive d'incerti, sopra una piccola messa obbligatoria e su qualche candela, quando muore una persona di considerazione. È un povero diavolo, che porta una veste color così così, con certe maniche verdognole, con al collo di solito un fazzoletto bianco, che fa parer più lunga la barba corta, con corte unghie, parlando con poco rispetto, che taglierebbero una forbice. Ma con tutto questo, don Procopio non è un asino, tutt'altro; se avesse voluto, se non fosse stato quel gran trasandato, avrebbe potuto essere un eccellente professore di filosofia; ma le abitudini son invecchiate colle ossa e il bislacco ha seppellito il filosofo.
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