Tra i muti casolari odi frequente
il suono che rimbalza sull'incude:
è Bellincion, che colle braccia nude
batte il ferro rovente.
Ei sta fosco Vulcan da mane a sera
al mantice, al martel, alla tenaglia:
batte, inchioda, arroventa, il ferro scaglia
rosso nell'acqua nera.
Copron serrami e toppe aspre e ferraglie
l'affumicata volta della muda:
ansa la vampa sulla carne ignuda
le sue stridente scaglie.
Grida al compagno e cade in una dura
danza la solfa delle salde braccia:
tuona il martel, che rompere minaccia
le costole a natura.
Se il vino canta e scalda il sentimento,
piomban sì giusti i colpi del martello,
che la torre merlata del castello
balla sul fondamento.
Quindi egli siede ai caldi occhi del sole
sull'uscio e in così grasse risa il pane
accompagna che fuggono lontane
le donne alle sue fole.
Oppur si piglia in braccio o sui ginocchi
un suo vezzoso bambinel di latte:
e le morbide incudini gli batte,
soffiandogli negli occhi.
Dell'uom barbuto e nero il picciol fiore
mitiga i sensi e le parole audaci:
scendon spesse carezze e scendon baci
che fan rovente il cuore.
I VECCHIETTI
—Quanti anni son passati, Anselmo? venti
trent'anni che si viene insiem noi due
a goder questo fresco?
—Se ti senti
ancor padrone delle gambe tue,
o che importano i venti ed i trent'anni?
ognun si aggiusta colle forze sue.
—Sta ben! ma Giovannin non è Giovanni;
e settant'anni sulla gobba un peso
sono, che pesa settecento affanni.
—Settanta è un bel fardello, ben inteso…
—Or ti zoppica il pie'….
—Ti manca il fiato:
—L'occhio ti trema dalla luce offeso:
—Lo ragazze non sanno che sei nato:
—D'accordo…. le ragazze. Oh che vorresti
che inseguissero quello ch'è scappato?
—Di dosso, gua', ti cascano le vesti:
—E gli scalini? un sito non c'è dove
non sian tropp'alti, orribili, molesti.
—Se fai di camminar tre o quattro prove,
sudi in gennaio e ghiacci sotto il sole;
è brutto quando è bello e quando piove.
—Per me il difficil sta nelle parole:
penso a curato e dico cardinale,
e la gente non sa quel ch'uno vuole.
—E le gazzette?
—Se le stampan male!
—E quel che stampan?
—È l'ira di Dio
d'ogni ordine politico e morale.
—Non è che un litigar sul tuo sul mio,
di cani e gatti un odio vergognoso.
—E le leggi?
—Le leggi un arruffìo.
—Davanti a questo vivere odioso,
se l'impiccarsi un'eresia non fosse,
cosa indegna d'un uomo religioso,
guarda m'impicc…. uh! uh!
—Gianni, che tosse!
e che ci fai?
—È un mese che la curo.
—Provasti le pastiglie Delafosse?
—Fanno bene?
—È il rimedio più sicuro.
—Dove si piglian?
—Sai, quello speziale
che sta vicino a San Giovan sul Muro…
—Corro. Non vo' che invecchi, io, questo male.