Alle tre di mattina il campo era già tutto in movimento. Splendevano ancora le stelle e la più bella luna che sia uscita dalle mani del Creatore. La tromba dava i segnali, e dopo un gran frugare al bujo per terra, ci avviammo in silenzio, carichi di sonno, per le strade biancheggianti e per le nere sodaglie alla volta di Arona. Giunti ai brulli poggi di Cagnago e di Cumignago, il Monte Rosa cominciò a disegnarsi e a colorirsi innanzi all'alba; ed ecco a un tratto escono le prime fucilate dalle siepi e dai boschetti che coronano le alture; e noi avanti, rispondendo noi pure colle fucilate. I Neri fuggivano come una nidiata di sorci, si appiattavano dietro i cigli, sparavano ancora quattro colpi, mostrando appena la fila dei berretti, poi un'altra corserella; si vedevano comparire e sprofondarsi nelle vallette, e poi sempre avanti come se giocassimo a rimpiattarelli. Così di poggio in poggio, di valloncello in valloncello, ora diritti dietro un muro, ora sdrajati nei fossatelli, o terra terra, scaglionati nelle piccole creste per una linea di forse sei miglia sulla destra del Ticino; finchè, occupate oramai tutte le alture colla nostra artiglieria, si cominciò a discendere, a incalzare il nemico contro il fiume. Il giorno s'era fatto chiaro del tutto: il cielo non aveva una ruga, e l'aria fresca della mattina ci lavava il viso dell'ultima nebbia di sonno. Già ne si apriva davanti il magnifico spettacolo del Lago Maggiore, azzurro come il cielo, nella sua bella conca di montagne verdi, dipinte in cima dal sole d'un bel colore di carminio.
Nessuno di noi pensava più che si fosse a una manovra. Il sangue, che trasalisce ai primi colpi e che si riscalda alle prime occhiate di sole, gli squilli di tromba, la voce dei capitani, il vedere correre e saltare i cannoni sopra i prati e piantarsi a urlare, le vedette che passano via come freccie, il luccichìo di qualche squadrone di cavalleria, che brilla in un nembo di polvere, superbo e maestoso come una legione di arcangeli; tutto ciò e più di tutto i vent'anni, che non pesano ancora sul sacco, fanno rincrescere quasi che non si faccia per davvero e che gli altri non siano disposti a lasciarsi ammazzare. Due compagnie di Bianchi e di Neri, che si scontrarono l'anno scorso sulla piazzetta di Divignano, mi dicono che, se non c'erano i superiori a fermarli, que' buoni figliuoli si tagliavano a pezzi. E veramente l'illusione è sì viva in questi istanti, che la ragione a stento può trattenere la selvaggia natura, e vi passano per la fantasia idee stravaganti, che son sorelle delle idee eroiche, e si capisce che cos'è lotta, che cos'è lo sterminio: non v'è ragazzo di vent'anni, che, trovandosi a cavallo fra quattro cannoni, non pensi di tagliare il mondo con un colpo di spada. Il corpo vi par diventato di bronzo sotto la giubba di panno. Insomma, non state a ridirlo, ma la guerra dev'essere una bella cosa, forse ancora più bella dell'amore.
Verso le nove giungemmo in vista di Arona.
In questi dintorni ha una villetta mio zio Michele, un buon uomo che ha fatto molti denari col sapone e colle candele steariche, non sapendo nulla dei grandi problemi che travagliano la pellegrina umanità. Sarei stato ben felice, se il caso mi avesse portato a dare una capatina alla villa Teresa (Teresa era il nome della mia povera zia), non perchè in casa di mio zio Michele la tavola sia quasi sempre preparata, ma per la gloria di comparire agli occhi di mia cugina, bello di polvere, abbronzato dal sole, cioè, come dicono i romanzieri, irresistibile. Mio zio, uomo di vecchia esperienza, non aveva mai veduto di buon occhio gli avvocati, e quando seppe ch'io m'ero dato allo studio della legge, crollò la testa, come se si trattasse d'un ladro mestiere. Forse il suo ideale (voglio dire il genero de' suoi sogni) non era un pitocchello di qualche ingegno, ricco soltanto di belle speranze, ma qualche cosa di più sostanzioso, di più palpabile. Perciò non posso dire nemmeno che mio zio mi amasse come la pupilla degli occhi suoi; tuttavia la mia bionda cuginetta Elisa, un diavoletto che avrebbe colle sue moine disarmata la Prussia, spadroneggiava nel cuore del babbo, e se per un capriccio avesse voluto sposare uno spazzacamino, il babbo avrebbe benedetto anche lo spazzacamino.
Io mi lusingavo d'essere qualche cosa di più: e sebbene, prima che mi cingessi un brando, potessi anche sembrare un mattarello di poco giudizio e considerare la Lisa come una ragazzina, oggi ero un volontario e caporale. Il soldato aveva aggiustato l'uomo, e dopo quasi un mese di vita selvaggia, all'erba, sotto la tenda all'aria, al sole, la figura snella di mia cugina mi tornava davanti come una dolce visione, mentre, appoggiato al mio fucile, procuravo di discernere qualche cosa di bianco a una finestra della villa.
Intanto che tutt'assorto nella contemplazione di due gelosie verdi, carezzavo una dolce speranza col pensiero, il capitano, forse ispirato da Dio, ordina al mio tenente di prendere con sè quattro o cinque uomini e di occupare proprio la villetta dalle gelosie verdi, che per trovarsi in una spianata elevata sul declivio, dominava dal suo terrazzo una buona parte del fiume. Il tenente mi dice:—Venga anche lei, caporale.
Non aveva ancora terminate queste parole, che io camminavo già sul viottolo che conduce alla palazzina, fra due siepi di bosco, lieto e trionfante.—Questa volta, caro zio,—dicevo fra me,—conquistiamo la posizione: l'avvocato ritorna a capo d'un esercito, nè basta una muraglia di sapone a questi assalti.
Strada facendo, il mio signor tenente, un vanerello ancor fresco d'accademia, con un finestrino di vetro nella cassa dell'occhio sinistro, non cessava dal far paragoni fra il Verbano e il Lago di Garda, dove i suoi avevano una villa: suo padre era marchese, e il tenentino non disperava di diventare un giorno almeno generale, e tante altre cose andava dicendomi, per dimostrarmi ch'egli era ricco, marchese, bravo cavalcatore, e amato da tutte le donne. Ma per conto mio pensavo alla meraviglia di mio zio e della mia cuginetta, quando mi avessero conosciuto; pensavo che, finiti gli studi dell'Università, sarei stato dottore e che la fortuna di questo mondo non la si fa solamente col sapone e colle candele steariche; pensavo che avrei saputo rendere felice la mia bella cugina, anche a costo delle sue duecentomila lire di dote.
Intanto giungemmo al cancello del giardino.
Al rivedere que' viali, quelle piante, que' luoghi pieni d'ombra e di frescura, que' sedili, quelle statue coperte di muschio, che mi ricordavano una lunga storia di giuochi, di capricci, di lagrime e di versi sbagliati, mi pareva di diventar piccino, e il cuore batteva anche a me come alla vigilia d'una vera battaglia.