—Lasci fare a me, rispose questi. Però, se scopro il ladro…. un paniere eh, restiamo intesi.

—Una cesta, mastr'Andrea, una cesta.

E don Biagio dormì tra due guanciali.

Gli sbirri, è chiaro, la san più lunga de' mezzaiuoli e dei garzoni, sì che in capo a otto giorni mastr'Andrea coglieva il ladro proprio sul pero, e col corpo del delitto addosso. Era il nipote dello zio Saverio.

Un mese di carcere, il dolore del nonno, le lunghe ammonizioni che questi gli fece, ricordando mastro Gaetano, mastr'Andrea, e tutti i santi della famiglia, non fecero nè caldo, nè freddo, a quel monellaccio che aveva proprio il furto nel sangue.

—Non lo farò più, nonno, disse piagnucolando con quella sua aria d'ipocrita nel visaccio appastato dalla lordura, e l'indomani fu da capo. Però non rubò più frutti, ma galline, che portava a una vecchia mendicante, la quale le andava a dare per niente in certe case dove sapeva che si chiudevano gli occhi.

In quel tempo anche Castrenze, il figlio del Capurbano, aveva le mani lunghe.

I due monelli s'annusarono, fecero comunella insieme, e incoraggiandosi l'un l'altro, riuscirono a rubare certe posate d'argento.

Peppe le prese, e andò a portarle alla vecchia.

—Quanto mi date di queste qui nonna? disse mostrandogliele di sotto al giubboncello.