—Appunto. Ma venuto don Peppino la cosa cambiò aspetto: si cominciarono a far furti seri, si cominciò a fare alle schioppettate con la forza, a ammazzar spie, a organizzare sequestri, veri sequestri…. Non parliamo di quelli de' fratelli Sala; la colpa fu di compare Vincenzo, che, lasciato a guardia de' sequestrati, pensò d'ubbriacarsi….
—Che bestia!
—Lei lo sa, i due giovini che non erano minchioni, gli fracassarono il cranio con una terribile legnata, e se la svignarono. Ma quello di Salemi però fu fatto da maestri, quel che si dice da maestri.
—È vero.
E il campiere trasportato dalla mania che aveva di chiacchierare, usciva sempre più dal proposito: ora raccontava i particolari del sequestro Salemi.
—Lei non l'ignora certo, propose l'affare don Santo Rufola soprastante dei Carabillò. Per mezzo suo si sapeva che Salemi doveva andare a Termini, anche l'ora della partenza s'era appurata, e ch'egli portava dei salsiciotti che doveva regalare al suo avvocato! Don Peppino fa appostare i suoi uomini a Sbalzo di Franco, tra gli ulivi sopra lo stradale: lui in stivaloni verniciati e giacchetta di velluto, a cavallo alla sua storna sellata come la cavalla d'un principe, si mette a passeggiare fumando tranquillamente. Che razza d'uomo, eh!
—Per Gesù Cristo!
—E in pochi giorni, duemila e cinquecent'onze in tasca, in barba a tutti gli sbirri della Sicilia!… Ah, la vita del brigante ha de' pericoli, ma è bella soggiunse con un sospiro. Borsa piena, libertà, senza pastoie di legge e del diavolo! Se non avessi moglie e figliuoli!…
E annaffiò il suo rammarico bevendo al fiasco con gran rumore di labbra: poi disse strizzando un occhio:
—Si lascia bere questo vinetto!