—Don Castrenze…. disse quello ch'era avanti.
Era don Peppino. Don Castrenze gli presentò l'amico. Allora smontarono, e stretti in un gruppo, tenendo le bestie a mano, si messero a confabular sottovoce. Don Peppino faceva delle domande al falso Serafini; voleva altri e più precisi schiarimenti sull'affare, voleva aver la certezza che il sacerdote non avesse preso un granchio a secco: si trattava di risicare la libertà, e probabilmente la pelle, intendeva far le cose a occhi aperti: del resto glielo spiattellò chiaro e tondo, non l'avrebbe passata liscia, se l'affare de' danari fosse una favola. Ma il falso Serafini protestava, portava la mano al petto in segno di giuramento; dimenticando il personaggio che rappresentava, stava per aggiungere: «sul mio ordine sacro» Fortuna che si contenne in tempo! Però al Capitano non restò più alcun dubbio, e quell'istessa sera volle visitare il paese, per fare il suo disegno d'attacco, diceva lui.
—Fece un fischio, poi ordinò si montasse a cavallo, e via pel bosco.
Giunsero a S. Giovanni quando all'orologio della parrocchia sonava mezzanotte: i rintocchi lenti e malinconici del «ntin-ntan» si perdevano per la campagna tutta verde, silenziosa nel chiarore del plenilunio. Giù, a' piedi del monte, il paesetto dormiva, costeggiato dallo stradale, dominato dalla villa, i cristalli delle cui imposte scintillavano. A destra della villa biancicava un'erta a mandorli tutti fioriti, che spandevano attorno un odore delicatissimo.
Il galantuomo e compare Nino restarono in cima alla costa a tenere i cavalli, il capobandito e il sacerdote scesero a piedi alla volta di S. Giovanni. Lo girarono, poi l'attraversarono per lungo e per largo. Don Peppino s'era levato di tasca una specie di grosso taccuino, sur un foglio del quale tracciava linee e linee con un mozzicone di lapis: egli si dava una grand'aria d'importanza dinanzi allo strano cicerone che badava a dir sottovoce, via via che ci arrivavano: questa è l'entrata di S. Saverio, la principale del paese…. questa è l'entrata di S. Brigida…. E intanto salivano e scendevano secondo gli accidenti del terreno, e passavano davanti a una sfilata di casipole a uscio e tetto o a un piano, con finestrini che parevano tanti piccoli buchi quadrati: fra quelle casipole s'aprivano vicoli e vicoletti sucidi che mandavano zaffate di puzzo appestante. Dei cagnacci si levavano di tratto in tratto di vicino agli usci, latrando; qualche asino, svegliato, ragliava dentro la stalla. E lo strano cicerone seguitava sottovoce: questa è l'entrata delle Grotte, o la via della Piazza, o la via del Monastero. E il Capitano tracciava linee e scriveva. Ora passavano davanti a case di miglior aspetto; erano a due piani, coi terrazzini; qualcuna con finestre verdi, su' cui oggetti erano allineati de' vasi di fiori.
—Questa è la caserma dei carabinieri, disse il reverendo: e si fermò all'imboccatura del vicolo, preso a un tratto dal restìo.
Il fabbricato sorgeva immediatamente fuori del paese, e stendeva la sua ombra sur una piccola spianata selciata con ciottoli: era un vecchio monastero in rovina, con le sue inferriate inginocchiate, e il portone a angolo acuto.
Il Capitano lo girò e rigirò, fermandosi di tratto in tratto a guardarlo attentamente, come se dovesse comprarlo. Era una sua bravazzata.
—Non ha che una sola uscita? domandò poi al falso Serafini.
—Due, rispose questi. C'è pure quella della chiesa, nella quale si può penetrare per il coretto.