— Esistono solamente qui?
— Ve ne sono dappertutto, Bisby. La regione artica ne conta moltissimi: ve ne sono allo Spitzberg, in Groenlandia, nelle isole polari, e molti ve ne sono anche in Asia, in America ed in Europa, fra le più alte montagne.
— Vorrei vederne uno, Wilkye.
— Ne vedrete più d’uno quando saremo sbarcati sulla terra di Graham.
Il 27 Novembre, verso le otto del mattino, la Stella Polare giungeva di faccia al monte William, cono colossale che si erge quasi di fronte alle isolette di Rosenthal, a 65° 20′ latitudine sud. La veduta che quell’alta montagna dirupata offriva, era spaventevole ed insieme bella.
Sui suoi fianchi si vedevano rotolare di tratto in tratto degli enormi ghiaccioni staccati dallo sgelo e il rimbombo che producevano, frantumandosi nei burroni sottostanti, giungeva fino agli orecchi dell’equipaggio. La sua cima bianca, immacolata, mai calcata da piede umano, scintillava e si tingeva dei più splendidi colori dell’iride.
A mezzodì però anche quel cono scompariva. La goletta filava a tutto vapore, bruciando carbone senza risparmio. Pareva che Linderman avesse fretta di sbarazzarsi della spedizione americana.
Già dopo l’ultimo bisticcio con Wilkye, era diventato di umore nero. Evitava l’avversario e si teneva chiuso nella sua cabina quasi tutto il giorno, non uscendo che all’ora dei pasti. Voleva evitare nuovi attriti, oppure la vista di quella costa difesa da quei giganteschi bastioni di ghiaccio che non offrivano passaggio ad alcuna nave e che non accennavano a sciogliersi (quantunque la stagione fosse già avanzata) cominciava a preoccuparlo?
Forse questo era il vero motivo, poichè la sera del 27, mentre la Stella Polare stava per girare l’estrema punta della penisola, dirigendosi verso le isole Grosler, che si trovano quasi all’imboccatura dello stretto di Roosen, dopo di aver a lungo esitato, abbordò Wilkye che passeggiava sul ponte in compagnia di Bisby.
— Che ne dite di questo ritardo dello sgelo? gli chiese a bruciapelo.